Il “carissimo collega Sandro” (come Oriana chiamava il Pertini presidente della Repubblica) l’adorava, ma tra i giornalisti al seguito erano in molti a detestarla: per i suoi atteggiamenti di super-perfezionista intransigente, le sue fisime, le invettive, le provocazioni. Un caratterino spigoloso, certo, difficile da accettare, ma che non poteva offuscare o sminuire le grandi doti umane e professionali della giornalista e della scrittrice, la forza e la chiarezza delle sue idee, il suo impegno e le battaglie contro i fanatismi, politici e religiosi, che minacciavano e minacciano purtroppo il mondo civile. Questo è il ricordo di una grande giornalista e di una “adorabile rompiscatole” (la definizione è di Pertini) che fu nel 1980 mia compagna di viaggio in Cina, scomparsa il 15 settembre del 2006, all’età di 77 anni, distrutta dal cancro.

L’avevo conosciuta quando ero un aspirante giornalista, nella mia Taormina, nel lontano 1960: una Oriana Fallaci trentunenne e già popolarissima (per la mia generazione, era il Montanelli in gonnella), che sulle pagine del vecchio e glorioso “L’Europeo” ci raccontava tutto sui suoi “scontri-interviste” con i potenti della Terra, dai quali, ai miei occhi (ma non soltanto ai miei), era sempre lei ad uscire vittoriosa. E la rividi da giornalista professionista venti anni dopo, in quel viaggio in Cina, avendo la fortuna di poterla frequentare per tre settimane.

Pertini, nei lunghissimi viaggi in aereo, se la teneva ben stretta nel reparto a lui riservato. Parlavano di tutto (e tra i due, entrambi chiacchieroni a mitraglia, non saprei dire chi parlasse di più), lui con la pipa sempre in bocca, ma non sempre accesa, e lei che accendeva una sigaretta dopo l’altra. I miei colleghi no, non l’amavano: per loro, era soltanto una “insopportabile rompiscatole”, esibizionista, petulante, intransigente, piena di boria. Nessun riconoscimento per il suo talento, per la straordinaria forza di volontà che le consentiva di fare quello che ad altri non era consentito, per la sua popolarità, che era già notevole allora e raggiungerà poi vette eccelse nel mondo, non soltanto in Italia e negli Stati Uniti (che lei considerava la sua seconda patria). Tradotta in una ventina di lingue, la fiorentina Fallaci (dicono i numeri forniti dagli editori) è, tra gli scrittori italiani di tutti i tempi, quella che ha venduto più libri sul pianeta Terra, dopo il suo grande compaesano Dante Alighieri.

Grande giornalista, grande scrittrice. E francamente non riuscivo a capire come potesse essere tanto odiata dai colleghi. Era certamente una donna agra, spigolosa, testarda, stizzosa, irascibile, ma anche la più brava. Ed in quel viaggio ebbi modo di scoprire una Oriana che sapeva anche abbandonare la ruvida scorza dell’eterna imbronciata per aprirsi alle amicizie, sempre molto difficili tra colleghi. Sì, sono riuscito ad esserle amico. Ciò che non mi evitò di prendermi, dalla super-ambientalista Oriana, una pubblica ramanzina.

Accadde sul lago di Hanzhou, la “Venezia della Cina”. Viaggiavamo su un grosso motoscafo e le hostess ci avevano offerto delle gustosissime mele, molto simili alle nostre “Marlene” dell’Alto Adige. Ne addentai una e, visto che non c’era un cestino nel quale buttare il torsolo, escludendo di potermelo mettere in tasca, pensai di poterlo e doverlo buttare in acqua. Non l’avessi mai fatto. “Ecco la classica inciviltà degli italiani”, mi apostrofò la furente Oriana, proprio nell’attimo in cui un pesce faceva scomparire quel che restava della mia mela dalla superficie piatta di quel lago di un celeste chiarissimo che somigliava tanto a quello del cielo.

Era anche questa, la Fallaci: pignola, pedante, asfissiante per certi suoi atteggiamenti. Guai a dirle (come feci io, con una battuta che voleva essere di spirito) che, buttando quel torsolo di mela in mare, avevo reso felice un pesce: dopo il serio rimprovero, dovetti sorbirmi dalla collega Oriana anche una lunga e seriosissima conferenza sulle regole della buona educazione e della civiltà dei popoli. Ma non poteva guastare e non guastò certo la nostra amicizia, quell’episodio. Continuammo a frequentarci per il resto del viaggio, a parlare di tutto, anche del nostro primo incontro nella mia Taormina. Era sempre piacevole, indipendentemente dalle sue fisime, la conversazione con lei, ed anche (soprattutto, dovrei dire) istruttiva. Confesso di avere appreso tante cose, dalla “grande maestra” Fallaci: per esempio, ad usare (in giornalismo) anche la fantasia.

Lo ricordo benissimo, quell’incontro del 1960 a Taormina. Ero nell’ufficio stampa della Rassegna del cinema che si svolgeva (e si svolge ancora oggi) in estate nel suggestivo scenario del teatro greco. Oriana, inviata del settimanale “L’Europeo”, era arrivata a Catania da Roma con lo stesso aereo sul quale aveva viaggiato uno dei grandi ospiti hollywoodiani della manifestazione, Cary Grant. Era inviperita, la Oriana, perché la segretaria e l’agente dell’attore non le avevano consentito di intervistarlo sull’aereo, rifiutandosi anche di fissarle l’incontro per una intervista a Taormina. Si rivolse all’ufficio stampa, la giornalista Fallaci, chiedendo a noi un intervento ufficiale. Ci provammo, ma la risposta dell’agente americano fu ancora un “no” secco per l’intervista singola. “Il signor Grant farà una conferenza stampa per incontrare tutti i giornalisti ospiti della Rassegna”, l’annuncio ufficiale. E l’arrabbiatissima Oriana dovette accontentarsi di fare solo un paio di domande all’attore, insieme agli altri colleghi.

Scrisse un articolo-fiume, sull’oggetto di quelle domande e su tantissime altre cose di cui nessuno aveva parlato nella conferenza stampa. Ricordo ancora il titolo: “A me gli occhi, Arcibaldo” (che era il nome anagrafico dell’attore). Splendido articolo: lo lessi e rilessi non so quante volte, allora. Brillante, caustico, documentatissimo, con un ritratto profondo e autentico del più raffinato dei divi hollywoodiani, sul piano umano oltre che professionale, e una sorprendente dovizia di particolari (succosissimi per quegli anni) sulla sua controversa e tormentata vita sentimentale e matrimoniale: cinque mogli, molte amanti (vere o presunte) e giudizi non certo esaltanti sull’attore che la macchina pubblicitaria hollywoodiana ed i giornali avevano per lunghi anni esaltato come uno dei più grandi seduttori del cinema di tutti i tempi (“eccitante in smoking, elegante in vestaglia, deludente in pigiama, una frana sotto le lenzuola”, l’irriverente giudizio della ricchissima ed irrequieta ereditiera Barbara Hutton, sua seconda moglie). E dov’era ambientata l’intervista della Fallaci al divo che non aveva voluto parlare con lei da sola, né in aereo né a Taormina? Sull’aereo che li aveva portati da Roma a Catania. Fu così che imparai, da aspirante giornalista, ad usare anche la fantasia nell’esercizio della professione.

Grande Oriana, bizzosa e geniale, perfezionista fino all’ossessione, maniacale e fantasiosa, adorabile e sfrontata, corrosiva, sferzante. Con un solo limite, a mio giudizio, non grave ma condizionante, soprattutto nel nostro mestiere: lei che prendeva tutto sul serio, il lavoro, le ideologie, i valori, i sentimenti, mal sopportava che qualcuno tentasse di ironizzare anche sui sentimenti umani. Ricordo una sua fuga clamorosa durante una premiazione a Messina, per la ironia (inopportuna, forse, ma non pesante) che un grande umorista, Oreste Lionello, si era permesso di fare su uno dei suoi libri più sofferti, “Lettera a un bambino mai nato”.

Era il 1991. Oriana aveva 62 anni e due drammi nel cuore: quel bambino che non aveva potuto o voluto dare alla vita e la morte dell’unico grande amore della sua vita (l’eroe della resistenza greca Alessandro Panagulis, vittima di un misteriosissimo incidente stradale che, a sentir lei, sarebbe stato architettato dal regime dei colonnelli), al quale aveva dedicato il libro “Un uomo”. Durante il mini-spettacolo seguito alla premiazione, la giornalista-scrittrice non resistette alle battute dell’umorista Lionello su quel “bambino mai nato”, si alzò di scatto e piantò tutti, insalutata ospite.

No, la corrosiva e sferzante Oriana non amava che si scherzasse sui sentimenti, sui drammi umani. Lei, in quei libri, ci aveva messo l’anima. E’ la forza dei grandi scrittori lasciare nei libri “brandelli” della propria anima. Lei li lasciò in ogni rigo di quello che scrisse: negli articoli di giornale come nei libri.

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  • Dal libro “Dal vostro inviato, in giro per il pianeta Terra” di Gaetano Saglimbeni
  • In foto Sandro Pertini con Oriana Fallaci durante il viaggio in Cina del 1980

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