Fecondazione artificiale

Quando guardo gli occhi scuri e furbetti del figlio di una coppia che conosco da molti anni, penso al miracolo compiuto dalla scienza e dal loro grande amore. Il ragazzino in questione, cui per giusta privacy non assegnerò un nome, è nato undici anni fa grazie alla fecondazione assistita in Italia, anzi per precisione in Sicilia. Oggi forse questa coppia sarebbe dovuta migrare al Nord o all’estero come hanno dovuto fare quasi dodicimila coppie, sborsando e lasciando sborsare alla Regione Sicilia un bel po’ di soldi. Le cifre, infatti, che spende la regione Sicilia si aggirano intorno ai dieci milioni di euro l’anno.

Il dibattito scientifico e etico sulla fecondazione artificiale, in particolare relativo all’uso di alcune tecniche, come la fecondazione eterologa, la clonazione, la commercializzazione di embrioni, la maternità surrogata, la produzione di embrioni a fini di ricerca o di sperimentazione si pensava avesse trovato una definizione con la legge N° 40 del 2004. Legge però che si è rivelata troppo restrittiva azzerando quasi del tutto le tecniche utilizzabili. Per abrogare alcuni punti della legge c’è stata una consultazione referendaria nel 2005 che a causa della bassa affluenza di votanti non ha permesso il raggiungimento del quorum. La Corte Costituzionale ha dichiarato poi alcuni elementi della legge illegittimi, in particolare, ha ritenuto incostituzionale il limite di produzione di tre embrioni e l’obbligo legislativo di “un unico e contemporaneo impianto”.

Ritorna in questi giorni come una manta il dibattito, di fatto mai del tutto spento, sulla legge. Mentre alcuni centri di fecondazione assistita autorizzati praticano l’eterologa, rispettando tutti quei paletti che la legge ha fissato e tutti i meccanismi di controllo pubblico previsti, – con l’appoggio della Corte Costituzionale che ritiene non ci sia un vuoto normativo -, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin dichiara che “i centri, pubblici e privati, senza una legge non si possono muovere. Altrimenti si espongono a contenziosi e problemi giuridici, legati ad esempio alle procedure di autorizzazione”. Il decreto legge della ministra, inoltre, dopo quattordici anni di discussioni, revisioni, di frustrazioni e vane speranze da parte di coppie che vorrebbero diventare genitori è rimandato a settembre poiché non ha ricevuto il nulla osta da parte del Consiglio dei Ministri. Consiglio che come il noto Ponzio Pilato ha deciso di lavarsi le mani e rimandare tutto al Parlamento che dovrebbe chissà quando e chissà come varare una nuova legge.

Nel frattempo la vacatio legis continuerà a fare i suoi danni: alcuni centri di procreazione andranno avanti e magari saranno denunciati, altri si fermeranno permettendo a molte, troppe coppie, di andare altrove per poter realizzare quel desiderio umano come padre e come madre di avere un figlio, di perdersi in quegli occhi scuri e assai furbetti.

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