Con il patrocinio della Città di Taormina dal 15 al 30 settembre si terrà nello storico bar Mocambo la prima mostra fotografica della giovane associazione fotografica TaoClick, nata dalla passione fotografica dei suoi promotori, che da sempre si impegnano nella promozione della cultura, della tecnica, e del linguaggio fotografico, con una serie di attività che danno impulso a quest’arte in tutte le sue forme espressive.

La location scelta per questa esposizione è già storia. Raccontare di tutte le personalità che si sono fermate in questo locale ci porterebbe a compilare una lista tanto lunga da apparire noiosa. Più semplice è invece far riferimento ai nomi altisonanti del cinema che da sempre frequentano la perla dello Ionio. Anna Magnani, Sofia Loren, Virna Lisi, Marcello Mastroianni, Alberto Sordi e Ben Gazzara tra gli italiani e poi Liz Taylor, John Houston, Richard Burton, Alain Delon, e via dicendo, perché anche qui basterebbe pensare ai film che sono stati girati a Taormina. E tutti facendo una passeggiata non potevano non fermarsi in quel locale dove le feste, ai tempi della dolce vita duravano, fino all’alba.

Blogtaormina ha creduto subito al progetto di TaoClick e ne è diventato immediatamente media partner. Tra i fotografi che esporranno il proprio “scatto” d’autore anche Andrea Jakomin, il fotoreporter ufficiale di Blogtaormina ed uno dei soci fondatori dell’associazione fotografica. Insieme alla sua opera vedremo quelle del presidente di TaoClick Ernesto De Luna, Rogika (alias Roberto Mendolia), Alfio Barca, Vincenzo Rao, Concetto Lo Giudice e Augusto Filistad, ma anche i tanti soci che hanno già aderito all’associazione in questi pochi mesi dalla sua fondazione.

Il gruppo di artisti della fotografia ha di fondo una passione nata forse da certe visioni che accompagnano i nostri sogni di ragazzi, affascinati dalla magia di quella strana scatoletta che bloccava il tempo e intrappolava le emozioni, che sono anche racchiuse nel titolo evocativo della mostra Away. Via, e dietro, come le parole pecorelle di Dino Buzzati si incamminano parole pesanti come strada, viaggio, bagagli, attraversamenti, e altre leggere come volo, sogni, panorami sconfinati e libertà, tutte macchine plasmabili dell’immaginazione. Poi pian piano negli anni sono cresciuti alimentando la malia seguendo la strada tracciata dai grandi maestri. Il primo fra questi è sicuramente Ferdinando Scianna, il cui modo di fotografare “era quasi una rapida, fulminea organizzazione della realtà, una catalizzazione della realtà oggettiva in realtà fotografica: quasi che tutto quello su cui il suo occhio si posa e il suo obiettivo si leva obbedisce proprio in quel momento, né prima né dopo, per istantaneo magnetismo, al suo sentimento, alla sua volontà e – in definitiva – al suo stile”. Era così che Leonardo Sciascia, altro grande artista siciliano, suo grande amico e collaboratore, descriveva il suo straordinario talento.

Si riconosce tra le loro cose anche lo spirito di Gianni Berengo Giardin, altro grande maestro che a sua volta ha guardato ai grandi maestri come Henri Cartier Bresson, e Ugo Mulas. La cosa fondamentale in un grande fotografo è proprio la cultura fotografica, non tanto la tecnica, che è una cosa che alla fine si impara in pochi giorni. E la cultura fotografica è la conoscenza del lavoro che i grandi maestri hanno fatto. È così a dire il vero in tutte le arti, ma l’avvento del digitale ha portato insieme alla diffusione di quest’arte che ormai pare appartenere a tutti, anche il lato negativo che per via della velocità e della facilità concessa dal mezzo tecnico non permette a tutti di fare buone fotografie, anzi tanti fanno foto inutili, come dice Berengo Giardin, perché nessuno si applica nella conoscenza della storia della fotografia che è l’unico modo per imparare a cogliere la differenza tra una bella foto e una buona foto, e una foto inutile.

Ora la foto inutile è abbastanza riconoscibile, ma per la differenza tra una bella foto e una foto buona c’è bisogno di ricorrere alle parole di Mulas il quale diceva che una foto bella è una fotografia fatta bene dal punto di vista tecnico. Formalmente perfetta ma senza l’anima del racconto. Un ‘immagine che non dice nulla. Una buona foto invece è una magari tecnicamente non perfetta, ma che invece racconta qualcosa.

Tutti i grandi maestri della fotografia hanno amato il bianco e nero. Pare che la presenza del colore con le sue proprietà di rifrazione della luce, possegga una potenzialità attrattiva particolare, e infatti una macchia di un rosso intenso alle volte, può distogliere dalla visione di altri particolari. La sfida di TaoClick è invece una scommessa che punta sul colore per la prima mostra ufficiale, e sembra particolarmente intonata al grande murales del Mocambo, nel quale si avvicendano le figure dei vecchi clienti, protagonisti di quello spirito di festa gioiosa e rilassata che si respira tra le poltrone dello storico caffè.

La scelta di questa location a prima vista può sembrare un posto inusuale e scomodo per ospitare una mostra fotografica. Ma in realtà la tensione primaria dell’associazione fotografica è quella di portare le loro immagini nella vita, di far sì che la fotografia appartenga a tutti, specialmente dal punto di vista della fruizione. E quale posto migliore avrebbero potuto scovare se non questo dove si respira una energia che si collega allo stesso tempo con la storia e l’attualità. Un posto dove sono passati, ammaliati, Tennessee Williams e Truman Capote, dove domani potrebbe apparire Fiorello o Battiato. Il vero dna della fotografia è la documentazione, e i “ragazzi” di TaoClick oltre ad aver appreso dai maestri, non hanno paura di sperimentare accostamenti arditi, sia nella scelta espositiva, sia nella scelta del colore perché sono entrambe scelte che pur discostandosi leggermente dal classico modo di fare, pur uscendo dalla strada maestra, frequentano sentieri che attraversano la vita. Tra gli oleandri e le zagare del patio del Mocambo, nelle sale colorate nate dall’intuizione di Carmelino Fichera, si potranno osservare le opere della prima mostra di TaoClick che documentano una vita a colori senza timore di sfiorare e invadere il mondo dell’arte.

Come si fa, con l’ausilio o il peso del colore, che nasconde le difficoltà e le insidie del nero nella pittura, a tirare fuori da un immagine quel senso di vita, quel senso assurdo di un attimo che ferma il tempo e diventa pura narrazione? Non serve intestardirsi a tirare fuori, è meglio provare a mettere la propria anima dentro l’immagine. Tutto si tiene dunque. Una buona fotografia, è una foto che racconta delle cose, se le cose che racconta sono delle emozioni colorate, può sicuramente appartenere al linguaggio contemporaneo che l’umano chiama arte.

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