L'Isis giustizia un giornalista americano e lancia il suo messaggio agli USA

I nuovi strumenti di comunicazione come i video, le foto, l’uso dei social sono utilizzati trasversalmente. Ci sono i “reporter fai da te”, che spesso colmano vuoti che magari le autorità governative non vogliono far trapelare. Si pensi al video amatoriale girato da una testimone a Ferguson, Saint Louis, che riprende la scena del poliziotto che spara al ragazzo afroamericano. Si ricordino tutti quei video o quelle foto, che ci hanno permesso di vedere da altre angolazioni, le rivolte, le guerre. Ma ci sono anche gli altri, quelli che portano avanti le loro idee di conquista e violenza: gli estremisti, che sono diventati abili nella diffusione di immagini e filmati per veicolare il loro messaggio, che molto spesso è diretto contro l’Occidente. Ed è purtroppo, sempre più frequente che gli attori riprese in queste scene, crude, siano soldati, persone legate ad organizzazioni umanitarie o giornalisti. Molti di loro, prima vengono sequestrati e poi se non servono, per ricevere in cambio della loro liberazione soldi, armi o rilascio di altri prigionieri, vengono eliminati. Stavolta, il gruppo jihadista dell’Isis, che sta seminando terrore e morte in Iraq e in parte della Siria, con l’epurazione delle minoranze religiose, ha lanciato il suo messaggio proprio in faccia all’America. Quest’ultima, è la responsabile dei raid aerei che da settimane colpiscono basi ed obbiettivi dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, e che hanno rallentato l’avanzata degli estremisti e consentito ai Peshmerga Curdi, di avanzare e riconquistare territori, sino alla diga di Mosul.

Gli estremisti dell’Isis, hanno deciso di dare una lezione che non si dimenticherà facilmente. L’esecuzione del giornalista freelance, James Foley, 40 anni di Boston, che era stato sequestrato il 22 novembre del 2012, nel nord-ovest della Siria. Foley era autore di molti reportage per diversi media, tra cui L’Afp. Questo video, in cui si vede l’esecuzione dell’uomo, e di cui non è stata confermata “l’autenticità”, è stato diffuso su Internet per fare in modo che la notizia venisse resa nota rapidamente. E il titolo, è inequivocabile: “Messaggio all’America”. Il giornalista è nel deserto, in ginocchio, ha addosso una tuta arancione e dietro di lui un miliziano completamente vestito di nero e col volto coperto, gli preme un coltello alla gola. Pochi istanti, e l’immagine mostra il giornalista ucciso e la sua testa poggiata in grembo. Una decapitazione. I genitori dell’uomo giustamente sconvolti per la barbara uccisione del figlio, hanno mostrato una dignità fuori dal comune, e trattenendo la rabbia, Diane, la madre di Foley ha dichiarato: “Non siamo mai stati così orgogliosi di nostro figlio. Ha dato la sua vita cercando di rivelare al mondo la sofferenza del popolo siriano”. La donna ha lasciato un messaggio su fb ed ha concluso con una preghiera: “Per favore, rispettate la nostra privacy nei prossimi giorni, mentre piangiamo per Jim”.

Gli estremisti dell’Isis, prima di far scorrere le immagini della decapitazione, hanno mandato in sovrimpressione scritte in arabo e inglese per motivare l’esecuzione del giornalista. Un messaggio diretto agli Stati Uniti, che con i raid si sono spinti “su una superficie scivolosa verso un nuovo fronte i guerra contro i musulmani”. Questo hanno scritto ed hanno aggiunto: “Qualsiasi tuo tentativo, Obama, di negare le libertà e la sicurezza ai musulmani sotto il califfato islamico porterà alla carneficina della tua gente”. Nel video, come un copione già usato altre volte, parla lo stesso giornalista, e rivolgendosi alla sua famiglia, accusa il governo americano e Obama “di essere responsabili della sua morte”. Il terrorista che sarà anche il carnefice, poi decapita Foley e afferma che c’è un secondo americano prigioniero, un altro giornalista, corrispondente del Time, Steven Joel Sotloff, sparito in Libia, nell’agosto del 2013, e che potrebbe diventare il “prossimo capro espiatorio”, qualora gli americani non accettino le condizioni imposte dagli estremisti.

Fin’ora non si hanno certezze che l’Isis abbia un altro giornalista tra i suoi prigionieri, e molti attendono anche conferme sulla decapitazione di Foley; eppure tutto questo non favorisce una visione positiva degli eventi prossimi futuri. Ripensando invece, alle parole della madre di Foley, ci tornano alla mente quelle dei genitori di un altro reporter ucciso, ma stavolta nella Striscia di Gaza, mentre faceva il prorpio lavoro di documentazione. Il nostro connazionale Simone Camilli, trentacinquenne, originario di Roma, impegnato in zona di guerra. Ad ucciderlo, un ordigno israeliano, lanciato da un F-16 che era rimasto inesploso. Camilli collaborava per diverse angenzie di stampa tra cui Associated Press e quando è stato colpito dall’esplosione, era insieme ad un reporter palestinese Li Abuafah, che lavorava per l’Afp, come l’americano Foley. Un terzo giornalista, è rimasto ferito in maniera molto grave, mentre documentavano il disinnesco dell’ordigno da parte di una squadra speciale della polizia. Camilli, la cui salma è già rientrata in Italia poco prima di ferragosto per celebrarne i funerali, è figlio di un ex giornalista della Rai; ed è il primo giornalista morto nella Striscia, dall’inzio del conflitto israelo-palestinese. Anche i suoi genitori come quelli di Foley, sapevano che una cosa del genere poteva accadere, pur se nel caso di Camilli, la morte non è stata frutto di un’esecuzione, è comunque uno degli effetti collaterali delle guerre. E, nonostante il rischio che queste persone corrono ogni, giorno, il senso etico e il desiderio di documentare e di mostrare dall’interno, realtà che appaiono spesso contorte e indecifrabili, li spinge a firmare quella clausola speciale non scritta, in un documento, che contiene anche un biglietto di sola andata.

Foto: Ansa

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