Le tesi secessioniste dei neoborbonici – Nel momento storico in cui il partito politico della Lega nord sta incontrando una crisi di consensi, rispetto al periodo d’oro quando era al governo del Paese con Silvio Berlusconi, le spinte indipendentiste che vorrebbero mettere in discussione l’unità d’Italia non cessano di esistere. I social network sono, ormai, degli indicatori dell’umore dei cittadini e così se nascono diversi gruppi che si definiscono “neoborbonici” e che esaltano la condizione sociale ed economica del Regno delle Due Sicilie, è un segnale di un cambio d’opinione sempre più diffuso. Dietro ricordi storici, spesso strumentalizzati per fini privati, si nasconde una vena secessionista non così differente da quella del Carroccio. Gruppi come “Sicilia borbonica”, “Napoli borbonica” sono all’ordine del giorno. I problemi del Mezzogiorno, dovuti in parte a questa dinastia, sono stati scaricati sulle spalle del Risorgimento e dei suoi eroi. Eppure basterebbe un buon libro di storia per comprendere come i fatti sono distanti da quello che viene sostenuto dai nostalgici dei Borboni. Addirittura, secondo una visione del genere, la condizione attuale della città di Napoli, sarebbe una conseguenza dell’Unità d’Italia.

Quando il Risorgimento era l’orgoglio dell’Italia – Dicerie, credenze che in epoca di crisi economica si radicano con facilità tra la popolazione. Sono lontani i tempi in cui il Risorgimento, seppur con letture differenti, era il vero collante in grado di unire gli italiani divisi su posizioni politiche distanti tra loro. Esclusa l’epoca buia della dittatura fascista e quella controversa del dopoguerra, il Risorgimento era lo scatto d’orgoglio per gli italiani. Il periodo in cui erano presenti le nostre origini, l’idea di patria creata in epoche precedenti ma concretizzata soltanto con figure come Cavour. Il concetto risorgimentale era così forte, al punto che personaggi come Antonio Gramsci, Benedetto Croce, Giovanni Gentile e Piero Gobetti esalteranno quel momento seppur da visioni diverse e senza risparmiare critiche. Molto interessante è la riflessione di Benedetto Croce sul Risorgimento. Il filosofo abruzzese è autore di opere decisive su questo tema come La rivoluzione napoletana del 1799, Una famiglia di patrioti ed altri saggi storici e critici, Storia del Regno di Napoli, Scritti e discorsi politici ed in particolare sono fondamentali la Storia d’Italia dal 1871 al 1915 e la Storia d’Europa del secolo decimonono.

Croce e l’eccezione italiana – In quest’ultimo testo, una delle date fondamentali ricordate da Croce è senza dubbio il 1848, ovvero un anno che è sinonimo di rivoluzione, di grande fermento nelle popolazioni d’Europa. Il filosofo nota come le rivoluzioni liberali – nazionali dell’epoca fossero figlie del moto iniziato nel 1815 e avessero allargato la rivolta sia al popolo germanico che a quello italico. L’entusiasmo, l’ondata di euforia del ’48 svanì presto a causa di un processo di restaurazione diffuso in tutta l’Europa ad eccezione, secondo Croce, dell’Italia in cui si conserveranno alcune delle esperienze importanti e fondamentali del ’48 come «le cinque giornate di Milano e le dieci di Brescia, Curtatone e Montanara, Goito, Roma, Venezia e altri fulgenti ricordi di eroiche imprese», le quali si dimostreranno decisive per gli avvenimenti successivi. Croce precisa che in un’Europa attraversata da venti reazionari l’unica eccezione, più che l’Italia ancora politicamente non esistente, era rappresentata dallo staterello del Piemonte, «nel quale il movimento liberale e nazionale non aveva sofferto interruzione e anzi, in mezzo all’uragano reazionario, parve come detergersi e purificarsi, farsi più chiaro nei concetti, più sicuro del cammino da percorrere».

Risorgimento? No, sorgimento – Il Piemonte incarnava gli ideali della futura Italia ed accoglieva tutti i patrioti esuli che condividevano il sogno tricolore.  Anche per questo ultimo motivo agli occhi del Croce il Piemonte «era il solo paese d’Europa fattivamente rivoluzionario». Negli ultimi anni infatti era diventato uno stato moderno e civile e tale continuò ad essere quando Cavour ne assunse la guida del governo. Una figura, quella di Cavour descritta positivamente da Croce che lo presenta come colui che aveva amato «dal profondo dell’anima sua, la libertà, quanto aveva sempre odiato il potere assoluto». Il filosofo presenta Cavour come un personaggio che si spese molto affinché prendesse corpo il suo progetto di attuare l’unità d’Italia a partire dal maturo Piemonte. Croce è convinto del ruolo decisivo del Piemonte: «Così chi ha l’occhio allo svolgimento della vita morale non può non scorgere nell’opera del Piemonte dopo il ’48 la continuazione e insieme la ripresa dell’azione rivoluzionaria in Europa».  La successiva guerra di Crimea viene interpretata come una conferma a questa tesi.  Sarà proprio lo scontro bellico che permetterà a Cavour di fare emergere a livello internazionale, grazie alle alleanze del Piemonte con Francia ed Inghilterra, la questione italiana. Simili avvenimenti conducono Croce ad affermare che «il processo della indipendenza, libertà e unità d’Italia meriterebbe di essere detto il capolavoro dei movimenti liberali-nazionali del secolo decimonono». In questo senso, più che di Risorgimento si dovrebbe parlare di “sorgimento” perché, «per la prima volta nei secoli nasceva uno stato italiano con tutto e solo il suo popolo, e plasmato da un ideale».

Gramsci e la rivoluzione mancata del Risorgimento – Invece la visione di Antonio Gramsci del Risorgimento e della sua influenza che questo momento storico ha avuto nelle vicende italiane, subisce inevitabilmente il peso del marxismo che incide in modo determinante sulle concezioni filosofiche, politiche e storiche del filosofo sardo. Infatti, per il filosofo marxista a differenza di Benedetto Croce, «il Risorgimento era inteso come conquista regia», una rivolta passiva, una rivoluzione mancata per utilizzare ancora una volta la definizione di Vincenzo Cuoco, un’occasione persa per l’Italia che non ha saputo guardarsi intorno, non è stata in grado di imparare dalla Rivoluzione francese e farsi giacobina. Secondo Gramsci, il Risorgimento ha fallito come rivoluzione perché non ha saputo coinvolgere tutta la popolazione rimasta assoggettata al volere dei moderati del Partito d’Azione. Gramsci ha manifestato i suoi dubbi sul periodo risorgimentale e su come esso sia stato interpretato in diversi scritti sostenendo la tesi che l’unità nazionale è un processo rimasto incompiuto perché la rivoluzione italiana è stata un movimento passivo, conservatore, animato dal Partito d’Azione che non ha mantenuto un legame fecondo con il popolo ma anzi per certi versi si è dimostrato un partito d’elité. Ciò che è mancato all’Italia, insiste Gramsci è una buona dose di giacobinismo che avrebbe permesso di leggere alcuni momenti storici del Risorgimento sotto prospettive diverse.

Le critiche a Croce e la necessità di collegarsi alla Rivoluzione francese – Gramsci e Croce considerano quindi il Risorgimento in maniera opposta. È interessante ricordare che Gennaro Sasso critica l’incapacità di Croce di non rendersi conto del parziale fallimento della rivoluzione liberale risorgimentale. Agli occhi di Sasso uno degli scritti del Croce, La storia d’Italia dal 1871 al 1915, si è dimostrato «inidoneo a cogliere nel vivo dei processi sociali le insufficienze profonde dalle quali sarebbe nato». È una tesi non molto dissimile da quella che era stata di Gramsci, secondo cui l’errore principale di chi ha avuto un ruolo politico importante durante il  Risorgimento è di non averlo trasformato in giacobinismo e quindi di non essere stato in grado di entrare in contatto con l’esperienza della Rivoluzione francese. Il Risorgimento, dunque, per Gramsci è stata una sorta di rivoluzione a metà, un’incompiuta. Dal punto di vista del fondatore dell’Unità, il Risorgimento avrebbe dovuto incarnare di più le esigenze dell’Italia. Gramsci criticava questo momento storico e desiderava fosse più incisivo.

Gentile e il suo legame tra fascismo e Risorgimento – Nel dibattito sul Risorgimento tra Croce e Gramsci si inserisce Giovanni Gentile. Bisogna ricordare che non si può parlare della visione del teorico dell’attualismo senza tener conto dell’importante influenza che nella sua vita e nei suoi studi ebbe il fascismo. Gentile decide di aderire al regime il 31 maggio 1923 dopo che gli era stata offerta la tessera del partito ad honorem. Certo, il regime aveva già manifestato i suoi caratteri violenti, autoritari e questo spinse subito il filosofo siciliano a distinguere «perché, non c’è dubbio, c’è fascismo e fascismo»e Gentile voleva «collocare se stesso in una delle parti del fascismo, e non in tutte, di farsene caratterizzare e, soprattutto, di caratterizzarla lui, con il prestigio del suo nome e con il peso della sua opera filosofica e culturale». In particolar modo Gentile voleva presentare il movimento fascista come “l’erede legittimo e più autentico” del Risorgimento, in poche parole «il fascismo appariva a Gentile una sorta di conclusione della storia d’Italia».

Gobetti e il Risorgimento – Gentile al pari di Croce era consapevole dell’esistenza di una nazione italiana precedente l’unità politica raggiunta con il Risorgimento. Secondo Gentile, per essere più precisi, si dovrebbe parlare di un’unità culturale maturata tramite importanti fasi storiche del nostro Paese come il periodo dell’Impero romano, l’età dei Comuni ed il momento umanistico e rinascimentale. Se ci si addentra nelle visione che Gentile aveva del Risorgimento, non si può non menzionare la figura di Piero Gobetti che considera il periodo risorgimentale come “una rivoluzione fallita”. Con questa espressione si riprende una definizione che aveva in Vincenzo Cuoco prima ed Antonio Gramsci poi due sostenitori convinti, ma Gobetti a differenza di queste due eminenti personalità era giunto ad una conclusione del genere perché era convinto che in Italia ci fosse una reale assenza di libertà e questo «fu attraverso i secoli l’ostacolo fondamentale per la creazione di una classe dirigente, per il formarsi di un’attività economica moderna e di una classe tecnica progredita». In Italia, aggiunge Gobetti, non vi fu mai una vera coesione, una vera unità politica perché il nostro Paese non si dimostrò in grado di abbracciare un personaggio come Martin Lutero e la sua Riforma ma prese il sopravvento Niccolò Machiavelli, “un teorico della politica, un isolato” che secondo Gobetti non poteva realizzare un’autentica riforma «che penetrasse nella profondità delle coscienze» perché «i suoi concetti non trovarono uomini capaci di viverli, né un terreno sociale su cui fondarsi». È con questi motivi che secondo Gobetti si può spiegare la debolezza dell’Italia nel periodo risorgimentale che come momento storico fallì perché «la conquista dell’indipendenza non è stata sentita tanto da diventare vita intima della nazione stessa, non è stata opera faticosa e autonoma di formazione attivamente spontanea».

L’ammirazione di Gentile e Gobetti per Alfieri e i valori risorgimentali – In sostanza per Gobetti il Risorgimento è un processo rimasto incompiuto e prima che l’Italia paghi le conseguenze di tutto questo, il pensatore indica un’ancora di salvezza nella “rivoluzione liberale”. «Il tema della rivoluzione liberale – argomenta Gobetti – prevedeva che il concetto della libertà e dell’autonomia, che il liberalismo italiano non aveva attuato altrimenti che inserendolo e così, in sostanza, tradendolo, nella mediocrità del compromesso, diventasse la fede di un nuovo soggetto politico, il proletariato, e che Cavour, Mazzini, Cattaneo, Marx transvalutassero sé stessi nel fuoco di questa grande impresa». È qui che emerge un punto di contatto tra Gentile e Gobetti, un incontro che avverrà a partire «non tanto dal Risorgimento e dalla valutazione che dovesse darsene, quanto piuttosto dall’idea critica, polemica, negativa che, con argomenti diversi da quelli messi in campo dal giovane scrittore piemontese, anche il filosofo idealista aveva delineata della storia d’Italia». Inoltre entrambi ammirano la figura di Vittorio Alfieri presentato come «il profeta di un’altra Italia, aperta alle idee e nemica della pura letteratura, decisa al riscatto della sua inferiorità politica e morale, l’annunziatore di un nuovo verbo; che avrebbe dovuto, per Gobetti, essere realizzato in una rivoluzione liberale attuata con il decisivo concorso del movimento operaio, e, per Gentile, in un rinnovamento profondo delle coscienze, eseguito da una forza nuova, il fascismo, erede bensì del passato ma non solidale con le sue miserie». Risulta chiaro da queste note come Gobetti e Gentile abbiano due differenti visioni politiche ma li accomuna il desiderio di far voltare pagina all’Italia, di ricondurla nell’alveo di quei valori risorgimentali ormai svaniti da tempo. Ideologie differenti, ma accomunate dall’ammirazione per il Risorgimento. Forse l’Italia, proprio oggi, avrebbe bisogno di questo spirito patriottico.

© Riproduzione Riservata

Commenti