A proposito di quadri che vanno e che vengono, dal 20 settembre al 25 gennaio nella storica sede di palazzo Strozzi in Firenze, arriveranno oltre 90 opere, per allestire una grande retrospettiva dedicata a Pablo Picasso. Buona parte delle opere arriveranno dalla collezione del Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid, con buona pace di quelli che pensano siano difficile spostare le opere d’arte. Nella grande esposizione “Picasso e la modernità spagnola” faranno bella mostra di sé anche le tele di altri principali rappresentanti dell’arte spagnola del Novecento. Tra le opere di Picasso esposte, la celebre Testa di donna del 1910. Il confronto con altri grandi artisti spagnoli come Joan Miró, Salvador Dalí, Juan Gris, Maria Blanchard, Julio González chiarisce la riflessione sulla sua influenza su tutta l’arte del ‘900.

Questa mostra, oltre a confermare con la stretta collaborazione con il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, la grande eccellenza a livello internazionale di Palazzo Strozzi, arriva a celebrare un anno particolare che vedrà la riapertura del Museo Picasso a Parigi, il prossimo 25 ottobre, giorno in cui nacque l’artista.

Il periodo in analisi è molto ampio e va dal 1910 e il 1963 ed esplora i rapporti tra l’arte e la cultura, attraverso gli elementi che determinarono la trasformazione plastica della coscienza artistica dalla figurazione classica al cubismo, periodo in cui Picasso si era già rifugiato nel mondo del segno puro, nella ricerca dell’essenza della forma, nel vano tentativo di evitare il peso dell’essere.  Il nostro Alberto Moravia, lo accomunò ad altri due grandi artisti di espressioni diverse, James Joice con l”Ulisses” e Igor Strawinsky con “L’oiseau de feu”. E trova come elemento comune il fatto che nessuno di loro aveva niente da dire su di sé, o meglio “non volevano dirci niente sopra se stessi e dunque sul loro rapporto con la realtà, ma moltissimo sull’arte e sul loro rapporto con l’arte”.

Tutti secondo lui e Picasso per primo, più che l’anima indagatrice da artista, possedevano l’occhio del grandissimo esteta. Nonostante le tematiche di Picasso che toccavano figure di un’umanità affranta, di creature vinte dalla vita, oppresse dagli altri o da una propria dimensione mentale, nelle sue opere del periodo blù e rosa non si riesce ad intravedere una vera pietà, ma solo il pietismo di un eclettico e alessandrino manierista. Di fronte al primo Picasso non si può che rimanere ammirati per la pienezza e la completezza tecnica, per la maturità espressiva e la maestria, ma i suoi personaggi invece che essere drammaticamente e seriamente addolorati sembrano più che altro “recitare” il dolore, e ciò soprattutto in relazione al fatto che la rappresentazione del dolore non è legata allo sguardo, all’espressione, e a quello sguardo che è veramente lo specchio dell’anima, ma essenzialmente alla postura. Le spalle curve o reclinate, le braccia conserte, gli abbracci dolorosi, certe teste innaturalmente piegate sotto il peso degli affanni, non dicono il vero dolore, ma solo la tecnica dello studio e della recitazione. Nulla nello sguardo, nulla della fisiognomica ricerca di Leonardo.

Solo una violenza espressiva e uno spirito vitale, che pare essere uno spirito vitale dell’arte, che quasi si assenta dalla vita e prova a ritrovare sentieri affatto instabili nella forma di corpi che pure dovrebbero essere dolenti. Pare dire Montale che la bravura immensa di Picasso come altri nel mondo dell’arte, non risponde ad un’onestà di fondo dell’anima, ma serve a costruire un’arte che parla di se stessa, e solo di se stessa. Un’arte rifatta sull’arte, fatta di studio e di composizione, di rapporti e di corrispondenze.

Naturalmente il pensiero di un grande come Moravia va rispettato, ma non accolto completamente, perché anche se parte da un ottimo spunto di analisi, pare non tenere conto del fatto che il lavoro di ricerca dell’ambito artistico avviene sempre sull’osservazione del lavoro di quelli che ci hanno preceduto, e che poi per dire di sé non è necessario molto altro che il proprio segno.

Probabilmente il distacco dello sguardo era dovuto alla pesantezza di quello che aveva scelto di guardare, e a quella che oggi sarebbe detta l’insostenibile leggerezza dell’essere. Ma era uno sguardo giovane, dotato di un grande spirito di osservazione e che con la sua freschezza non perdonava nulla al mondo. Tutto nervi tutto brio, energia e anche violenza alle volte nel tratto. Riusciva però a tirare fuori una discreta cifra di bellezza anche dall’orribile e dallo spaventoso e lo annotava con la sobrietà dell’occhio oltre che con la sapienza tecnica, e il segno del cuore era da cercare essenzialmente nelle vibrazioni del segno stesso. Quanto si potrebbe ancora cercare in quegli sguardi che Moravia definiva vuoti, e che invece guardavano al di là, verso un oltre che ancora oggi e difficile definire.

La fuga nel cubismo fu una fuga per provare a raccontare il dolore senza assorbire tutte le negatività che si devono sopportare altrimenti. Nel segno comunque rimaneva la traccia di quella sofferenza innegabile cui cercava di dare voce. Il rifugio nel segno della dinamica cubista diceva anche una cervellotica pretesa di analizzare quasi come un medico puntiglioso, ma questa pretesa si scioglieva presto nella forza del colore che diventava un grido insopprimibile, certo quasi come un attore sul proscenio. Ma di esso il piano drammatico ed emotivo non può essere trascurato, e continuerà a riecheggiare a lungo nella storia dell’arte e dell’uomo.

Qualcuno dei suoi critici del passato, come Francois Charles, nella recensione alla Gallerie Vollard, in “L’Ermitage”, gli consigliò per il suo bene di non dipingere più di una tela al giorno. Nemmeno lui aveva capito l’insopprimibile esigenza, che portava Picasso a dire: l’ispirazione esiste, ma vuole trovarti al lavoro.

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