Found in Translation: l'intraducibilità delle parole

Una designer neozelandese, Anjana Iyer, ha creato delle divertenti illustrazioni per spiegare con immagini il significato di parole che altrimenti non potrebbero essere tradotte in altre lingue. Parole uniche nella lingua originale che possono essere solo descritte, spiegate nel loro significato ma non riprodotte nel loro significante. E’ nato così un interessante e divertente progetto che si chiama Found in Translation. Ad oggi Anjana è giunta alla sua quarantaduesima immagine visiva della parola.

Tra le parole rappresentate: tsundaku, parola giapponese che indica una nuova mania compulsiva, quella di comprare libri, ammucchiarli soprattutto sul comodino e non leggerli mai; shlimazal, che in Yiddish significa una persona cronicamente sfortunata; papakata usata nell’Isola di Cook per riferirsi alle persone che hanno una gamba più corta dell’altra; friolero termine spagnolo che specifica chi è particolarmente sensibile al freddo; schilderwald, cioè, una strada così piena di cartelli stradali che vi farà perdere in Germania; utepils (Norvegia) come dire crogiolarsi al sole con un buon bicchiere di birra; dalla Terra del Fuoco, e non poteva essere da nessun’altra parte del mondo, giunge la parola mamihlapinatapei, il gioco di sguardi tra due persone che si piacciono e non riescono a fare il primo passo; hanyauku dalla lontana Namibia camminare in punta di piedi sulla sabbia bollente; ilunga parola africana che si riferisce a una persona che la prima volta perdona tutto, la seconda volta è tollerante, ma alla terza volta non ha più pietà; won coreano per la difficoltà di una persona di rinunciare a un’illusione e guardare in faccia la realtà; pochemuchka, definita così dai russi una persona che fa troppe domande; prozvonit è lo squillo che fanno i cechi su un numero solo per farsi richiamare; lieko parola finlandese per un tronco d’albero così gonfio d’acqua che si trova in fondo ad una palude o a un lago.

Nel nuovo dizionario illustrato di Anjana Iyer appaiono ben due parole italiane: gattara, colei che nutre e cura i gatti e culaccino, l’alone lasciato da un bicchiere bagnato sul tavolo. Abbiamo scelto solo alcune parole intraducibili rappresentative del lavoro importantissimo che ha fatto e sta continuando a fare Anjana Iyer, che vuole raggiungere la meta dei cento disegni rappresentativi di altrettante parole. Quando “qualcosa” viene perso nella traduzione o la parola non può essere classificata né come unità completamente traducibili né come unità totalmente intraducibili si forma in realtà un gap o un’unità lessicale che non si riferisce a un concetto simile nella lingua della traduzione. In questo caso, per trasmettere il senso, il traduttore può ricorrere a delle trasformazioni linguistiche e queste usate dal designer neozelandese sono geniali.

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