Una notizia che rincuora. Finalmente, in un tragico ed efferato teatro di guerra, una notizia che risolleva il morale. Amerli, la città che da oltre 80 giorni era circondata e posta sotto assedio dalle milizie dell’Isis, è stata liberata. Nella città, a 250 chilometri a nord di Baghdad, da più di due mesi erano imprigionati gli abitanti, la minoranza turcomanna, che insieme ai cristiani, agli sciiti ed all’etnia yazida, è il bersaglio costante degli estremisti islamici. Amerli, dove si trovavano più di 15 mila turcomanni, è stata liberata da un’azione congiunta dell’esercito iracheno, affiancato dai combattenti curdi, con il supporto aereo degli americani e dei governativi. Intervento che ha spezzato il fronte dele linee nemiche. L’operazione di liberazione, è partita domenica 31 agosto all’alba, ci sono state delle vittime e gli scontri sono proseguiti per liberare alcuni villaggi vicini.

Interessante il fatto che i Peshmerga curdi, abbiano superato “una loro certa antipatia” verso i turcomanni, considerati da sempre degli stranieri in terra irachena, e perseguitati più delle altre minoranze. Ma stavolta, le ragioni umanitarie e di soccorso hanno preso il sopravvento. Inoltre, gli abitanti di Amerli per la maggior parte sono sciiti ed i curdi si sa, hanno in odio i sunniti, memori delle persecuzioni condotte da Saddham contro di loro e il gruppo di liberatori infatti, oltre all’esercito iracheno, aveva migliaia di miliziani sciiti e curdi. Un attacco riuscito, che fa ritornare la voglia e la speranza di continuare a lottare per liberare l’Iraq; considerato che l’avanzata dell’Isis è stata incessante e si è spinta fino alla Siria. Gli abitanti di Amerli erano ad alto rischio di venire uccisi e in questi mesi hanno patito sete e fame, nonostante giungessero aiuti dall’alto con gli aerei, le azioni di rappresaglia dei jihadisti, si erano fatte molto violente e insistenti per gli stessi soccorritori. La stessa Organizzazione delle Nazioni Unite, aveva posto l’allerta per il rischio di dover asssitere ad un massacro.

I primi interventi di soccorso, erano giunti dall’alto, già sabato scorso. Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e Australia, erano riusciti a paracadutare 7.000 razioni di cibo e 40.000 litri d’acqua potabile. Poi c’erano stati medicinali, attrezzature sanitarie, lanciate dai francesi. Ancora, il lavoro di messa in sicurezza non è del tutto compiuto. Gli americani continuano a bombardare i dintorni per neutralizzare la presenza dei gruppi jihadisti mentre i soldati via terra, stanno setacciando la città strada per strada al fine, di liberarla del tutto. I tedeschi, hanno comunicato che saranno inviate armi nel nord Iraq, razzi anticarro e fucili mitragliatori per bloccare l’avanzata jihadista. Tra i più pericolosi ci sono i cecchini e i kamikaze dell’Isis, che girano in coppia, super addestrati, sono pronti ad intercettare i convogli, e riescono anche a colpire gli elicotteri dell’esercito regolare iracheno. Per questo, la liberazione di Amerli non è stata semplice ed i rifornimenti lanciati dall’alto spesso in questo ultimo mese, non raggiungevano gli abitanti, e si trattava di cibo, armi e munizioni.

Nella lotta di liberazione, importante è stato il sostegno delle milizie turcomanne e di quelle sciite, giunte dal sud, mentre il ruolo dei curdi è stato quello di controllo del settore di nord est. Il governo iracheno è soddisfatto dell’azione compiuta e vuole il sostegno degli alleati per “mantenere la popolazione sul posto” ad opporre strenua resistenza al genocidio dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante contro i non sunniti. Invece, dal punto di vista delle organizzazioni umanitarie e delle Nazioni Unite, gli sciiti perseguitati, devono essere trasferiti altrove e in massa, perché il numero dei feriti, è elevato e molti di loro non hanno la forza per combattere e reagire, dopo il pesante trauma sofferto in questi mesi.

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[Foto: Amirli/LaPresse]

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