Colui che giunge a Taormina dai paesi vicini, dopo aver parcheggiato l’auto – mezzo sempre più ingombrante nelle dimensioni e nei consumi e roboante metafora di “potenza fallica” sul mondo – bramerà di desiderio nel compiere, quale atto statutario di presenza effettiva nella società, la celeberrima “passeggiata” sul Corso Umberto.

L’azione del passeggiare per le vie del Centro, viene eseguita anche dal cittadino taorminese (e la sottoscritta che ne fa parte, non si sottrae alla responsabilità di partecipare, talvolta, al medesimo rito collettivo) il quale è un allenato ed imbattibile atleta nell’esercizio della passiata, da Porta Messina a Porta Catania, o viceversa. Dipende da quale delle due direzioni si provenga. Il rito, del resto, viene compiuto nell’assoluta fedeltà delle tradizioni locali, che si perdono nella notte dei tempi.

Questo incedere lento, avanti e indietro, di solito viene “stoppato” per l’obbligata sosta ad uno dei tanti pub o dei bar affacciati sulla via principale per sorseggiare una bibita. Il passeggiatore dunque fermandosi, diviene uno “stanziale spettatore” del passeggio, in posizione da platea ai tavolini, pronto a fotografare visivamente e commentare gli atteggiamenti e il vestiario degli ignari protagonisti del servizio. La serata naturalmente si concluderà con un’ultima passeggiata, prima di tornare alle rispettive destinazioni.

C’è da dire che “la passeggiata” accomuna in ineludibile destino, i soggetti dei borghi limitrofi con i soggetti locali. Limitrofi e Locali, arrivano spesso a confondersi tra la folla dei passeggiatori; talvolta incrociandosi, talvolta effettuando soste al fine di profondersi in saluti ed abbracci cordiali. E durante tali cerimonie, i Limitrofi e i Locali, occupando il medesimo spazio, lo frazionano in invisibili confini con la creazione di “gruppi”, tra i quali fluiscono altre correnti di passeggiatori. Qui, in questo recinto umano, i Limitrofi e i Locali pur non venendo in diretto contatto gli uni con gli altri, si annusano e si studiano come  animali nella stessa gabbia.

Accade anche che i Limitrofi e i Locali vantino comuni amicizie, ed anche in tal caso, il rispetto del cerimoniale non decade ma s’arricchisce perché i differenti “gruppi”, s’accorpano in un’unione più grande: ciascuno nel suo ruolo d’attore protagonista o di comparsa. Ma tra questi uomini e donne adulti (ché i bambini gradirebbero stare nei loro lettini invece d’affrontare la nevrotica confusione) vi è anche chi si lascia catturare dall’accattivante visione delle vetrine dei negozi, provando un momentaneo senso di “straniamento” dal mondo circostante.

Eppure, se ci si avventura in una più profonda riflessione, si giungerà a formulare la teoria secondo cui, nell’atto del passeggio che lega ed affratella Limitrofi e Locali, si conserva nascosto ed a tratti vago come un miraggio, un pensiero antico, di greca matrice.

Questo pensiero, troverà tra i suoi periodi più fecondi, i secoli diciottesimo e diciannovesimo ed avrà eccelsa espressione artistica e poetica nelle opere scaturite dal Grand Tour: il viaggio di formazione dei giovani aristocratici stranieri. Per ritrovare le tracce di coloro che scelsero Taormina come luogo dove osservare nella sua compiutezza, la perfetta simbiosi tra Arte e Natura. Tuttavia è necessario prendere le distanze dalla ribalta delle vie del Centro per avventurarsi nelle stradine secondarie, dentro i pittoreschi vicoli, e giù lungo le scalinate che conducono alle spiagge di Isola Bella, Mazzarò o alla Baia di Villagonia. O magari arrampicarsi, sino a giungere al Santuario della Madonna della Rocca, al Castello Saraceno oppure a Castelmola.

L’odierno viaggiatore, che avrà in sé la tempra dell’escursionista e la pazienza del passeggiatore, manterrà vivo lo spirito dei suoi predecessori. Egli sarà il nuovo testimone del corretto modus del passeggiare. Si pensi a Goethe, e a quale mirabile esempio sia ancora per noi la sua arte letteraria, scaturita dalle visioni suscitate nel poeta dal pieno godimento meditativo della Natura. In un passo del Viaggio in Italia, durante la sua breve permanenza a Taormina, lo scrittore, rapito dalla bellezza del Teatro Greco e dalla magnifica posizione in cui il sito archeologico si trova, descrive con dovizia di particolari le forti impressioni ricevute dall’affascinante visione.

“Chi si collochi nel punto più alto, occupato un tempo dagli spettatori, non può fare a meno di confessare che forse mai il pubblico d’un teatro ha avuto innanzi a sé uno spettacolo simile. A destra, sopra rupi elevate, sorgono dei fortilizi; laggiù in basso la città; benché tutte queste siano costruzioni moderne, ne sorgevano di simili anche nel tempo antico e allo stesso posto. Lo sguardo abbraccia inoltre tutta la lunga schiena montuosa dell’Etna, a sinistra la spiaggia fino a Catania, anzi fino a Siracusa. L’enorme vulcano fumante conchiude il quadro sterminato, ma senza crudezza, perché i vapori dell’atmosfera lo fanno apparire più lontano e più grazioso che non sia in realtà”.

Fra queste rovine, Goethe concepirà il disegno per il dramma Nausicaa, che resterà incompiuto ma i cui frammenti sono annoverati tra le pagine della poesia più alta.

Taormina luogo pieno d’espressione, attraverso gli innumerevoli tratti del suo volto – volendo azzardare una lettura fisiognomica – dice e racconta le storie della propria Storia. Oltre al poeta tedesco, il cui viaggio si svolge nel 1787, sono in molti coloro i quali, tra artisti e letterati, si sono recati a Taormina per raccogliere immagini ed impressioni su un mondo, dove il mito e la storia sono indissolubilmente legati l’uno all’altro.

Maupassant, nel 1885, durante il suo viaggio in Sicilia, giunto a Taormina, ne subisce il fascino e rimasto irretito dalle suggestioni provocate in lui dai luoghi visitati, così scrive:

“È nient’altro che un paesaggio, ma un paesaggio in cui si trova tutto ciò che sulla terra sembra fatto per sedurre gli occhi, la mente e l’immaginazione”.

La Natura, in queste terre, sprigiona la sua essenza ed ammalia il visitatore, il quale si adopera nel tentativo di carpirne i misteri mediante primigenie tecniche di seduzione, che inducono alla totale sottomissione di corpo e mente. Ma essa regala, a chi sa ben ascoltare, parole di assoluta verità, come quelle enunciate  dallo scrittore francese:

“Dove sono mai i popoli che saprebbero oggi fare cose simili? Dove sono gli uomini capaci di costruire per il piacere della gente edifici come questi? Quegli uomini, quelli di una volta, avevano anima ed occhi diversi dai nostri; nelle loro vene, con il sangue, scorreva qualcosa di ormai scomparso: l’amore ed il culto del Bello”.

Se è vero che quegli uomini avevano “anima ed occhi diversi dai nostri”, non è solo perché perseguivano “il culto del Bello”; essi erano anzitutto consapevoli dei limiti imposti dal loro essere “finiti” ed “umani”. Limiti che li de-limitavano rendendoli “altri” rispetto al “divino”, dunque sottomessi a regole precise. Nulla doveva offendere gli dei né oltraggiare la Natura, che si manifestava attraverso il divino e il cosmo. E gli dei, erano i custodi e i garanti della Natura.

Ciò ci riconduce di nuovo ai sentieri, alle vie e ai vicoli che collegano la città alle sue zone periferiche. Alle scale, che con-giungono zone inferiori a zone superiori, creano percorsi e segnano fisicamente il territorio. Sono percorsi di campagna, di montagna e di città: essi appartengono a Taormina e al suo territorio; tracciano e uniscono linee, formando mappe. Sono questi sentieri che nei secoli, vengono usati dagli uomini e dai loro animali per spostarsi da un luogo all’altro.

Il loro fascino turistico si paleserà a seguito della loro scoperta da parte dei viaggiatori stranieri ed entrando a far parte della moda di scoprire posti nuovi, dal gusto esotico e primitivo.

Ma primieramente, essi costituiscono la fisionomia del luogo, sono i più autentici segni d’espressione sul volto millenario di Taormina: soggetti al trascorrere del tempo ed al passaggio degli uomini. Sono rughe, solchi arati dalla Storia.

Essi arricchiscono di linee e di curve la geografia dei luoghi, e rimandano agli insediamenti e alle architetture umane. Essi delineano lo stile di un modo di edificare, costruire ed abitare, posto a salvaguardia del Genius Loci

Truman Capote coglie nel segno, quando, trascinato dall’impeto visionario ci lascia queste righe memorabili:

“Alle nostre spalle, un sentiero scosceso e ondulante, battuto dai contadini con asini e capre, porta, lungo il fianco della montagna, alla città di Taormina. È come vivere in un aereo o sopra una nave beccheggiante sulla cresta di un maroso; si prova una strana sensazione, ogni volta che ci si affaccia a una finestra o si esce sulla terrazza: la sensazione di essere sospesi come bianche colombe volteggianti, fra le montagne e sopra il mare”.

Capote conosce bene Taormina, le sue strade, le viuzze ed i sentieri. Per fotografare e scrivere di questi luoghi è condizione inevitabile percorrerle il più possibile a piedi. Allora, si potrà esser coinvolti in incontri straordinari.

“Durante una delle mie prime passeggiate per Taormina, notai con sorpresa su quel muretto un vecchio coi calzoni di velluto, avvolto in un mantello nero; il cappello, un feltro color oliva, era stato trasformato in una specie di tricorno dalla calotta appuntita, e la falda gettava un’ombra sul suo viso largo, giallastro, quasi mongolico. Era una sorprendente apparizione teatrale e null’altro; solo dopo aver guardato con maggiore attenzione mi accorsi che si trattava di André Gide”.

E la narrazione ci riporta ancora una volta, al tema fondante della nostra riflessione: La passeggiata e l’esercizio della meraviglia.

Nel Dizionario Zanichelli alla voce PASSEGGIATA, corrisponde la seguente definizione: “camminata compiuta senza fretta e senza una meta particolare”. Mantenendoci entro i confini etimologici, il vero senso della parola PASSEGGIATA, si ritrova nel verbo greco περι-πατέω che letteralmente si traduce: “vado attorno; cammino; passeggio”.

Il verbo περιπατέω, in particolare, avrà valore filosofico con Aristotele e la sua Scuola, il Liceo, dove è abitudine del Maestro, passeggiare con i discepoli, disputando sulla Natura e sull’uomo. La Scuola viene anche detta Peripato  e i seguaci del Maestro sono detti Peripatetici.

Aristotele ha scelto come sede, un edificio in prossimità di un tempietto sacro ad Apollo Licio, con un giardino e un viale per il passeggio.

Colui che passeggia procede con lentezza senza prefissare la propria meta, ma creando egli stesso un percorso. Dall’incedere senza fretta, si può trarre tutto il tempo per lasciarsi andare all’osservazione; per guardarsi attorno. E si esercita il pensiero nell’arte della riflessione.

Camminando per i sentieri o percorrendo una via, si scopre di possedere un nuovo senso: “il senso della meraviglia”. Ebbene, se si attiva questo senso, ciò che ci circonda e ci viene incontro sul nostro cammino, assume i tratti del “sorprendente” e del “mai visto prima”.

Tuttavia, si rammenti che chi si predispone all’atto del passeggiare, vuol compiere un tragitto e fare un percorso. Egli ha in sé il germe del viaggiatore, pur non avendo una meta precisa. Anzi, nell’idea stessa del muoversi e dello spostarsi lungo il tracciato di un sentiero o di una via, è fissato il codice per comprendere il senso del viaggio, poiché come già più volte si è ribadito, chi s’appresta a compiere un tragitto, sente che subirà il fascino della visione di qualcosa di totalmente diverso. Dunque, anche colui che passeggia e può aver avuto per innumerevoli volte la visione dello stesso edificio, o di un lampione oppure di un vaso di fiori, nel momento stesso in cui avvertirà l’esplosione ed il fragore luminescente del “senso della meraviglia”, ciò che prima gli era noto, adesso gli apparirà nuovo e inatteso.

L’esercizio del “senso della meraviglia”, ci mostra il mondo sotto una luce originaria e i luoghi ai quali siamo abituati, acquistano significati impensati. Dare significato ai luoghi, inoltre, vuol dire scoprire le loro proprietà essenziali e restituire un’identità, spesso falsata dallo stato d’incuria e di abbandono, a cui sono stati, nel tempo, sottoposti.

Se un luogo è segnato da un sentiero o da una strada, colui che lo attraversa esercitando il “senso della meraviglia”, innesca un processo di svecchiamento, riattualizza il luogo e gli restituisce la memoria. Quando il luogo ha riacquistato memoria e tradizione, esso è pronto per tornare ad essere significativo ed importante per noi.

Con il nostro modo di rapportarci ai luoghi in cui viviamo, anche noi come “novelli viaggiatori” avremmo, quindi, il merito d’esser scopritori di tesori e potremmo ridare nuovo senso alle nostre esistenze.

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