La sonda Stardust, venne lanciata nello spazio, il 7 febbraio del 1999, quasi un’introduzione a quello che sarebbe stato l’anno successivo, l’ingresso ufficiale del nuovo millennio. Aveva come obbiettivo il raggiungimento della Cometa Wild 2, che riuscì a raggiungre il 2 gennaio del 2004. Nell’attraversamento della “chioma della cometa”, catturò moltissime particelle “di materia cometaria” con una specie di enorme “racchettone da tennis” pieno di materiale a bassa densità, chiamato “Aerogel”. Studiare da vicino una cometa, era importantissimo come recuperarne il materiale, perché le comete sono tra i corpi celesti più antichi, e la composizione di ghiaccio e delle polveri provenienti dai pianeti più lontani dal nostro sistema solare, le rendono simili a macchine del tempo, formidabili per raggiungere i segreti del cosmo. La capsula con le prove raccolte dalla sonda Stardust, che ha fatto un viaggio molto lungo ed ha raccolto anche “polveri interplanetarie”, è stata sganciata diretta alla base Terra, il 15 gennaio 2006; in un passaggio ravvicinato di Stardust al nostro pianeta. La capsula atterrò e da lì iniziò, il lavoro di studio di quanto raccolto. La sonda Stardust invece, terminò il suo viaggio l’11 febbraio 2011, dopo esser passata a breve distanza dal nucleo della cometa Temple 1 ed aver fotografato il cratere che nel 2005, era stato prodotto “da un proiettile di 375 chilogrammi” lanciato da un’altra sonda, “Deep Impact” e che non era stato possibile riprendere per via dell’enorme nuvolone che l’esplosione aveva prodotto. Stardust è stata nello spazio per 12 anni, poi gli addetti della Nasa ne hanno acceso il motore, per portare ad esaurimento il propellente in esso contenuto, e l’hanno lasciata andare, per farla diventare uno dei tanti corpi in orbita attorno al Sole.

Il suo tesoro, però non è andato perso, e a distanza di otto anni si è avuto, un primo ed importante esito del Progetto Stardust@home, condotto da un gruppo di scienziati che hanno chiesto la collaborazione di un numero spropositato di volontari: 30 mila persone per analizzare la polvere interstellare, catturata dalla sonda. Sono stati classificati sette tipi di particelle che compongono la polvere interstellare e sono costituiti da differenti tipi di silicati; i minerali fatti di ossigeno e silicio. Una scoperta impressionante perché per la prima volta, si sono avuti risultati certi su materiali provenienti dal di fuori del nostro sitema solare. I risultati sono stati pubblicati sulla Rivista Science e si è appreso che “le particelle sono estremamente varie in quanto a composizione chimica, taglia e struttura”. E secondo quanto affermato dal Direttore del Progetto, Andrew Westphal, “al livello più elevato, questo progetto riguarda la comprensione delle nostre origini, poiché questa roba ha formato il nostro sistema solare 4,5 miliardi di anni fa”.

La sconvolgente scoperta, si è avuta con il lavoro degli scienziati, che invece dei telescopi hanno usato i microscopi ed altra strumentazione analitica per entrare all’interno della composizione della polvere interstellare. Ed in mezzo alla polvere di stelle c’erano persino 50 micro-rottami spaziali che Stardust ha catturato. Gli scenziati dunque sono giunti alla conclusione che la polvere stellare raccolta da Stardust risalga addirittuta a milioni di anni fa e sia parte del resto di un’enorme esplosione interstellare. La squadra degli studiosi dell’Università di Berkley, in California, è stata potenziata da altri 30 mila scienziati volontari, che hanno partecipato con la campagnia promossa dalla NASA, Stardust@home. L’esercito dei volontari, ha “cercato le scie a forma di carota” che le microparticelle lasciavano nel loro movimento “ultra-veloce”, e tutto attraverso la visione di milioni di immagini.

Il lavoro, naturalmente non è concluso, ed è a lungo termine. Per far si che si possa raggiungere il massimo della sicurezza scientifica, ci vorranno ancora parecchi anni perché la polvere di stelle nasconde molti misteri. Eppure, il Progetto Stardust@home, ha aperto una nuova epoca nello studio dei fenomeni spaziali; quella del coinvolgimento degli “amanti delle stelle”, su scala più ampia.

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