La fila della speranza – Ci siamo. Per chi visita Amsterdam non può non recarsi alla casa di Anna Frank, o meglio al suo rifugio segreto per sfuggire alla barbarie dei nazisti. L’ubicazione è Prinsengracht 263-267. Un indirizzo facilmente raggiungibile a piedi dalla stazione centrale. La fila è di quelle che scoraggerebbe tutti. Il 14 agosto la coda era lunga almeno 300 metri e non è la data di mezz’agosto il motivo. Senza alcun dubbio, infatti, Anne Frank huis è il sito più visitato della città. Ad occhio la differenza con il museo di Van Gogh o la casa-museo di Rembrandt è sin troppo evidente. Mettersi in coda dietro ad una marea di persone vuol dire attendere il proprio turno per circa due ore. Nel frattempo si scambia qualche parola con altri viaggiatori italiani, che ad Amsterdam non mancano mai. Si procede lentamente, ma non tutta la noia viene per nuocere. Penso agli ultimi attentati in Belgio nei confronti degli ebrei, al reportage di Newsweek sugli ebrei che abbandonano il vecchio continente a causa del risorgere di sentimenti antisemiti presenti tanto nell’estrema destra quanto nell’estrema sinistra e trovo conforto in questa fila.

La linea umana – In questa coda, che si snoda lungo la chiesa protestante Westerkerk, con il campanile più alto di Amsterdam e citato spesso nel diario di Anna Frank, c’è modo di riflettere sulla magnifica coda umana in attesa di entrare e visitare un luogo simbolo della Memoria e del Novecento. L’indifferenza non è di queste parti, o almeno non si trova nella catena umana che quotidianamente si forma al di fuori di Anne Frank huis. Vedere tanta gente in attesa di pagare il biglietto è qualcosa che rincuora. È la medicina giusta contro il pessimismo che mi attanaglia. Proprio in un momento in cui il conflitto israelo-palestinese attraversa l’ennesimo periodo delicato, questa lunghissima fila dimostra come le tesi del complotto e della strumentalizzazione non fanno presa nella gran parte della popolazione. Sui social network sembrano in tanti, troppi. Forse ci sono molti account fake, ma ciò che conta è questa linea umana, reale e quindi viva. Il resto, almeno per il momento, è meglio cestinarlo.

Le frasi del diario di Anna sui muri della casa – Dopo l’attesa, resa meno pesante da simili pensieri e da qualche chiacchierata con connazionali, eccomi entrare (al prezzo di 9 euro) in una delle case più famose del mondo. Cerco di guardare tutto intorno. Qualsiasi traiettoria potrebbe coincidere con quella di Anna o con quelle degli altri rifugiati. Chissà. Penso all’ingresso, dove si era fermata la camionetta del servizio segreto nazista quel maledetto 4 agosto del 1944 per prelevare e condurre nei campi di sterminio tutti gli otto inquilini. Sono letteralmente sui passi della storia. Emozione, rabbia e malinconia albergano in me. Entro e sotto ci sono gli uffici delle due imprese di Otto Frank. Si tratta dell’Opekta e Pectacon. Tutto è cambiato rispetto a quella data e così sui muri si trovano frasi celebri del diario di Anna. “Prima o poi questa terribile guerra finirà, e torneremo a essere uomini e non soltanto ebrei”, recita un pensiero della giovane ragazza. Il diario di Anna Frank è stato uno dei primi libri che ho letto.

La voce di Hitler, la famiglia israeliana e l’impressione della radio – Me lo comprò mio padre. Ero un ragazzino nel pieno dell’adolescenza, ma quel testo mi colpì profondamente. Da quel momento iniziò la mia passione per il mondo ebraico e l’interesse per il più grande crimine che la storia ricordi, l’Olocausto. Mi aggiro per le stanze degli uffici, dei magazzini e dei depositi e sento la voce terrificante di Hitler. È come se i rifugiati lo stessero ascoltando alla radio che possedevano e condividevano nel soggiorno. Tramite un filmato si ricorda l’ascesa al potere dei nazisti e la scelta della famiglia Frank di abbandonare la Germania per recarsi in Olanda. È possibile ascoltare questo piccolo documentario in varie lingue e così davanti a me, per la scelta del linguaggio selezionato, capisco che c’è una famiglia israeliana. Ci sono alcuni bambini sorridenti e desiderosi di giocare. Forse sono anche un po’ annoiati. È normale, soprattutto se si considera la loro carta d’identità. Però è curioso pensare che una ragazzina un po’ più grande di loro, settantanni fa era costretta ad una vita da reclusa e poi deportata a Bergen-Belsen e morta di tifo nel marzo del 1945. Avranno sicuramente modo di rendersene conto. Io, intanto, proseguo nel mio cammino.

La libreria girevole e la stanza di Anna. Sono sui passi della storia – Le scale sono ripide e appena si giunge sul pianerottolo che separa l’alloggio segreto dal resto della casa, si ha la prima forte emozione. Una libreria girevole cela il nascondiglio. La sfioro e penso che anche Anna l’ha toccata diversi anni fa. Mi viene la pelle d’oca. Successivamente entro nelle stanze dell’appartamento. Il buio domina ogni cosa, quasi ci fosse un lutto perenne. Le finestre sono coperte da una carta opaca e non ci sono più i mobili. I nazisti avevano fatto smantellare ogni cosa, ma Otto Frank, dopo che decise di inaugurare il museo, non volle reintrodurre nulla proprio per sottolineare il vuoto lasciato da milioni di persone deportate e mai più tornate. Penso abbia fatto bene. Dopo entro nella camera di Anna. Alle pareti sono incollate le foto originali della sua collezione di star del cinema e anche di arte e storia. In questo luogo Anna ha sofferto, ha sognato e ha scritto il suo diario. Si fa fatica a trovare una descrizione a tutto ciò. Mi sento privilegiato.

Dear Kitty, adesso posso vederti anche io – Poi ci sono le stanze dei Van Pels e quella di Peter che con una scala conduce alla soffitta dove il giovane e Anna si recavano spesso a parlare e guardare il cielo. Sono entrato nel luogo simbolo della vita di Anna Frank. Non vorrei andarmene così in fretta. Vorrei restare per scorgere altri particolari. Vorrei sedermi e pensare, forse piangere un po’. Ma non è possibile. La gente deve visitare la casa e occorre sfilare non con troppa velocità. Mi giro per l’ultima volta e guardo il pavimento in legno, mi specchio in bagno ed infine vedo il diario originale di Anna. Non credevo si trovasse esposto. Per me è una grande sorpresa e gioia. Anche se distanziato da un vetro, ammiro la scrittura della giovane Anna, la sua Kitty, quelle pagine destinate a segnare la nostra storia. È arrivato, purtroppo, il momento di uscire. Noto che la fila è ancora molto lunga. Questo mi solleva dall’angoscia provata in quella casa. Ci tornerò, sicuramente. Nel frattempo, però, racconterò a tutti cosa ho provato dentro quelle mura e in quelle pagine lette e rilette del diario di Anna Frank. La memoria parte anche da noi. È importante non dimenticarlo, mai.

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