Chi girasse per le strade di Puglia fino al 30 novembre, potrebbe godersi le tracce di un evento straordinari senza precedenti firmato dal grande scultore Arnaldo Pomodoro.

Con “Arnaldo Pomodoro nei Castelli di Federico II”, l’artista, che ormai sfiora i novant’anni, torna nelle terre che hanno segnato i primi passi della sua famiglia. Territori cui l’artista è affettivamente legato esattamente come lo era Federico secondo di Svevia, nipote del Barbarossa, che “ospita” questa grande mostra, dislocata in tre dei più bei castelli realizzati nel periodo storico in cui si muoveva una delle personalità più illuminate di quei tempi.

Federico era un apprezzabile letterato, protettore di artisti e studiosi di tutte le materie dello scibile umano, e la sua corte divenne un fecondo luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica. Il ragazzo delle Puglie, così era soprannominato il re di Sicilia e imperatore, era legatissimo alle terre che aveva ereditato dalla madre Costanza di Altavilla. Era detto anche “stupor mundi”, per la sua attività di eterno rinnovamento e di ricerca. Nella sua fiorente corte si svolgevano studi astronomici, matematici, algebrici, e ancora di medicina, cosmologia, e scienze naturali. Fiorirono per la letteratura gli studi di traduzione, metafisica e poesia. Si sviluppò anche in quegli anni il sonetto, con la poesia nel volgare siciliano, tanto elogiato poi da Dante per le sue proprietà linguistiche, che senza dubbio ha portato alla costruzione della lingua italiana.

Quale personalità poteva essere più adatta ad ospitare all’interno dei suoi manieri l’opera scultorea di uno degli ultimi umanisti della storia dell’arte. Visitammo tempo fa, alla fine degli anni ’90 il suo studio di Milano che era situato in uno di quei cortili che fino al dopoguerra erano il regno di artigiani, fabbri, falegnami, meccanici e tappezzieri. Gente con la quale probabilmente ha collaborato per realizzare le ardite strutture che erano necessarie per reggere i suoi monumentali modelli per la fonderia. Ma nel suo laboratorio da “artifex” pieno di libri, modellini, gessi e opere si avvertiva subito di essere in presenza di una entità aliena. I segni fondamentali dell’artista erano gli archetipi di fondo di un tratto che miscelava la forza primordiale e penetrante di lance e punte, e la leggera poesia delle figure geometriche elementari, animatrici dell’archetipo della protezione e dello scudo del riparo della dimora. Combinando queste linee di forza, creava immagini scultoree che rimbalzavano nella mente come meccanismi a tratti quasi corporei, anticipando i disegni di Giger che avrebbero portato infatti a strutture fantascientifiche di relitti preistorici del futuro e alla figura di Alien, il mostro alieno che portava con se la delicatezza e la ferocia dell’umano.

Nelle fortezze dell’Imperatore normanno. Pomodoro svolge reinterpretandolo lo sviluppo del connubio tra potere e cultura, innestandola come ha sempre fatto lungo la sua carriera direttamente nello spazio primario della scultura che è lo spazio della vita dell’uomo.

Grazie alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Bari, BAT (Barletta-Andria-Trani) e Foggia, l’iconico e misterioso Castel del Monte di Andria, che ricorda altri castelli famosi in Abruzzo, resi universali da film come “ Il nome della rosa” e “Lady Hawk”,  ospita un’antologica nel suo cortile ottagonale e nelle sue sale trapezoidali. Lo stesso accade nel castello Svevo di Bari e nel castello Svevo di Trani, in cui si alternano sculture che ricordano le porte, le lance, gli scudi e sono tutte tenute insieme dal sottile rapporto che si instaura tra le forme di metallo e la luce.

La carriera di Arnaldo Pomodoro, è una di quelle che possono reggere tutte le critiche, perché è passata come la sua scultura attraverso il tempo, trasformando elementi del medioevo, in elementi contemporanei che attendono il futuro, collegando con un segno forte e deciso la stele di “2001 Odissea nello spazio” e le strutture delle astronavi di “Guerre stellari”.

Apre però un interrogativo profondo, che è poi sempre lo stesso. Cosa differenzia un grandissimo artigiano da un artista? Tanti non sopportano le sculture di Pomodoro, perché in fondo ricordano la perizia tecnica di artigiani del monumento, e la fortuna sfacciata di uno che con una bella idea artigianale ha preso possesso di un mare infinite di piazze nel mondo, dove brilla uno di quelli che Francesco Bonami ritiene soltanto un pomodoro dorato.

A noi piace il suo spirito artigiano, da mago di un laboratorio incantato, con lo spirito di una bottega rinascimentale, dal quale saltano fuori scenografie, icone di armi, monumenti ai caduti di tutte le guerre, e macchine teatrali, ma anche appunti di memoria stratificata, di violenza sedimentata nei secoli, e di meccanismi strani di cui non si indovina l’utilizzo.

Sempre meglio che il puro informale.

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