L’idea di istituire un Museo dell’Immigrazione in Italia, è nata per far parlare loro “i migranti”, che sono diventati “immigrati”, nel nostro paese e che con il tempo, ce l’hanno fatta “a diventare italiani”, entrando in sintonia con quello che è ora, anche il loro Paese.

In fondo, quanti di noi sono figli di immigrati, gente che per trovare una vita migliore, si è spostata, da sud a nord, meridionali che hanno cambiato il tessuto delle città oppure, ci si è trasferiti all’estero. Tra i miei ricordi di famiglia, ad esempio, c’è la storia del mio bisnonno materno, che nei primi del ‘900, andò a cercare fortuna in America. Lui fu uno di quelli che venne registrato, appena sbarcato ad Ellis Island. Lo so, perché avendo tempo fa trovato dei documenti, tramite la rete, ho fatto ricerche, che mi hanno restituito una pagina di storia familiare. Ho ritrovato il suo nome e cognome, che però come tanti dei nostri parenti lontani, è accaduto fosse storpiato. Ma era lui, era il padre di mia nonna; le date corrispondevano anche dai racconti fatti in famiglia. Il mio bisnonno non rimase a lungo negli Stati Uniti, lavorò per un po’ di tempo e dopo decise di tornare a casa. Ed amava dire che lo fece, “per amore della patria, e per amore dell’amore”. A casa, in Sicilia, conobbe la mia bisnonna, qui si sposò ed ebbe due figli, un maschio che vide piccino ed una femmina, mia nonna, che non vide mai, perché la mia bisnonna era in attesa quando lui partì per “amore della patria”, a combattere nella Prima Guerra Mondiale. Non lo conobbe mai mia nonna, suo padre, perché non fece mai ritorno, risultò disperso ed alla mia bisnonna fu donato un quadro che lo ritraeva insieme ad altri dispersi.

Ho narrato questa storia intima perché, il senso del “Migrador Museum” è esattamente lo stesso di quello di altri musei dell’immigrazione: far conoscere attraverso i loro occhi e le loro storie, chi sono i protagonisti delle nuove migrazioni. Quelli che hanno contribuito e contribuiscono a cambiare l’Italia e non in senso negativo. Il fatto che si tratti di un museo virtuale, realizzato come sito, è eccezionale perché così come io ho ricostruito un pezzo della storia della mia famiglia con i confronti di dati e la ricerca in rete, avvalora il metodo dell’uso dei nuovi strumenti d’informazione per colmare vuoti ed avvicinare parti del mondo che altrimenti, rimarrebbero distanti nell’incomunicabilità. Ci sono “finestre” per conoscere le biografie di queste persone che vivono e lavorano nel nostro paese; provenienti dai luoghi più disparati. Così come noi abbiamo fatto e facciamo ancora, anche loro giungono in Italia o perché hanno qui un parente o la moglie o il marito. Oppure vengono per ragioni di lavoro o per motivi di studio e perfezionamento, chi magari perché è venuto in vacanza e per amore dei luoghi, decide di far diventare questa la propria casa. Certo, ci sono quelli e sono tanti, che sono qui di passaggio perché la loro destinazione finale è altra, il Nord Europa oppure sono qui per disperazione, in fuga dalla fame, dalla violenza, dalla guerra e dai genocidi. Sono qui per salvarsi la vita. E la rischiano la vita per arrivare da noi, lo sappiamo bene come funziona. Le cronache quotidiane, sono piene zeppe delle storie dei barconi, degli scafisti e dei morti che galleggiano nel nostro mare.

Il creatore del “Migrador Museum”, Martino Pillitteri, spiega che le storie, le testimonianze “sono tutte narrate in prima persona”. Lui le trascrive esattamente così come gli vengono narrate. Ed ogni settimana ne esce una nuova. Ed è sempre lui che motiva questa scelta, parlando di Ellis Island a New York, e le sensazioni provate quando lo visitò. Da allora, l’idea di un museo dell’immigrazione  anche in Italia, a Milano, è stato il suo chiodo fisso. “Per ora è solo nel web, in futuro chissà”. Ma lo schema adottato, è lo stesso di quello di Ellis Island. Se ci sono oggetti dei migranti, il museo virtuale propone una galleria fotografica con i volti di queste persone e gli oggetti personali perché “contribuiscono a rendere più emotive le storie. In fondo, la gente non si ricorda tanto quello che gli viene detto o raccontato, si ricorda, invece, di più come gli altri ci fanno sentire”. Ci sono nordafricani, filippini, colombiani, un’umanità varia e ricca.

Un’altra particolarità di questo museo virtuale, è l’esperimento di mostrare come sarà l’Italia tra cinquant’anni e lo si fa attraverso la narrativa. Una volta al mese, viene pubblicato un racconto di fantasia. E Pillitteri dice: “Quando saranno 12, li raccoglieremo in un ebook dal titolo ‘L’immigrazione raccontata dal futuro”.

Se si va a curiosare all’interno del sito, si troveranno i motivi che hanno spinto a creare il “Migrador Museum”. Chi è giunto qui lo ha fatto “non sempre ieri per una scelta convinta, oggi per rimanere con entusiasmo e coerenza” E perché l’Italia? “I migrador lo raccontano. Qui le storie, gli aneddoti, le memorie, le fotografie troveranno lo spazio a imperitura memoria”.

E andando a leggere la Mission del sito non si può rimanere indifferenti al messaggio che contiene: “L’Italia ha un patrimonio sconosciuto. È composto da tesori sotto forma di storie, di esperienze, di linguaggi, di idee, di coraggio, di sacrificio, di colori, di sapori, di competenze di migliaia di persone senza volto e senza nome che hanno vinto una grande sfida: iniziare una nuova vita in un altro ambiente, in un’altra lingua e con codici culturali diversi.

Alcune storie ed esperienze superano anche la nostra immaginazione. Altre hanno la capacita di saper raccontare la storia del paese mentre cambia. Noi crediamo per il meglio. E ci affidiamo alle memorie dei migrador per dimostrarlo, dando loro voce, chiamandoli per nome, guardando i loro volti e ascoltando ciò che hanno da raccontare”.

Il “Migrador Museum” vuole scuotere all’interesse verso “le tematiche interculturali” e “ragionare e lavorare con l’approccio del successo dei migranti” apre un nuovo modo dividere il migrante, che è parte della società che lo ha accolto e può garantirne crescita e stabilità sociale. Non possiamo girarci dall’altra parte perché la nostra è una società multietnica e multirazziale, lo vediamo nei luoghi di lavoro, a scuola, ovunque. Nella squadra del “Migrador Museum”, c’è una redazione ed un comitato scientifico, anch’esso multietnico che pone le proprie competenze e la propria passione, al servizio di questo progetto; e tra i “Supporter” ci sono l’AVIS (Associazione Volontari sangue) e il CESVI Onlus.

Ora dato che con una narrazione si è aperto, sembra giusto chiudere con un’altra narrazione, che è quella di uno dei protagonisti del “Migrador Museum”, non un italiano immigrato all’estero, ma uno straniero venuto qui in Italia. Lui si chiama Jamal Ainane,è marocchino ed è qui da noi per lavoro.

Jamal racconta: “La mia più grossa fortuna? Quella di essere stato povero. Anzi poverissimo. Poi ci metto anche due valori (sfighe) aggiunti: sono stato sfruttato e sottovalutato. In Italia è cambiato tutto. Ma mai la mia attitudine nei confronti della vita.

Qui in Italia è in atto il mio riscatto, tuttavia, nonostante le soddisfazioni che sto avendo, non considero le mie ultime vittorie come delle rivincite. Ho sempre avuto fede che il meglio dovesse ancora venire. E quel meglio lo sto conquistando in Italia.

Sono nato a Casablanca. Ho 7 fratelli e 2 sorelle. Io sono il penultimo. Sono cresciuto in una famiglia in gravi difficoltà economiche. Mio padre ci ha mantenuti per miracolo.

Vivevamo tutti in 50 metri quadrati. Dividevo la stanza da letto con 4 dei miei fratelli. Ho studiato fino alle superiori poi mi sono messo a lavorare. Non avevo sogni particolari”.

Il resto della storia potrete leggerlo voi, sul sito del “Migrador Museum”, ma la storia è a lieto fine ed è una storia che dovrebbe ricordarvi molte di quelle storie, che avete sentito raccontare dai  vostri parenti. Oggi Jamal vive e lavora a Milano. Parla arabo, francese, italiano; sta imparando l’inglese e vuole imparare il russo e il cinese. Lui è partito da zero, come molti di noi, ma ha visto in Italia il paese delle opportunità. Dice: “Non mi sento giudicato dagli altri per le mie idee, le mie scelte. Qui sono incoraggiato a pensare con la mia testa”. E se Jamal, ha visto il nostro Paese come un luogo dove scrivere una storia diversa, nonostante le difficoltà e la crisi, forse anche noi che qui ci siamo già, dovremmo fare altrettanto e ricordarci, come eravamo dopo la guerra e come ci siamo tutti, rimboccati le maniche per tirarlo su dalle macerie, questo Paese.

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