Inaugurata lo scorso 4 agosto, alla Fondazione Mazzullo di Taormina, la mostra “Arte chiama Arte” che sarà in esposizione sino al 17 di questo mese, nasce da un progetto comune tra Taormina e la Cina. Il progetto ha preso vita nel 2013, da un’dea condivisa da Antonio Lo Turco Past President della Fondazione, da Mirko Malambrì che ha messo a disposizione le foto dell’Archivio fotografico “Vittorio Malambrì”, da Italo Mennela imprenditore e Presidente dell’Associazione Albergatori di Taormina e da Andrea Franceschetti, un altro imprenditore taorminese che sbarcato in Cina, ha scelto di viverci ed operare a Shangai.

La sinergia tra queste persone, ha dato luogo al concorso “Von Gloeden, between classicism and folkloric stereotipe” che ha avuto come protagonisti i ragazzi del primo anno della “China Academy  of Art” di Hang Zhou di cui una sezione è gestita dall’Accademia d’Arte di Berlino (Chinesich-Deutsche Kunstakacademie), svoltosi il 17 e il 18 ottobre del 2013. Gli studenti-artisti hanno avuto cinque ore di tempo per esprimere tutta la loro tecnica e vena creativa su uno dei soggetti estratti a sorte, precedentemente scelti dall’Archivio “Vittorio Malambrì”, che poi ne ha inviato copia in Cina. Molto si deve al coordinamento e al lavoro svolto da Mirko Malambrì, in stretta collaborazione con Antonio Lo Turco. Le opere che giunte a Taormina, sono il risultato di quest’esperimento in cui il connubio tra fotografia e pittura è diventato indissolubile, tanto che i quadri esposti nella Sala Colonna della Fondazione, riportano sotto, la fotografia del Barone tedesco Von Gloeden e la realizzazione pittorica dello studente, che non è un’imitazione ma un’opera nuova, nata dalla sensibilità di ciascuno di essi. Fondamentale nella realizzazione della mostra, la collaborazione dell’istituto Fondazione Mazzullo, il cui presidente Alfio Auteri, ha da subito mostrato sincera gioia ed entusiasmo nell’accoglienza di questo percorso verso Oriente, già partito con la precedente mostra “Isole Contemporanee” che aveva per protagonista, il dialogo tra le due isole, Sicilia e Giappone. Auteri ha deciso di lasciare aperta la via verso l’Oriente ed ha ospitato le opere di questi giovani talenti, per far si che lo scambio Taormina-Cina prosegua.

Al progetto “Arte chiama Arte”, hanno inoltre preso parte; “La settimana della Lingua Italiana nel Mondo”, “Il Consolato Generale d’Italia a Shangai”, “l’Istituto Italiano di Cultura a Shangai” e “Contesta Rock Hair” curata da Andrea Franceschetti, che ha deciso di scommettere nell’arte e nella cultura, nate dalla contaminazione di mondi che in apparenza sono distanti tra loro ma che hanno una spiccata sensibilità verso l’estetica del bello e il raggiungimento del senso armonico delle cose. Del resto, la Cina è civiltà antichissima, una tra le più antiche del mondo e Taormina è stata culla di diverse civiltà, mescolando nel suo DNA, la storia e le tradizioni di ciascuna di esse. Per il futuro, di questo progetto, c’è già l’idea, in accordo con l’erede di Mazzullo, Giuseppe Caudo, che fa parte del C.d.A. Della Fondazione, di avere come futuri modelli per gli studenti di Shanghai, le opere di Giuseppe Mazzullo, in uno scambio tra le sculture del Maestro e le ceramiche cinesi.

Il titolo dato al concorso da cui la mostra ha preso spunto, “Arte chiama Arte” ha l’obbiettivo “di transfondere i personaggi e i paesaggi taorminesi fissati nelle immagini di Von Gloeden quale ispirazione iconografica”, mettendo al centro la sensibilità di questi ragazzi.

Il nobile tedesco, Wilhelm Von Gloeden, che giunse nella nostra città – ispirato dall’opera di Goethe ma soprattutto dalla conoscenza diretta di Otto Geleng, fatta a Berlino – nel 1878 all’età di 22 anni, è stato l’artefice di una nuova corrente artistica che nella fotografia ha creato un genere considerato “irriverente, rivoluzionario”; quello dei nudi che molti hanno etichettato come “pornografia”. Von Gloeden si trasferì in Sicilia, a Taormina, prima di tutto per le condizioni climatiche, è stato più volte scritto che soffriva di tubercolosi. Era laureato in storia dell’arte e si perfezionò in pittura alla scuola d’arte di Weimar. Ecco dunque, un primo punto di contatto con gli studenti cinesi. La formazione è classica e l’occhio è quello addestrato a leggere la Natura e il paesaggio come opera d’arte. Inoltre, la classicità dei luoghi che ad ogni angolo faceva rivivere epoche del passato e delle grandi civiltà come i greci o i romani, non potevano che sedurre, il giovane Gloeden. Il fatto che fosse ricco, gli permise di dedicarsi interamente all’arte e a sperimentare nella fotografia, trasformando quello che all’inizio era un hobby, in una professione. Dopo il 1895, a seguito del crollo economico della famiglia, la sua professione, gli fu utile per vivere. Divenne presto famoso, e ne rimasero affascinati Oscar Wilde e Alfred Krupp, che spesso venivano qui a villeggiare; anche l’imperatore Guglielmo II, era tra i suoi ammiratori.

Il lavoro di Von Gloeden, si esprime sino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale e le idilliache illustrazioni di “Omero e Teocrito”, le foto diventate famose con giovinetti che sono stati immortalati in pose classiche e scarsamente vestiti oppure nudi, divennero cartoline che fecero la storia del souvenir. Se prima erano stati gli abbaglianti e mediterranei paesaggi ad ispirarlo, in seguito, si concentrò sul senso di perfezione estetica del corpo umano, in particolare quello maschile che gli evocava la grecità classica. “L’idea mi venne leggendo gli idilli agresti di un grande poeta greco, Teocrito di Siracusa”, amava narrare.

E lo stesso Leonardo Sciascia ne interpretò l’opera, scrivendo: “Tutti sciolti in pose d’abbandono, di meriggiante ozio e languore. Ma negli occhi d’ognuno c’era una luce di selvaggia diffidenza che contraddiceva alle posizioni d’abbandono. Forse il barone li avrebbe voluti più confidenti e amorevoli negli sguardi; ma era impossibile ottenerli da figli di contadini e pescatori siciliani”. Le parole di Sciascia, sono critiche per la predilezione di Von Gloeden, verso questi giovinetti ma racchiudono un’ottima intuizione perché al di là delle preferenze erotiche del barone, c’era anche la geniale intuizione del saper cogliere l’aspetto aulico di quelle pose, insieme ad un’indomita natura caratteriale dei siciliani. Inoltre, Von Gloeden fu in grado attraverso l’uso magistrale che seppe fare dell’illuminazione, di ricreare paesaggi e pose arcadiche con anfore e costumi, che ricordavano i costumi greci. “Alla perfezione artistica dei suoi lavori contribuirono anche l’uso innovativo dei filtri fotografici e di lozioni per la pelle di sua invenzione” che rendevano i corpi simili a statue di marmo per le trasparenze che davano. Il barone morì nel 1931, nella sua Taormina e la prima esposizione delle foto sue foto avvenne a Spoleto, per il Festival dei Due Mondi, nel 1978.

La Mostra “Arte chiama Arte”, trae linfa dall’opera di Von Gloeden perché i ragazzi dell’Accademia d’Arte Cinese hanno assorbito quelle atmosfere, quei giochi di luce, quella plasticità e quel continuo rimando al mondo classico, facendolo proprio.

Lo studente Zhu He, ad esempio ha rielaborato il giovane di Von Gloeden che sbircia all’interno di una casa, con una sua personale lettura che è anche un omaggio a Taormina, perché nel quadro dello studente, dalla finestra appare la sagoma delle “Quattro Fontane” a Piazza Duomo. Audace la rielaborazione pittorica, di Li Ying in cui la giovinetta con la brocca immortalata dal barone, viene trasfigurata in una “Pop Lolita”, con  tanto di Pantera Rosa per sottolineare il confine tra “la quasi donna” e “l’ancora bambina”. Orignale è il Teatro Greco di Li Yi Jun, che non ripercorre la classicità di quello di Von Gloeden ma se ne distacca, in un movimento contemporaneo, con la tela rossa ed uno squarcio in cui gli antichi resti, hanno forma di cumuli di sassi, quasi a dire tutto l’effimero dell’opera umana, che nonostante il tempo, resiste.

Il quadro del vincitore Fu Ji Zhong, che ha tratto ispirazione dal “Nudo Maschile sulla Roccia-Il Caino”, ha in effetti colto il pathos della foto di Von Gloeden. Il giovane è pittoricamente ritratto, come un doppio, in luce bianca e nera. Un giovane che ha in sé come la propria ombra, il suo diverso e che per la scelta dei chiaroscuri e della forza che trasmette, si trova a metà strada tra le fotografie di Von Gloeden e le sculture di Mazzullo, perché le ricorda.

E questo, rende ancora più appropriata la scelta della Fondazione come luogo d’opsitalità per l’arte; nella Sala Colonna che era stata data allo scultore come suo studio personale.

Un luogo, la Fondazione, in cui è vero “l’arte chiama l’arte”, e che ispirò Giuseppe Mazzullo a realizzare la sua “Yanira”, scultura realizzata nel 1981, tra le mura di questo trecentesco palazzo, nel laboratorio della Sala Colonna. L’opera  si trova esposta insieme ad altre compagne, nel Giardino della Fondazione. In essa, Mazzullo ha manifestato il legame strettissimo tra le sue “Pietre Parlanti” lingue antichissime ed in questo caso quelle della civiltà mesopotamica,  alla quale le fattezze di Yanira, si ispirano, nell’incontro con  il materiale duro e forte della pietra lavica dell’Etna.

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[Foto di Andrea Jakomin / Bt]

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