Un’architettura poco umana – L’estate volge al termine. I lidi balneari chiudono e le spiagge, a causa di ovvi cambiamenti climatici, non sono più luoghi adatti per stare insieme. Le giovani generazioni si spostano e nella maggior parte dei casi si affidano ai soliti luoghi d’incontro, forse gli unici nella nostra epoca: le discoteche. In realtà utilizzate anche durante la stagione estiva, tra l’autunno e l’inverno diventano il fulcro del divertimento per migliaia di ragazze e ragazzi. Niente di male, sia chiaro. Il problema, però, sta nel fatto che è l’unico posto d’incontro. In molte città d’Italia, soprattutto quelle medio piccole, le alternative scarseggiano. Complice un’architettura sempre meno umana e più tecnica, le persone hanno difficoltà nel trovare un punto in cui fermarsi a parlare o rilassarsi. Le zone verdi sono sempre più rare e i pochi centri culturali che esistono sono strumentalizzati da giovani antagonisti, i quali radicalizzano ogni loro visione e giocano a fare i controcorrente a priori della società.

Wittgenstein e il pensiero umano – Il problema, almeno in Europa, è soprattutto italiano. Le distanze, tra le città che di anno in anno si modernizzano e i vecchi centri storici, sono sin troppo evidenti. La dicotomia sta nel modo di costruire. Ludwig Wittgenstein diceva: “Quando costruiamo case, parliamo e scriviamo”. In verità è quello che si fa ancora oggi, ma c’è una grande differenza rispetto ai secoli precedenti e per la precisione fino ai primi anni del Novecento. L’uomo porta fuori di sé, ciò che ha dentro di sé. L’essere umano crea nella realtà circostante quello che immagina nella sua mente, nella sua interiorità. La questione, dunque, è una: cosa c’è oggi nel suo essere? Senza ombra di dubbio l’aspetto che lo caratterizza con maggior evidenza è l’abito economico. Oggi viviamo nell’epoca dell’ipercapitalismo, dove il cittadino è stato trasformato in consumatore, dove il mondo delle Borse regola la ricchezza dei vari Paesi, dove è il portafoglio (in questo caso è stato sempre, o quasi, così) a misurare una persona.

Il passaggio dalla piazza al centro commerciale – Nell’età della tecnica l’uomo tende a robotizzarsi in tutti i suoi atteggiamenti e in tutte le attività. C’è sempre più difficoltà a rapportarsi con l’altro e quindi il luogo in cui per secoli le persone hanno dialogato, si sono scontrate ed incontrate e hanno fatto commerci, tende a scomparire. Parlo dell’agorà o quella che comunemente viene chiamata piazza. Luoghi di confronto e di scontro, di passeggiate e risate, di chiacchierate, le piazze oggi non sono più il centro delle città. Proviamo a pensare a quante piazze oggi vengono progettate dagli ingegneri o architetti? Poche, un numero risibile. Perché? Non conviene economicamente, e qui riemerge l’imperativo economico, non c’è alcun ritorno di grosse somme di denaro. Oggi la centralità dell’agorà è stata sostituita dai centri commerciali, che per gli ingegneri o architetti possono avere un maggior profitto rispetto alle piazze.

Un deserto dovuto al pensiero dominante – Sono loro ad aver soppiantato il vecchio simbolo delle città. All’interno di questi agglomerati di cemento armato, ci sono negozi sempre uguali frutto della globalizzazione, confort di ogni tipo, gabbie in cui genitori relegano i loro figli per farli giocare con delle palline di plastica (dimenticando i bei tempi delle ville a cielo aperto). Le persone girano questi luoghi, pieni di luci e senza verde, sempre con grande fretta. Parlano poco e spendono molto. I centri commerciali sono una delle protesi della tecnica. Niente cultura, quella vera, nei suoi corridoi. Queste gallerie sono animate da pubblicità gigantesche che ti dicono cosa fare, mentre è bandito qualsiasi riferimento culturale degno di un simil nome. L’assenza di luoghi per le giovani generazioni è dovuta, in primis, al pensiero dominante della nostra epoca. Neanche le librerie, che nelle nostre città dovrebbero essere un’oasi di cultura, riescono ad attirare molti ragazzi. Spesso si va solo a prendere un caffè al punto Feltrinelli più vicino, perché fa radical-chic e magari si è indifferenti verso tutto quel sapere che alberga in quel luogo. Peccato, perché le librerie potrebbero essere un buon antidoto alla malattia dell’epoca contemporanea. Nell’attesa di un cambiamento, le domande “dove vado, che faccio?” dovrebbero essere precedute da una riflessione personale sulla nostra visione della realtà.

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