Ci inoltriamo sul terreno scivoloso della poesia, il luogo dove secondo la più antica definizione di essa, è possibile portare qualsiasi cosa dal non essere al mondo dell’essere. E mentre Platone provava a coglierne l’essenza fondante, a portarci in questi territori dalla difficile identificazione è uno dei maggiori poeti contemporanei tedeschi, Durs Grubein, che ritrova il valore fondante della poesia nel rapporto che i versi costruiscono con il singolo lettore.

Grubein nacque a Dreda nel ’62 e studiò teatro presso l’Università Humboldt di Berlino, ed è passato attraverso tutte le tensioni sociali della Germania dell’est, fino alla riunificazione. In tutta la sua produzione in parte ancora inedita in Italia ad esempio esiste una raccolta raccolta  intitolata “La notte in cui cadde il muro”, che racconta anche del suo incontro con le tematiche sociali.

A Portonovo di Ancona partecipando al nono festival “La punta della lingua”, in cui ha presentato una serie di suoi componimenti, Grubein ci introduce nel suo territorio poetico mettendone in risalto la sua valenza individualistica e la funzione sociale. “La poesia non è un bene di consumo che si compra al supermercato” – ha detto – “ma l’espressione di un rapporto intimo tra l’opera e il singolo lettore. Rappresenta il massimo dell’individualismo e la sua funzione sociale è quella di combattere l’omologazione culturale”.

Nel tentativo di combattere l’omologazione Grubein ha sempre messo in primo piano l’individualità percettiva, una struttura emotiva personale che trasforma il luogo della poesia in un incontro tra l’opera e il singolo lettore.

È raccolta questa poetica in una domanda elementare che rivolge al lettore in uno dei suoi componimenti più rappresentativi, in cui sono riassunti il suo amore per il verso, per l’arte e per l’avventura dell’uomo, e nel caso specifico nell’avventura della donna e del suo corpo tanto ferocemente sfruttato e lacerato, specialmente durante le guerre.

“Was will die Frau?”, cosa può volere questa donna?

Lo spunto gli viene dato dall’osservazione di una delle sculture presenti nel colonnato sull’isola dei Musei di Berlino. In questo impianto restaurato e riaperto al pubblico nel giugno del 2010, si staglia la figura di un arciere nell’atteggiamento di scagliare una freccia  il cui tragitto immaginario va al di là del colonnato. La statua in bronzo “nel colonnato”, che da il titolo alla poesia è quella di una giovinetta nell’atto di scagliare una freccia. Fu realizzata agli inizi del ‘900 da Lepcke Ferdinand, e la composizione rigorosa e formale tradisce l’influenza delle teorie artistiche di Adolf von Hildebrand. All’inizio conosciuta come “Amazon”, e poi ribattezzata “Diana”, con le nuove influenze letterarie, nel suo rigore formale diviene il simbolo per Grubein di una tenera resistenza che nel cuore di ognuno deve portare la domanda che dà senso al luogo personale della poesia: Cosa può volere questa donna?

Per il poeta impersona una donna che prova a resistere ai Kalashnikov, ed è estremamente tenera l’associazione che viene spontanea con gli indiani d’America che combattevano con le frecce contro i fucili dei conquistatori. Era un po’ l’ingenua resistenza delle donne che durante l’invasione di Berlino dei soldati russi hanno dovuto sopportare ogni tipo di violenza e di sfruttamento che lacerava le loro anime più di quanto potevano fare i proiettili.

“Ihr Bronzeleib Weiß nichts von Einschußlöchern, Feindberührung”.

Il suo corpo di bronzo non può sapere nulla del dolore inflitto dai proiettili, e nulla ancora di più delle ferite dell’anima. La storia eterna della polarità femminile, sempre in prima fila a pagare col corpo le nefandezze degli eterni e universali soldati.

La domanda di questa tenera “Diana”, non sarà di certo posta ad “Europa”, giusto per rimanere nei riferimenti della classicità greca, a detta del poeta tedesco, che si dice d’accordo con il nostro primo ministro quando dice “che l’Europa è una vecchia noiosa zia”. Tanti hanno pensato che si riferisse alla Merkel ma Renzi intendeva riferirsi ad una politica che in nome di una rigida collegialità non tiene in considerazione le singole espressioni culturali.

La poesia trova senso quando dal cuore del poeta si trasferisce nelle migliaia di cuori dell’altro. Solo così penetra nella vita, creando infinite risposte alle domande che si pone il poeta.

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