Vi sono scrittori e scrittrici che non solo hanno segnato un’epoca, ma di fatto rappresentano una vera e propria icona del nostro secolo e i loro scritti vanno considerati ancora oggi di grande attualità, se non addirittura considerando quando sono stati stesi su carta, delle vere e proprie profezie. Una di queste scrittrici che certamente ha lasciato un segno indelebile negli ultimi decenni è stata Oriana Fallaci, giornalista, intervistatrice ed inviata di guerra: “una donna” come poche altre.

Partiamo dall’immigrazione. I politici sembrano considerare i barconi un “semplice” flusso di manodopera (in nero) o di potenziali elettori. Secondo la Fallaci invece siamo di fronte a un evento di portata storica, con tutte le conseguenze culturali del caso. Le masse provenienti dai Paesi musulmani sono ritenute in grado di innescare un processo che conduce alla fine del sistema democratico. L’Europa non è più l’Europa. È diventata una Provincia dell’Islam come la Spagna e il Portogallo come al tempo dei Mori. Ospita quasi venti milioni di immigrati musulmani, cioè il triplo di quelli che stanno in America. Ecco cosa scriveva la “grande Oriana”: “Sto dicendo che, proprio perché è definita da molti secoli e molto precisa, la nostra identità culturale non può sopportare un’ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell’altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita. I nostri principi, i nostri valori. Sto dicendo che da noi non c’è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per lo chador e il burqa. E se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che abbiamo bene o male instaurato, il benessere che abbiamo indubbiamente raggiunto. Equivarrebbe a regalargli la nostra Patria, insomma. L’Italia. E l’Italia Io non gliela regalo” (La Rabbia e l’Orgoglio, Rizzoli, 2001).

Alla Fallaci la guerra, che conosceva bene, sia per averla combattuta da ragazzina, sia per averla raccontata da adulta, faceva orrore. Inoltre chiamava le cose col loro nome e dunque l’idea stessa di “guerra umanitaria” la faceva ridere. “L’umanitarismo non ha niente a che fare con le guerre. Tutte le guerre, anche quelle giuste, anche quelle legittime, sono morte, sfacelo, atrocità e lacrime”. Nonostante non fosse di certo antiamericana e viveva pure a New York, i suoi dubbi sulla legittimità della deposizione di Saddam Hussein in Iraq, erano più che palesi: “gli Americani sono certi che a Baghdad verranno accolti come a Roma, Firenze o Parigi. Ci applaudiranno, ci getteranno fiori, mi ha detto tutto contento una testa d’uovo di Washington”. Forse. A Baghdad può succedere di tutto. Ma dopo? Che succederà dopo? Oltre due terzi degli Iracheni che nelle ultime “elezioni” hanno dato il 100% dei voti a Saddam sono Sciiti che da sempre vagheggiano di stabilire la Repubblica Islamica dell’Iraq. E negli anni Ottanta anche i Sovietici vennero accolti bene a Kabul. Anche i Sovietici imposero la loro pax con l’esercito. Convinsero addirittura le donne a togliersi il burqa. Però dieci anni dopo dovettero andarsene, cedere il passo ai Talebani.

Domanda: e se, invece di scoprire la libertà, l’Iraq diventasse un secondo Afghanistan? E se, invece di imparare la democrazia, l’intero Medio Oriente saltasse in aria o il “cancro” si moltiplicasse? Di Paese in Paese, con una specie di reazione a catena che portasse con se anche dei rischi sanitari non indifferenti, anche se “volontariamente sottostimati” dagli “esperti” per non “creare allarmismi”: uno per tutti chiamato “Ebola”. La famosa febbre emorragica che ha portato già alla morte un sacerdote a Madrid qualche giorno orsono. La democrazia non è esportabile, pensava la Fallaci, perché opposta al Corano, che detta le regole anche ai Paesi laici a maggioranza musulmana. La libertà è estranea al tessuto ideologico dell’Islam, che è il “totalitarismo teocratico” in cui non c’è posto per le scelte individuali. E chiunque neghi l’individualismo nega la civiltà occidentale. Continua la Fallaci: “Io trovo vergognoso che obbedendo alla stupida, vile, disonesta e per loro vantaggiosissima moda del Politically Correct i soliti parassiti che sfruttano la parola Pace, ormai più sputtanata delle parole Amore e Umanità, assolvano da una  parte sola l’odio e la bestialità. Che in nome di un pacifismo (leggi conformismo) delegato ai “grilli canterini” e ai giullari, che prima leccavano i piedi a Pol Pot, aizzino la gente confusa o ingenua o intimidita. Che la imbroglino, la corrompano, la riportino indietro di mezzo secolo cioè alla stella gialla sul cappotto” (Panorama 18 aprile 2002). E il cristianesimo? “Io sono un’atea cristiana… E lo sono perché il discorso che sta alla base del cristianesimo mi piace. Mi convince. Mi seduce a tal punto che non vi trovo alcun contrasto col mio ateismo e il mio laicismo. Parlo del discorso fatto da Gesù di Nazareth, ovvio, non di quello elaborato o distorto o tradito dalla Chiesa Cattolica, anche dalle Chiese Protestanti. Il discorso, voglio dire, che scavalcando la metafisica si concentra sull’Uomo. Che riconoscendo il libero arbitrio, cioè rivendicando la coscienza dell’Uomo, ci rende responsabili delle nostre azioni, padroni del nostro destino. Ci vedo un inno alla Ragione, al raziocinio, in quel discorso. E poiché ove c’è raziocinio c’è scelta, ove c’è scelta c’è libertà, ci vedo un inno alla Libertà (La Forza della Ragione, Rizzoli, 2004)”. Una Libertà e un “Mare Nostrum” da difendere senza porgere l’altra guancia! 

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