L’anatema di Riina – “Questo prete è una stampa e una figura che somiglia a padre Puglisi. Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo”. Toto Riina con queste parole, pronunciate più di un anno fa in carcere (intercettate dagli investigatori della Dia di Palermo), puntava il dito nei confronti del punto di riferimento dell’associazione Libera. Dichiarazioni inquietanti quelle del boss di Cosa nostra, il quale anche da dietro le sbarre, proprio come in un film di mafia che si rispetti, non cessa di pensare a quello che potrebbe fare solo se si trovasse ancora in libertà. Il nemico, questa volta, è stato identificato in don Luigi Ciotti. Il presbitero italiano è da sempre impegnato nel sociale. Contribuì a fondare il gruppo Abele e in seguito l’associazione Libera contro i soprusi di tutte le mafie. Quella di Libera, in particolar modo, è un’esperienza di successo. Negli anni sono stati centinaia i ragazzi educati alla cultura della legalità e l’associazione è molto attiva nel rivalutare i numerosi terreni confiscati alle mafie.

L’impegno di don Ciotti che preoccupa Cosa nostra – Forse è proprio questo ciò che da fastidio a Riina. La cultura della legalità, quella che non si trasforma in “manettarismo” duro e puro, sta prendendo piede in Sicilia. Seppure con tutte le difficoltà del caso e con la lentezza dovuta al contesto storico, il lavoro di don Ciotti sta dando i suoi frutti e se dovesse continuare su questa strada, in futuro, lo scenario attuale potrebbe subire degli stravolgimenti rispetto al recente passato. Cosa nostra è preoccupata. Anche se nell’ultimo periodo è stata colpita con durezza dall’azione delle forze dell’ordine, la mafia non vuole perdere un legame più che secolare con il territorio. Così chi si impegna nel suo sradicamento dal tessuto sociale è considerato un nemico da eliminare. Lo era don Pino Puglisi e lo è don Luigi Ciotti. In questi dodici mesi l’allerta del Viminale è stata massima su una vicenda delicata. Con ogni probabilità il diretto interessato è stato informato delle parole sanguinarie di Riina, ma quelle dichiarazioni non hanno scalfito don Ciotti e non hanno impedito di fargli proseguire la sua battaglia.

Don Ciotti e l’interpretazione del Vangelo – A testa alta, come sempre, don Ciotti mostra il suo Vangelo, che poi è lo stesso di Papa Francesco, il quale dalla piana di Sibari aveva lanciato una scomunica contro tutti i mafiosi e per risposta aveva ricevuto quell’affronto durante la processione a Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria. Il fondatore di Libera sostiene che per lui “l’impegno contro la mafia è da sempre un atto di fedeltà al Vangelo, alla sua denuncia delle ingiustizie, delle violenze, al suo stare dalla parte delle vittime, dei poveri, degli esclusi, al richiamo alla fame e sete di giustizia”. E non a caso ha citato Papa Francesco: “Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo”. Già, il legame con il Pontefice è più forte rispetto a quello che aveva con i predecessori. Lo si capisce da alcuni incontri tra i due, dai gesti e dalle parole. C’è una prospettiva comune. Questo, però, non impedirà alla mafia di agire contro i “sacerdoti che interferiscono”. Il gesto contro Bergoglio nel reggino ha mostrato un substrato della criminalità organizzata ancora vivo, in salute e senza scrupoli. C’è da tenere gli occhi aperti, perché non sarà la vicinanza di don Ciotti all’attuale Papa ad impressionare gli eredi di Provenzano e Riina.

© Riproduzione Riservata

Commenti