Tra i romanzi ed i racconti brevi che David Herbert Lawrence scrisse a Taormina, c’è una novella (pubblicata nel 1925, tre anni dopo la partenza sua e della moglie dalla Sicilia) che meglio sintetizza quello che era stato e sarà il tema dominante della sua narrativa: il “naturismo erotico”, la sensualità “vera forza dell’amore, nell’istintivo e salutare abbraccio con la natura”, contro ipocrisie, proibizioni, imposizioni della morale borghese, le “bastarde umiliazioni del mondo” (come le definiva lo scrittore Lawrence). Una novella che anticipava, in maniera chiara ed inequivocabile, personaggi e situazioni del romanzo che di quel naturismo erotico, di quella sensualità, di quegli amori carnali e sanguigni sarà l’espressione più esaltante, “L’amante di Lady Chatterley” (pubblicato tre anni dopo, nel 1928).

“Sole”, il titolo ed il leit-motiv della novella che lo scrittore e regista siciliano Melo Freni ha trasferito in palcoscenico, nel suggestivo scenario dei Giardini pubblici di Taormina. Il caldo sole di Sicilia, che “scalda i cuori e fortifica i corpi”, al quale Lawrence chiedeva il miracolo per la tisi che lo manderà all’altro mondo a soli 45 anni. Anche la protagonista della novella, come lo scrittore Lawrence, era a Taormina per curarsi. “Portatela al sole, fatela spogliare completamente, perché possa prendere il sole in tutto il corpo”, avevano detto e raccomandato i medici ai suoi genitori ed al marito.

Lei non amava il sole, ma non esitò un solo istante a lasciare New York, dove viveva, per trasferirsi con la madre, il figlioletto ed una infermiera (ma senza il marito) in Sicilia. E qui troverà la conferma di quello che dicevano e scrivevano i saggi nell’antica Grecia: “un corpo non abbronzato dal sole è un corpo senza salute” ed “il sole è certamente più caldo dell’amore, ma, se non c’è l’amore, anche il sole si oscura”. Al caldo sole di Taormina, la giovane signora americana si abbronzerà, riacquisterà la salute, la gioia di vivere e di amare, e vivrà un nuovo grande amore, anche se il suo secondo figlio (che metterà al mondo in terra di Sicilia) sarà quello concepito con il marito poco prima della partenza da New York.

Miracolo del sole mediterraneo, certamente, la ritrovata gioia di vivere della signora, ma anche (se non soprattutto) di un giovane contadino siciliano, un Peppino D’Allura senza mulo ma con asino, il quale non aveva l’incarico di trasportare la padrona e le sue amiche a mezzo quadrupede (come il mulattiere di Lady Chatterley), ma quello (molto più duro e faticoso) di lavorare nei campi con zappa e vanga, dalla mattina alla sera, e di spaccare e trasportare legna da ardere. “Massiccio e grosso” (tutto il contrario di Peppino, che era mingherlino, anche se ben tornito), su35 anni (undici più di Peppino), una faccia gioiosa (ben diversa da quella malinconica del giovane amante della signora Lawrence), “mustacchi scuri spuntati e sopracciglia spesse che si univano sotto la fronte ampia e bassa, capelli neri e grandi occhi azzurri”, nei quali la giovane signora newyorchese vedeva (scrisse testualmente Lawrence), “una fiamma animalesca che la faceva bruciare dentro”.

Juliet, il nome della signora, non ancora trentenne (undici anni meno di Frieda, quindi); senza nome (nella novella), il massiccio contadino che la faceva “bruciare” di passione, non bello ma simpatico, molto amato dalle ragazze del paese, sposato da poco con una giovanissima “mora” figlia di contadini, tutta pepe e gelosia. Quando lo vide per la prima volta, la bionda e incantevole Juliet (non si intuiva nulla della seconda gravidanza, della quale allora neppure lei sapeva) non si era ancora decisa a lasciare l’accappatoio per prendere il sole integralmente, come le avevano suggerito i medici. Lui era “quasi nero di sole”, in canottiera, pantaloni a mezza gamba, un cappellaccio di paglia in testa. La signora lo rivide poi in un gruppetto di contadini, sotto un albero, “ballare svelto e allegro come un bambino, mentre sua moglie lo guardava rabbuiata” (era un figlio naturale, quel bambino, di cui anche la mogliettina sapeva). Ed il terzo incontro, quando Juliet si era finalmente decisa ad esporre ai raggi del sole il suo corpo color latte, avvenne in un angolo appartato della campagna, dove la signora era andata a passeggiare nuda e lui raccoglieva legna per caricarla sul dorso dell’asino. Fu allora che la signora scoprì, quando il contadino sollevò il viso per ammirarla nella sua ammaliante nudità, la “fiamma animalesca” che c’era nei suoi occhi. Non ci fu rapporto carnale, quella volta, perché la giovane signora americana, con quella fiamma che le “fondeva le ossa”,, preferì “scomparire silenziosamente dietro un cespuglio”, ed il massiccio contadino senza nome, forse ancora sotto choc per quella meravigliosa e assolutamente inaspettata visione,, non se la sentì di inseguirla per saltarle subito addosso dietro il cespuglio.

Soltanto rinviato, comunque, il “tripudio dei sensi”. Lawrence non ci dice nella novella quando avverrà. Scrive soltanto che Juliet (che proprio in quei giorni aveva ricevuto la visita del marito americano, al quale aveva detto a chiarissime lettere che non intendeva lasciare più la terra che le aveva dato vigore e gioia di vivere) lo voleva ardentemente, quel massiccio contadino con la “fiamma animalesca” negli occhi, e lo avrà. Avrebbe voluto anche “essere incinta di lui” anziché del marito, la signora, e per questo sentiva che “un rancore la invadeva”, mentre parlava con il padre della creatura che teneva in grembo. Metterà al mondo anche un terzo figlio, con l’amante, dopo i due concepiti con il marito? Tutto lascia pensare che la innamoratissima Juliet, ormai completamente trasformata nel fisico e nell’anima (“rilucente di sole e calda vita”, scrive Lawrence), realizzerà anche questo sogno, come l’inglese Connie con il guardacaccia Mellors nel romanzo “L’amante di Lady Chatterley”.

Ci sono tutti, nel semplice ma efficacissimo abbozzo della novella, i personaggi e le situazioni che avrebbero poi ispirato il grande romanzo. E’ diverso solo il paesaggio che fa da sfondo ai due racconti: quello di Taormina nella novella, un bosco inglese nel romanzo. Ma erano davvero diversi , nella realtà, i luoghi in cui le due vicende si erano svolte? A leggere attentamente quello che Lawrence scrisse, la risposta è decisamente “no”. Erano perfettamente uguali i due luoghi ed uno solo il paesaggio, quello di Taormina.,

Leggiamo nella novella: “Juliet aveva una casa sopra il più azzurro dei mari, con un grande giardino, una vigna, viti e ulivi che cadevano a picco , un gradone dietro l’altro, fino alla striscia della costa”; ed il giardino era “pieno di luoghi segreti, boschetti di limoni giù, in fondo ai crepacci del terreni e verdi polle d’acqua pura, una sorgente che proviene da un piccolo recesso”. C’erano “il cactus dalle foglie piatte chiamato ficodindia, la vivida selvatichezza dei luoghi antichi della civiltà greca e romana, il profumo della mimosa e, dall’altra parte, la neve del vulcano”. Il paesaggio è, chiaramente, quello del vigneto sopra Taormina, dove la signora Frieda Lawrence ed il mulattiere Peppino D’Allura si abbandonarono ai loro “giochi erotici sotto la pioggia”. C’erano anche lì le viti piantate a gradoni che scendevano dalla collina fino alla costa, gli ulivi, i fichidindia, la sorgiva nella roccia; e la vivida selvatichezza dei luoghi antichi della civiltà rappresentati dalla colonia greca di Naxos e dal teatro greco di Taormina e da altre importanti vestigia della civiltà ellenica, davanti al vulcano Etna ammantato di ne e ed al mare “di un azzurro fiordaliso”.

Perfettamente identici, dunque, i luoghi delle due vicende. Come erano identiche le inquietudini sentimental-sessuali delle due signore. L’americana Juliet, irrequieta e insoddisfatta moglie di un uomo d’affari; la inglese con sangue tedesca Frieda, irrequieta e insoddisfatta moglie di uno scrittore. Diversi, fisicamente e caratterialmente, erano invece i due amanti taorminesi, i quali avevano tuttavia una qualità importantissima: appartenevano entrambi al “solido ceppo contadino” che l’inglese Lawrence aveva sempre esaltato nei suoi libri ed esalterà ancora di più nel romanzo “L’amante di Lady Chatterley”. Non abbiamo nella novella descrizioni di atti sessuali, che abbondano invece nel romanzo. Ma espressioni come “fiamma animalesca che brucia dentro”, “fremente sessualità”,”selvaggia vitalità”, “getto di fuoco”, “ossa fuse della fiamma”, lasciano chiaramente intuire un campionario di rapporti carnali non meno frenetico ed esaltante di quello esibito dalla baronessa Frieda Lawrence e dal mulattiere Peppino D’Allura con i famosissimi “giochi erotici sotto la pioggia” nel vigneto sopra Taormina.

L’articolo di Saglimbeni è tratto dal libro “Taormina: la storia, i peccati, i grandi amori” che presto sarà disponibile anche in ebook in lingua inglese.
sito web: www.gaetanosaglimbeni.jimdo.com

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