Le simpatie di Renzi per il modello tedesco del welfare – Nella conferenza di ieri pomeriggio il Presidente del consiglio si è anche soffermato sul tema del lavoro. Era inevitabile considerando l’alta disoccupazione in Italia e come ribadito qualche mese fa nel suo viaggio a Berlino, Matteo Renzi ha mostrato di vedere di buon occhio il cosiddetto modello tedesco sul welfare. Per il premier è un “punto di riferimento”, la ricetta migliore per aumentare l’occupazione che in Germania, nel giro di un decennio, ha dimezzato gli inoccupati con un’alta flessibilità e una competitività-record ottenuta con una forte pressione sui salari. Il segretario del Partito democratico guarda con fiducia a una riforma che, in realtà, aveva fatto crollare la popolarità dell’allora Cancelliere, il socialdemocratico Gerhard Schröder, e nello stesso tempo, dal 2004 al 2013, aveva ridimensionato la disoccupazione dal 10,5% al 5,3%. Numeri impressionanti nell’epoca in cui le grandi crescite economiche, come quella degli anni ’60, sembrano un lontano ricordo.

Le ricette di Hartz che hanno dimezzato la disoccupazione – Ma in cosa consiste questo modello teutonico? A varare le riforme, che ha fatto della Germania il secondo esportatore mondiale dietro la Cina, c’è il nome dell’ex Ministro del lavoro, Peter Hartz. L’ex consigliere d’amministrazione della Volkswagen avviò una serie di provvedimenti divisi in cinque riforme, per risolvere i problemi della Germania che all’epoca doveva fare i conti con ben cinque milioni di disoccupati. Le nuove regole nel mercato del lavoro, in poco meno di un decennio, hanno portato a una riduzione dei disoccupati di oltre due milioni di persone e i giovani sono stati favoriti da questo sistema. L’esponente di spicco della Spd, Gerhard Schröder, avrà pagato le sue mosse con un’ondata di proteste nel Paese, ma a distanza di diversi anni la storia gli ha dato ragione. In un contesto di crisi economica, infatti, il sistema del welfare tedesco ha retto meglio di altri e ha mantenuto gli inoccupati a livelli molto bassi.

La filosofia dell’alta flessibilità – La parola chiave di questa linea di pensiero sul lavoro è flessibilità. L’alta flessibilità tedesca è stata una via di mezzo tra la concezione americana e il modello nord-europeo universalistico. Il risultato è stato l’aumento delle assunzioni e l’incredibile competitività del costo del lavoro della Germania. Musica per le orecchie di Matteo Renzi, il quale però dovrebbe sapere che è sempre complicato esportare un modello di riforma da un Paese all’altro. Sono i dettagli che fanno la differenza. Innanzitutto la Germania ha rilanciato il suo welfare attraverso sussidi di disoccupazione universali, estesi cioè a tutti, purché si dimostri di essere in ricerca continua del lavoro. Non solo, perché chi dovesse rifiutare le proposte lavorative si troverebbe, di volta in volta, a vedersi ridimensionate le sovvenzioni pubbliche. Le riforme di Peter Hartz, inoltre, hanno introdotto i celebri “Minijob”, contratti di lavoro precari e poco tassati, senza diritto a pensione né assicurazione sanitaria; i “Midjob”, contratti atipici a 400 euro massimi e infine un reddito di cittadinanza rivolto a chi non trova lavoro dopo aver completato gli studi, con contributi per la casa, la famiglia, i figli e un’assicurazione sanitaria. L’Italia potrebbe sostenere, con pregi e difetti, un sistema del genere?

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[In foto Peter Hartz con Gerhard Schröder]

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