Il suicidio di Robin Williams e l’assurdo di Albert Camus

La sensibilità è un’arma a doppio taglio, il troppo sentire corrisponde spesso come a tanta gioia a troppa sofferenza. La morte di uno dei più grandi attori di questi tempi ha lasciato un vuoto incredibile, soprattutto per la modalità in cui è avvenuta. La moglie ha chiesto di ricordarlo per quanto di bello aveva fatto e non per la maniera in cui avrebbe deciso di lasciare il palcoscenico della vita. Ma ormai dopo la conferma del suicidio a noi non può non venire in mente la domanda che i più si fanno in casi del genere: Perché? Come può  la depressione, vincere e sopraffare un uomo e portarlo a soluzioni così estreme? Un male di vivere così profondo può aggredire anche  persone che dalla vita prendono tanto e soprattutto tanto danno alla vita e agli altri?

La scelta in certi casi ha i colori di una protesta estrema. Da senso alla propria vita proprio l’uscita di scena finale, in perfetta armonia con il proprio modo di essere. La morte di Socrate ad esempio viene sempre letta come un fatto nobile, come una airesis, una scelta inevitabile utile a conferire forza e volontà alla propria esistenza. Gli schiavi neri imprigionati in Africa chissà come riuscivano a trovare una forza straordinaria per farsi morire facendosi mancare l’aria; e anche quello rappresentava il rifiuto di una vita che non risuonava con le loro corde emotive.

La morte incontrata per mano propria, un suicidio come affermazione di sé, o una come scelta consapevole di protesta nei confronti di una certa inaccettabilità della vita, sono però ambiti diversi rispetto a quelli che portano al suicidio quando si inizia a navigare nella cupa costellazione della depressione, che a livello filosofico si apparenza con la percezione dell’assurdo della vita umana.

Su un piano antropologico e sociale  questo tipo di esperienza di umiliazione e di impotenza nei confronti della vita deriva da una ignoranza e da una ipocrisia del sociale, dalla sofferenza che può grondare da certe istituzioni ipocrite e sbagliate, o da uno status sociale, non collegato ai soldi, ma connaturato al grado di accettazione che la società, anche se si parla di una microsocietà come la famiglia, è in grado di garantirci.

Perché un uomo accettato da tutti, anzi osannato e rispettato si arrende? La risposta non è affatto semplice. Come scrive Camus ne “Il mito di Sisifo”, saggio del ’42 a metà strada tra filosofia e letteratura: “Vi è un solo problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”.

Altri a questi livelli filosofici hanno trovato risposta con una lucidità diversa. Galileo Galilei infatti di fronte alla minaccia di morte, rinnegò con estrema facilità la verità scientifica di cui riteneva di essere a conoscenza, reputandola, alla faccia dell’integrità socratica, di grande importanza ontologica ma senza dubbio di minore importanza di fronte alla vita stessa. Morire sul rogo era certamente meno affascinante che continuare a vivere conservando il proprio convincimento pur rinunciando a convincere il mondo di come in realtà si muovevano le orbite dei pianeti nella corsa dell’universo.

In ogni caso da sempre esistono persone che ritengono che la vita valga la pena di essere vissuta e altri che invece paradossalmente ritengono sia giusto perdere la vita per far vivere le proprie idee, o le “illusioni che costituiscono per loro una ragione di vita, ciò che si chiama ragione di vita è allo stesso tempo una eccellente ragione di morire”, come facevano in maniera onorevole certi politici cinesi durante la rivoluzione.

È difficile se non impossibile trovare il momento e la ragione precisa, più sottile alle volte di un capello, quando si ha a che vedere con le ragioni dello spirito e della sua incapacità di reggere le regole dell’assurdo che ci viene messo davanti quotidianamente. Non sapremo mai la risposta a questi perché. Lontana da noi ogni forma di giudizio, non può che rimanere il rammarico, che ci porta verso un vuoto espressivo e professionale, che sarà sicuramente colmato, ma mai in quella stessa esatta maniera.

Lunga memoria per le opere meravigliose di Williams, sia umane che teatrali, ma ci sarebbe piaciuto assistere ad un epilogo che avesse tratto spunto dai personaggi incredibili cui ha dato vita. La vita è un libro meraviglioso dove però non c’è nessun capitolo, e nemmeno una piccola nota, che riguardi le istruzioni per l’uso.

Non possiamo che chiudere con una bellissima pagina di Benedetto Croce, un altro che ha provato a indagare intorno allo spirito e alla libertà, e un po’ richiama l’onesta di fondo che deve esistere riguardo al proprio fare : “ La vita intera è preparazione alla morte, e non c’è da fare altro fino alla fine che continuarla, attendendo con zelo e devozione a tutti i doveri che ci aspettano. La morte sopravverrà a metterci riposo, a toglierci dalle mani il compito a cui attendevamo; essa non può fare altro che così, interromperci, come noi non possiamo fare altro che lasciarci interrompere, perché in ozio stupido essa non ci può trovare.”

Il più sensibile, ironico, e  grande attore degli ultimi tempi non era certo nell’ozio e non era certo stupido. Chissà quale segreto straordinario porterà con se in questa assurda comprensione della vita.

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