Copenhagen. Piste ciclabili

Da noi, in Sicilia, ed in particolare nella Città dello Stretto, Messina, da qualche tempo si discute, usando toni accesi, sull’idea di rendere la città più vivibile, a misura d’uomo ed a misura di ciclista. Le soluzioni adottate, per le “piste ciclabili” nell’antica Zancle, non sono piaciute, vuoi perché considerate come approssimative e poco pratiche; vuoi perché, in effetti, “la cultura del muoversi in modo ecosostenibile” e con le bici, da molti viene vista come “una sottrazione indebita” all’uso dell’auto, con cui non solo il messinese ma un’ampia porzione dei siciliani, sono abituati a gestire i tempi dell’esistere. Non volendosi privare della macchina, neanche per uscire a far due passi, a prendere il giornale o il caffè. Meglio, le doppie e le triple file, piuttosto che rinunciare al comodo sedile dell’auto climatizzata. Meglio file chilometriche e sofferenze mentali con gravi problemi di “stress imprecatorio”, ma mai pensare a mezzi alternativi! Anche qui, c’è un fattore culturale e di costumi atavici, duri da intaccare. Ma proprio per evitare le facili polemiche, abbiamo deciso di approfondire l’argomento, entrando dentro una città, che se è pur vero che si trova all’estero, è divenuta un modello planetario: Copenhagen.

Anche dall’aereo, in fase d’atterraggio, il viaggiatore potrà riconoscere ad occhio nudo, “ampi tratti dipinti di blu elettrico”. Le piste ciclabili, che attraversano le strade e che “nessuno, in bicicletta, in auto o a piedi, può ignorare”. Copenaghen, capitale danese, è rivale con Amsterdam come “capitale europea della bicicletta” e il 31% degli spostamenti all’interno dell’anno, è stato fatto a bordo di una bici. C’è di più, la locale amministrazione martella i cittadini ad usare il mezzo a due ruote. Non importa se ci sia mal tempo oppure caldo, non importa l’età del ciclista; e chi arriva in vacanza, sa che deve trovare un noleggiatore ed affittare una bici per spostarsi. Tutto questo fa parte della vita di città, così come usare i mezzi pubblici. È naturale e scontato.

Il responsabile del servizio “mobilità” del Comune danese, Niels Torslov, ha spiegato che qui si va tanto in bici perché “è il modo più semplice per spostarsi, il più rapido e il meno costoso. Il più sicuro”. Qui vivono 1,6 milioni di persone e i morti negli incidenti stradali, sono meno di 15 all’anno, poiché sempre secondo quanto dichiarato da Torslov, questa “è la conseguenza di un traffico che si è calmato”. A partire dagli anni ’80, la città ha avuto una riorganizzazione urbana, che ha favorito la costruzione delle piste ciclabili, limitando i parcheggi auto, al centro città. E se si fa un sondaggio tra gli abitanti, sul perchè si muovono in bici, “il 5% invocherà l’ambiente o il riscaldamento climatico, mentre il 56% parlerà di rapidità, il 37% di semplicità e il 29% di costi modici”. Ma qui si assiste a un fenomeno capillare, che ha a cuore la sicurezza degli abitanti, ciclisti compresi, e si parla di “rete di piste ciclabili” che prevedono itinerari rinforzati e strade rese adatte al sistema ciclabile. Interventi precisi, che richiedono una precisa programmazione. Sempre Torslov parla di “ciclismo sociale” per spiegare “che le piste ciclabili sono state anche allargate per consentire a tre persone di circolarvi orizzontalmente in contemporanea. Due persone parlano fra di loro mentre procedono lentamente. Una terza può sorpassarle senza problemi”.

A volte, le piste sono indicate da una linea bianca ma sono sempre più spesso separate. E mentre per le nuove strade, il problema è stato facilmente superato con l’allargamento, nel centro storico si sono dovuti eseguire “lavori di adattamento” al “pre esistente tessuto urbano” e presa parte dei marciapiedi e delle carreggiate. Inoltre, quando i lavori in un palazzo impongono la limitazione della larghezza di una strada, la pista ciclabile non è semplicemente ‘neutralizzata’ come nella maggior parte delle città italiane (e non solo). La restrizione temporanea si applica in maniera proporzionale per l’insieme degli utenti, pedoni, ciclisti e automobilisti.

A Copenhagen, le piste ciclabili sono comunemente dette “vie verdi” ma non è per nulla indicativo della presenza di viali alberati ma di percorsi “fast”, dove i segnali dei semafori sono sincronizzati nel rispetto della velocità media della bicicletta, e anche di un’auto. Questo consente ai ciclisti di procedere senza bisogno di fermarsi e vede in tal senso, premiato chi fa uso quotidiano della bici per gli spostamenti. Di recente, è stato inaugurato un ponte di collegamento tra Copenaghen e la periferia di Amager, in un’isola ad est della città per permettere il transito di 12 mila ciclisti; e che ha tenuto in considerazione non solo le bici ma anche la circolazione motorizzata. Naturalmente, questa educazione del cittadino è stata lenta ma i risultati dal punto di vista di un miglioramento della qualità della vita sono evidenti, per la riduzione delle emissioni di CO2 e il cambio di mentalità proposto dall’amministrazione pubblica è stato accettato da tutti gli abitanti della città che hanno contribuito, con la loro conversione ad abistudini ‘sostenibili’ a far diventare Copenaghen la città più “green” d’Europa.

Il piano strategico per lo sviluppo della “slow mobility” si chiama PLUSnet, ed è la pianificazione che riguarda la viabilità stradale dal 2010 al 2025, con la previsione che alla data di arrivo, altri 50 mila cittadini, saranno incoraggiati all’uso della bici, portando Copenaghen ad esser la prima città al mondo per la “slow mobiliti”. Copenhagen oggi, rappresenta un modello di città virtuosa e sensibile all’ambiente ed alla “buona vita” dei suoi cittadini perché ha lavorato, e lavora continuamente al miglioramento del sistema “slow mobility”. Si pensi ad esempio, alla differenza tra Cycle tracks e Cycle lanes. Le Cycle tracks sono piste che rivestite di tramac, sono separate mediante marciapiedi dalle auto in strada e dalla zona riservata ai pedoni. Le Cycle lanes, invece, sono allo stesso livello della strada e sono segnalate con ampie linee bianche.

Orbene, è vero che ogni città anche le più piccole, – che magari sono dei borghi storici e possono rappresentare dei problemi per la realizzazione delle piste ciclabili – non sempre riescono a proporre un modello come quello danese. Ma qui, si parla di educazione al rispetto delle regole, al desiderio di abbandonare “sistemi viziati” e quando è stato chiesto agli amministratori di Copenaghen di fornire un “vademecum” per tutte le città che vogliano adottare il sistema di “slow mobility”, hanno dato le prime tre semplici regole per iniziare. E noi, le offriamo a voi. Fatene buon uso!

  1. Pianificare con cura la strategia per la viabilità, scegliendo quali modalità (tra biciclette, trasporto pubblico e vetture) debbano avere la priorità lungo le vie chiave della città.
  2. Puntare alla progettazione di tutti gli spazi interni e abbandonati della città per conservare la natura compatta e densa del sistema urbano, cosicché gli spostamenti in bicicletta possano avvenire in un raggio d’azione ragionevole per tutta la cittadinanza.
  3. Non è necessario che ci sia bel tempo per utilizzare la bicicletta. L’inverno di Copenhagen è veramente freddo, sono soliti dire, scherzando i danesi”.

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