La maggior parte degli italiani non ha ancora compreso precisamente cosa diavolo è l’ormai famoso, per quanto se ne parla, anche se in maniera indebita, Expò 2015. Fior di economisti lo presentano come una vetrina del mercato globale che potrebbe rivelarsi il motore per una forte accelerazione nel cammino della ripresa del paese, sia economica che culturale. Altri lo leggono come l’ennesima bufala del potere e ci piace ricordare l’articolo di Michele Serra “in satira preventiva” per l’Espresso, in cui avanza ipotesi che sfiorano un testo di satira politica ed economica al contempo, ma in fondo finisce per fare le domande e le osservazioni serie di chi vuol capire. Altri forse lo hanno già preso terribilmente sul serio e hanno cominciato a guadagnarci a man bassa, e sarebbero quelli degli appalti truccati, la gente del malaffare di ogni regione che l’Antimafia aveva avvertito di tenere lontani dagli appalti, e che la prefettura non è riuscita a isolare. È partita così la danza di faccendieri vari e di cassieri delle mazzette che aggiravano i controlli con la compiacenza della banda di politici e funzionari corrotti.

Quello che è incomprensibile è la serie di buffe richieste di spostamenti delle opere d’arte sparse sul nostro territorio, è anche la serie di buffissimi rifiuti, perché al di sotto di questo valzer di richieste e rifiuti è chiaro che si nascondono interessi personali e personalismi di sorta. Lo scorso venti agosto il presidente della Lombardia, Roberto Maroni, e Vittorio Sgarbi hanno scritto una lettera al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini per chiedere ufficialmente di esporre a Milano i Bronzi di Riace durante l’Expo del 2015. “Soltanto ignoranza e la malafede li legano esclusivamente alla Calabria” – hanno sottolineato i due, aggiungendo che l’argomento della loro fragilità “è un’evidente menzogna di chi diffonde terrorismo”. Al contrario le due statue sarebbero “trasportabilissime”

Un’altra richiesta sarebbe stata avanzata anche per un opera dell’Arcimboldo, l’artista che dipingeva nature morte con gli ortaggi e la frutta, creando immagini che sembravano altro. Galimberti il sindaco di Cremona, non ha concesso lo spostamento de “L’ortolano”, titolo dell’opera, che ha ispirato anche il logo-mascotte di Expò 2015, e Sgarbi col suo fare, chissà se veramente da ambasciatore della Cultura della Regione Lombardia per l’esposizione universale, continua a tuonare: “Ma quale Arcimboldo, io sto lavorando per portare all’Expo dagli Uffizi di Firenze la ‘Venere’ di Botticelli, oltre che i Bronzi di Riace”. E continua : “Pensare che Expo sia un Bengodi da cui tutti dovranno trarre vantaggio è da mentalità malata”. Ora noi stimiamo Vittorio Sgarbi per la sua preparazione culturale e sommamente per quella legata alla storia dell’arte, ma anche se detta da una persona con la sua verve e il suo coraggio mediatico, non possiamo condividere questa affermazione.

A cosa dovrebbe servire l’Expò se non a portare vantaggi di visibilità e vantaggi economici a tutto il paese? Perché si devono per forza prestare le opere d’arte invece di invogliare le persone a vederle nel luogo dove sono storicamente ospitate, recando vantaggi anche a quel turismo? E infatti le opinioni, “more” italico, sono divise. C’è chi dice che chi ama davvero l’arte e vuole vederla può andare certamente da Milano a Cremona e anche a Reggio Calabria o a Firenze. D’altronde se uno vuol vedere la piramide di Cheope va con il cammello e un bel copricapo nel deserto e non aspetta le esposizioni universali… altrimenti ci sono i libri di storia dell’arte! Lasciamo che chi vuole godere di queste opere vada lì e incoraggiamo il turismo. Non si possono spostare le opere grandi come le Piramidi o il Colosseo, ma questo alle volte può valere anche per le opere d’arte più piccole e trasportabili. La gioconda infatti che “viaggia”, è una copia, mentre l’originale rimane fermo in Francia. E guai a chi la tocca. Ma forse i francesi sono meno illuminati di Sgarbi. I Bronzi di Riace poi sono al centro di una diatriba che ne mette in discussione la loro trasportabilità, ma se si volessero valorizzare ancora meglio, sarebbe utile migliorare la loro esposizione nell’attuale residenza, che è il Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, e non portarli in giro per il mondo. Dall’altra parte c’è chi dice che lì non li vanno a vedere nemmeno i Calabresi, dati alla mano, quindi cosa ci sarebbe di male nel portarli a Milano? Ma affermare che sistemare un opera in un luogo pubblico può avvantaggiare le persone che non possono visitare i musei, è un affermazione che lascia perplessi. Perché una persona che non vuole andare in un museo dovrebbe prestare attenzione ad un opera sistemata in un padiglione o all’entrata di un grande mercato?

L’Italia affoga proprio nel mare di queste chiacchiere sterili.
 Spostare le opere d’arte dovrebbe essere una cosa affidata a dei tecnici in grado di assumersi, con le dovute precauzioni, le responsabilità caso per caso, e non a una richiesta del sistema politico, osservando con cura anche il risvolto della ricaduta pubblicitaria sull’ente o sul comune che la mette a disposizione. Tanto per cambiare per la Venere di Botticelli deciderà il ministro. 
Dovremmo vivere di turismo, ma moriamo di burocrazia e campanilismi.

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