Numerose sono le volte, in cui abbiamo scritto e continueremo a farlo, dell’uso di social e comunicazione virale in rete, per far straripare i fiumi della censura e della “non informazione”. Lo stesso, dicasi, per chi invece usa i medesimi strumenti, per veicolare messaggi di una nuova idea imperialista, che è quella portata avanti con il messaggio della creazione del Grande Califfato Islamico, urlato e inneggiato dagli estremisti dell’Isis. Di questo si tratta, di una nuova forma di controllo dei territori. Se la Russia, in Ucraina s’è ripresa la Crimea ed aspira mediante l’azione dei separatisti filo russi, a recuperare l’est del paese, anche nei territori iracheni e siriani, si sta conducendo una conquista. L’idea dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, viene nutrita dai germi dell’odio e della discriminazione razziale contro le minoranze ma usa il veicolo di una rinascita del “vero Islam”, per fini che poco hanno a che vedere con il corretto modo di rapportarsi ad Allah. Qui siamo di fronte ad una recrudescenza del nazionalismo, caro ad altri periodi storici, che poggiava le proprie azioni sulla costruzione di miti, leggende e simboli che davano forma all’idea della creazione di nuove realtà geopolitiche. Si ricordi il Nazismo di matrice hitleriana che coniugò la pratica del crisitanesimo, infarcendolo di leggende nordiche e suggestioni ariane. I miliziani dell’Isis sono andati oltre le aspettative di Bin Laden, perché stanno riunendo spiriti affini in tutto il Medioriente e in Africa. I video con le decapitazioni si moltiplicano, il genocidio persiste, si prega Allah, ma si pensa strategicamente a come riunire i volenterosi nel mondo. L’uso dei video, i messaggi contro lo strapotere dell’Occidente, la sfida agli americani, celano altri scopi. Richiamare, tutti i fartelli dell’Islam alla lotta per un’unica idea, attraverso la fede ma soprattutto, con il sacrifico della vita per qualcosa di più grande: un Nuovo Stato Islamico, unito, coeso che detterà le regole future. Reclutamenti ovunque, in Europa e altrove, basi di addestramento anche in Italia e rafforzamento all’interno dell’Iraq, della Siria. Un nuovo imperialismo che fa parlare di sé il mondo, e che dice di non temere nulla perché ha nei suoi uomini e nelle sue donne una fedeltà all’Idea, che l’Occidente ha dimenticato.

Boko Haram, in Nigeria, ci ha costretti ad assistere ai video con le ragazze rapite e fatte schiave ma nella zona di Mosul, in Iraq, le donne cristiane e yazidi, stanno subendo la stessa sorte: rapite, velate integralmente, in catene come bestie e tenute in gabbia, per essere trasportate sui camion al mercato, ed essere vendute. Pratiche che ricordano il passato, quando i colonizzatori occidentali vendevano le schiave nere; pratiche che sono efficaci anche oggi, per la causa. La prova documentale, è una foto, twittata dall’attivista araba libanese, Brigitte Gabriel, conosciuta per i suoi interventi sui canali Fox News e Cnn, in cui si vedono queste schiave sui camion. Anche stavolta, rapida è stata la diffusione dello scatto. Le rapite e schiavizzate hanno tutte meno di 35 anni e risulta dal Ministero dei Diritti Umani iracheno che sono più di 3 mila le donne e le ragazze rapite dai jihadisti, mentre per gli uomini la sorte è quella della tortura o dell’esecuzione a scopi dimostrativi.

Le esucuzioni e i filmati, girati secondo una regia precisa, in cui si mostrano i prigionieri prescelti, bendati o incappucciati, fatti mettere in ginocchio in posizione mortificata quasi adover chiedere pedono per essere nati, poi il boia o la squadra di eliminazione dietro, in piedi a mostrare la forza, la supremazia. I messaggi lanciati, le musiche e le commemorazioni per i fratelli combattenti che sono morti o sono stati imprigionati dagli occidentali, e la preghiera. Infine la morte delle vittime: decapitate, sgozzate, oppure la vista di un plotone d’esecuzione dove le vittime sono uomini denutati, privati della dignità e fatti fuori. Poi lo zoom sulle fosse, in cui i corpi sono stati gettati, lì uno sull’altro. Imagini che ricordano altre carneficine. Che ricordano procedure e mezzi dei nazionalismi, e delle conquiste di terre. E perciò, non sorprende affatto che il risveglio per il grande Stato Islamico sia ovunque. L’esecuzione dei quattro uomini, ritenuti spie del Mossad e assassinate dal gruppo jihadista egiziano “Ansar Beit al Maqdis”, qualche giorno fa, segue le modalità e la sceneggiatura turpe delle altre esecuzioni. Il video diffuso sul web, con le immagini dei quattro, appartenenti alle tribù del Sinai e il fatto che i miliziani egiziani si siano vantati d iaver creato anche loro uno stato indipendente, non è casuale. Rientra nei piani, insieme ai messaggi di avvertimento ad Israele, l’altro grande ostacolo per lo Stato Islamico. Queste sono azioni di guerra e chi è nemico deve essere neutralizzato. I quattro uomini giustiziati, sono stati dichiarati colpevoli di aver venduto informazioni sugli estremisti egiziani, al Mossad. La reazione di Israele che ha colpito con un attacco di droni ed ha ucciso tre miliziani, era preventivata. Un’altra aggressione, un altro spunto per richiamare al’unità i fratelli dell’Islam contro il comune nemico.

Altra esecuzione, stesso schema, torniamo in Iraq, notizia freschissima, delle ultime ore. Stavolta, il prigioniero è un curdo, indossa la tuta color arancio come quella che aveva l’americano James Foley, e che sembra un chiaro rinvio ai prigionieri jihadisti detenuti a Guantanamo. Il video ritrae il prigioniero, ma stavolta ci sono tre esecutori, incappucciati di nero e si vede il luogo dell’esecuzione: l’angolo di una strada della città di Mosul. Prima di ucciderlo, scorrono le immagini di dirigenti curdi e americani, le foto del leader curdo Masoud Barzani e quelle di Barack Obama. Perchè questo? Per far capire che la forza è con loro, che alla fine, le azioni americane e occidentali non rallenteranno la marcia di conquista e per dare fiducia ai combattenti dello Stato Islamico.Il titolo del video: “Un messaggio nel sangue per i sostenitori dell’alleanza curdo-americana”, non è solo un tentativo d’intimidazione, no, si va oltre. Un’iniezione di fede per la lotta ed una richiesta di rinnovato impegno a tutti i fratelli. Questo si deve leggere, questa è una conitnua e costante chiamata alle armi. Si chiama propaganda politica, è stata amplificata quando la macchina da presa ha supportato l’azione delle dittature. Ora ci sono le videocamere, i telefonini, ma la gente subisce lo stesso fascino ipnotico di un tempo; le menti vengono educate; le idee si radicano. E l’avanzata continua.

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