Un osservatore esterno, resta basito dai repentini cambiamenti sul piano strategico e diplomatico che accompagnano i numerosi fronti di crisi, aperti da Est ad Ovest in quest’ultimo anno. Azioni d’assalto, posizioni da difesa, schieramenti. Ritiro di truppe, invasioni territoriali camuffate dal sostegno alle popolazioni, raid aerei mirati, civili che fanno parte delle perdite necessarie. Dominio in nome di leggi che dovrebbero regolare la convivenza e che vengono messe in discussione, perché ritenute lesive di parti di quella medesima società. Idee inculcate a forza e eliminazione di chi non si omologa al servizio del più forte. Preoccupazioni legate ad economie interne ed esterne, investimenti in armi e investimenti sulle risorse, che tagliano la torta in favore di chi ha soldi per pagare. Confini rivisti, linee ritracciate e la diplomazia, prova a mediare perché la diplomazia è composta da quegli Stati e quei Paesi, che più o meno tutti, hanno ruolo politico ed economico in quella crisi. E dunque dato che hanno investito nei luoghi della crisi, quando la situazione va fuori controllo, allora si devono proteggere gli assetti di partecipazione già costituiti e gli investimenti. Perciò, oltre all’impegno per la difesa di diritti fondamentali dell’uomo, bisogna porre un termine alle crisi perché se i costi diventano più alti rispetto ai benefici, allora si andrà in perdita.E le perdite saranno globali.

Striscia di Gaza – L’Egitto il grande Patron, l’artefice della tregua tra Israele e Hamas, dopo 50 giorni di guerra. I nemici di sempre, sono riusciti a sedere ad un tavolo. Certo Hamas non ha perso l’occasione per ribadire, che la maggior parte del merito spetta a loro. Ed in effetti, la richiesta ad Israele dell’apertura dei valichi di confine, tutti i valichi, non era semplice da attuare, poi c’è stato l’ottenimento degli 11 chilometri per la zona di pesca di fronte a Gaza. Sulla smilitarizzazione della Striscia, chiesta invece da parte israeliana, il discorso sarà affrontato tra un mese. E il portavoce di Hamas ha sottolineato, il fatto che Gaza è dei palestinesi e non di Israele e che “siamo noi e non Netanyahu a dire ai palestinesi, potete rientrare nelle vostre case”. Ora non entrando di nuovo nelle repliche israeliane sulle vittime che potevano essere risparmiate, qualora Hamas avesse accettato il piano sottoposto dall’Egitto un mese fa, la diplomazia ha ottenuto un buon risultato. Ma la popolarità di Netanyahu è in calo, e dopo la dichiarazione della tregua, entrata in vigore ieri alle 18, ora italiana, tra le ultime vittime della guerra, ci sono stati due civili israeliani colpiti dal mortaio e tre palestinesi a Gaza morti sotto i raid. Ora è tempo di ridare sollievo alle popolazioni di Gaza e Israele e gli aiuti per la Striscia passeranno dai valichi israeliani e dal valico egiziano di Rafah, che sarà aperto ma sotto il controllo dell’Autorità Palestinese di Abu Mazen e non di Hamas.

I negoziati non sono conclusi ma la tregua totale di 32 giorni, darà modo di riprendere una parvenza di vita normale. Ancora da discutere, sono le richieste palestinesi della “riapertura del porto di Gaza e dell’aeroporto internazionale, l’estensione del limite marittimo di pesca, un corridoio terrestre tra Gaza e la Cisgiordania”. Israele punta, come detto prima, alla smilitarizzazione e al disarmo di Hamas e dei gruppi di miliziani e allo smantellamento “della rete di tunnel che giunge fin dentro il confine”.

Un accordo di tregua, “accolto con prudenza”, in particolare da parte israeliana e carico di polemica, da parte delle comunità ebraiche nelle vicinanze della Striscia, che hanno subito i colpi più duri dall’inizio del conflitto. Ed è qui che il consenso a Netanyahu è precipitato, passando dall’ 82% dall’inizio delle operazioni, al 38% di oggi.

Le stime dei morti nella Striscia, sono di più di 2 mila, un quarto di essi, sono bambini. Ci sono oltre 11 mila feriti e un terzo resterà disabile. Per la ricostruzione, la Caritas di Gerusalemme, ha stimato che ci vorranno dai 7 ai 10 anni. Le case sono totalmente distrutte ed “un quarto della popolazione vive nelle scuole” e i 400 mila bambini che vivono nella Striscia dove andranno, visto che a breve inizierà l’anno scolastico, se questi edifici sono occupati da sfollati?

Iraq-Siria – Decapitato James Foley, il reporter americano da uno jihadista britannico, su cui l’intelligence sta lavorando, un altro ostaggio americano Peter Theo Curtis, invece domenica 24 agosto, è stato liberato ed è già rientrato in patria. In Iraq, nonostante la lotta su campo dei Peshmerga curdi e i raid aerei americani contro le postazioni dell’Isis, la guerra continua ed anche l’epurazione delle minoranze: cristiani, yazidi, turcomanni. Questi ultimi, sono stati trattati anche con maggiore ferocia rispetto agli yazidi ma la Sira di Bashar al-Assad, vista la situazione incontrollabile nei suoi territori, dove l’Isis minaccia anche il fronte governativo, ha deciso di aprire alla disponibilità dei voli di sorveglianza americani in territorio siriano. Ma la Casa Bianca attraverso il suo portavoce, Josh Earnest, ha fatto sapere che “non vi è alcun progetto di coordinamento con il regime di Assad”. Prima di programmare attacchi per colpire l’Isis anche dall’interno dei territori siriani, gli Stati Uniti vogliono fare dei voli di ricognizione, sebbene Obama  abbia detto “no” agli interventi militari qui. Ma dato che Damasco ha attuato raid aerei contro l’Isis nella regione nord-orientale di Deyr az Zor, l’idea che una sorta di accordo tra Siria e Stati Uniti sia stata raggiunta, non appare poi così infondata. I miliziani dell’Isis, invece, ancora puntano alla diga di Mosul ma i curdi stanotte, hanno respinto i loro tentativi ed a quanto sembra, l’Iran avrebbe contribuito al loro riarmo. La dichiarazione è stata fatta dal Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, precisando che “sono state inviate armi ed equipaggiamenti, in quanto i curdi sono in grado di contenere l’Isis da soli”. Inoltre, l’Iran per il momento, non interverrà in alcun modo con l’invio di truppe ma qualora le due città sciite di Kerbala e Nayaf dovessero cadere in mano ai miliziani, allora il Presidente iraniano Hassan Rouhani, ha fatto sapere che “l’Iran interverrà militarmente e senza vincoli”. Le due città infatti sono considerate luoghi santi dell’Islam, dopo la Mecca e Medina. In Iraq, dagli ultimi aggiornamenti risulta che sono stati sterminati 700 turcomanni sciiti del villaggio di Beshir, nel nord. E l’Iran non ha gradito né l’attacco alla moschea sciita a Baghdad né il massacro dei turcomanni, che interpreta come una minaccia alla sopravvivenza della sua stessa gente, dato che è un Paese a maggioranza sciita.

Ucraina – Dal Medio Oriente, ai territori dell’ex Unione Sovietica, anche qui sembrano essere state raggiunte posizioni importanti. Il vertice bielorusso di Minsk tra Putin e Poroshenko, durato più di due ore, ha dato i primi frutti. La tensione resta alta tra i due, pure se mediata dal Presidente bielorusso, ma le “prove di dialogo” sono state ufficialmente avviate, dopo che lo stesso Poroshenko, aveva deciso di sciogliere il Parlamento per pianificare le nuove elezioni, previste per il prossimo 26 ottobre. Dal  bilaterale, è uscito l’annuncio che Russia ed Ucraina “hanno raggiunto un’intesa per la creazione di un gruppo di contatto sulla crisi” nell’est dell’Ucraina. Un’apertura favorita dall’Ue con l’asse Parigi-Berilino-Bruxelles, che ha fatto dichiarare persino a Putin la disponibilità “a fare il possibile per favorire la pace e che Mosca sarebbe pronta a fornire il suo sostegno per il raggiungimento di un accordo tra Kiev e i ribelli filorussi di Donetsk e Lugansk”. Un punto è stato fissato, ma ancora non sono state chiarite le mosse espansionistiche di Mosca sui territori ucraini, sotto l’egida dell’umanitarismo e ci sono accordi economici legati al’uso del gas, che non sembrano essere stati risolti.

Il clima quindi pur se predisposto al miglioramento delle condizioni geopolitiche, ancora, è lungi dall’esser sereno, e tra tregue e prove tecniche di dialogo dal Medio Oriente all’Ucraina, il filo dell’equilibrio è sempre sottile. In mezzo, passano le scariche del Nord-Africa e dell’Africa Occidentale, instabile ai massimi storici, tra conflitti interni, fughe di massa e il flagello dell’Ebola.

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