Il genio compiuto di Josè Saramago

A quattro anni dalla scomparsa del premio nobel per la letteratura, José Saramago, morto nel giugno del 2010, arriva nelle librerie italiane, edito da Feltrinelli, l’atteso libro incompiuto a cui il grande scrittore lavorava fino agli ultimi giorni della sua vita che lo vedevano arrendersi alla leucemia. Gunter Grass con l’illustrazione e uno scritto di Roberto Saviano, contribuiscono all’arricchimento di quest’opera che è un romanzo che parla delle armi, della fabbricazione, del traffico e del sabotaggio. Proprio per questo motivo aveva avuto un primo titolo di “Bellona la dea romana della guerra”, poi cambiato in “Alabarde Alabarde”.

Il libro chiaramente lascerà un retrogusto amaro per palato dei lettori affezionati, per via del fatto che sarà impossibile conoscere il reale finale che il grande scrittore avrebbe redatto, ma è oltremodo suggestivo provare ad immaginare i finali che potevano scaturire da una penna così sensibile a temi tanto pregnanti come il pacifismo e l’inutilità delle guerre. In ogni caso nel libro avverrà una sorta di conversione da parte di un operaio appassionato di film di guerra che lavora in una fabbrica di armi, apparentemente inconsapevole di quella economia disumana e che piano piano muterà i suoi punti di vista.

Il mondo di Saramago arriva dal viaggio, un  viaggio che non finisce mai, come lui dice perché solo i viaggiatori finiscono. La sua partenza per questo viaggio onirico inizia con il cuore di un bambino allevato tra le tristezze e le durezze di una vita da contadino, ma dove i suoi profeti e stregoni, i nonni, gli hanno trasmesso il potere del cuore umano, rafforzato dalle dinamiche dei campi e dallo sfondo di una Lisbona che imparava a cercare la libertà, e intenerito dalle dinamiche della semplicità di scorrimento delle emozioni che imparò presto a imprigionare con le parole.

La caratteristica che lo ha reso famoso e che gli ha permesso il raggiungimento del nobel è stata sicuramente “un’attenzione morbosamente acuta” nei confronti di certi piccoli particolari del reale, attraverso la quale amava far assurgere tante volte a protagonisti, con l’intento di conferire senso a ciò che apparentemente non ne aveva. Tra le motivazioni infatti, che si leggono nella sua biografia per l’assegnazione del Nobel, compare proprio l’utilizzo di una narrazione fantastica, che “con parabole, sostenute dall’immaginazione, dalla compassione e dall’ironia ci permette continuamente di conoscere realtà difficili da interpretare.”

Era un grande inventore di storie che riusciva a guardare il mondo ogni volta con occhi nuovi, e mai gli uomini e le cose capitavano sotto una lente corretta dall’abitudine, ma sempre erano il ritratto ricavato da una lucida e meticolosa analisi che non si accontentava dell’apparenza, ma scavava sempre nella profondità degli animi per tratteggiare un’immagine, e dignitosamente, senza mai lasciarsi andare a giudizio alcuno, se non nell’autoironia, spazzava via la commedia degli inganni. Il fantastico mondo onirico che era in grado di creare si allacciava al suo percorso di vita, ma abbracciava con estremo amore la potenza evocativa di ogni parola. E il rispetto sacro per la parola lo ritroviamo nella stima di cui ha goduto nel suo paese, come uomo di riferimento e di grande valore civile. Eppure nella rudezza di uomo contadino memore dell’esperienza del giornalista, della parola conosce il drammatico peso e i pericoli tutti.

Con semplicità poteva dire, condannando senza ufficialmente farlo, Salazar e tutti i dittatori violenti “Ogni parola è detta perché non se ne oda un’altra… la parola è polvere negli occhi. “Da questo amore per la parola forse nacque la straordinaria amicizia con Dario Fò, un altro strabiliante mago della parola, che a volte riesce a parlare dicendo cose incomprensibili e a comunicare usando anche il silenzio. Quando Saramago scomparve Dario Fò ebbe a dire “la nostra  non era un’amicizia di mestiere, stavamo bene insieme”. Lo stare bene insieme è il segreto della vita, si sta bene solo con ciò che si ama incondizionatamente. Tutti quelli che giocano con le parole devono gratitudine al suo estro:

“Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano… il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche.per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole.” E ora non ne abbiamo più.

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