Uomo di Erdogan, Ahmet Davutoglu, Ministro degli Esteri uscente, è stato designato come nuovo premier dopo una riunione della direzione dell’Akp presieduta dallo stesso Erdogan. Il partito islamico, ricordiamolo, è al potere in Turchia dal 2002. Davutoglu, fedelissimo del “sultano Erdogan”, il 27 agosto sarà formalmente investito anche della nomina di nuovo Presidente dell’Akp dal congresso straordinario del partito. E il giorno dopo, 28 agosto, il nuovo Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan entrerà a palazzo Cankaya ad Ankara, e darà incarico a Davutoglu di formare il nuovo governo.

Secondo il progetto di Erdogan, la Turchia dovrà essere guidata mediante “un regime presidenziale” tenendo per sé buona parte dei poteri, che il Parlamento conferisce al Primo Ministro. E dunque, l’opportunità della scelta di Davutoglu, sta nel fatto che essendo di fatto un’emanazione di Erdogan, non costituirà un ostacolo, tanto che il leader dell’opposizione, Kemal Kilicdaroglu ironizzando sulla scelta, ha detto che “Davutoglu sarà il primo di una serie di premier marionetta di Erdogan Presidente”.

Il neo Primo Ministro, è considerato “un politico islamico intransigente”. Ha 55 anni, è nato da una famiglia di Konya, capitale del conservatorismo sunnita turco, è professore di scienze politiche ed è stato consigliere diplomatico, nonché ministro di Erdogan. Anche la moglie è ancorata al credo religioso islamico, sempre velata, è attivista contro l’aborto. Davutoglu ha teorizzato il corso neo-ottomano in politica estera, con una nuova centralità per la Turchia, e ha coniato il motto “zero problemi con i vicini”. Linea successivamente fallita perché Erdogan, ha deciso di rompere i rapporti con la Siria di Bashar al Assad, l’amico di sempre, per sostenere ufficialmente i ribelli antigovernativi. Ma dall’altro lato, dando una mano, anche ai gruppi jihadisti per avere via libera all’ingresso al potere in Siria, dei Fratelli Musulmani. Questa condotta pesante “da carrarmato” adottata da Erdogan, gli ha tirato addosso le dure critiche da parte dell’opposizione e ha fatto raffreddare i rapporti con l’Egitto e Israele. Non facili anche quelli con l’Iran, l’Iraq, la Grecia ed anche con la Russia. Senza contatto con Cipro e Armenia. Una situazione delicatissima perché il neo Premier Davutoglu, dovrà tenere unito l’Akp e traghettarlo verso le politiche del 2015; e non generare scontri con il Presidente accentratore Erdogan. L’Akp, in effetti, si trova senza il suo leader maximo, che l’ha guidato dal 2002 e potrebbe essere penalizzato, perché Erdogan ha sempre avuto un forte spirito populista da trascinatore delle masse. E la Turchia con la svolta del neo-presidenzialismo di Erdogan, dovrà fare i conti con la possibilità di un’irrigidimento dello stile islamico, cosa che dà una certa preoccupazione alle opposizioni, in particolare a quella curda. Mentre ad Ankara, frattanto, si cerca di capire chi saranno i più quotati al Ministero dell’Economia, e le borse auspicano che venga confermato Ali Babacan, che però non è sotto controllo di Erdogan; e chi andrà al Ministero degli Esteri dove voci insistenti fanno girare il nome di Hakan Fidan, Capo dei Servizi Segreti e di fatto, “braccio destro” di Erdogan.

Ma la Turchia non potrà non confrontarsi con l’altra spinosa situazione, e torniamo di nuovo alla crisi siriana. Perché con i militanti dell’Isis che premono sui confini iracheni e siriani, cosa farà “il sultano conservatore islamico” Erdogan? E che ruolo avrà la Turchia del neo-presidenzialismo, nel consolidamento del Grande Califfato?

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