Corcos il pittore di un surrealismo del reale

Risuona un po’ di surrealismo questo insistere a parlare di arte e cultura in questi giorni in cui intorno a noi accadono cose che ci riportano a vecchie paure, a timori di guerre religiose e ci arrivano gli echi di una brutalità immonda. Atti che fanno emergere la schifosa asocialità dell’umano e soprattutto la voglia di sopraffazione a vari livelli, il trionfo del gene egoista che si esprime con una ferocia fumettistica che nemmeno le voci innocenti dei bambini riescono a placare.

Nonostante tutto però parlare di cultura, di arte, di gioco è una dinamica di copertura e di allontanamento sempre usata dall’uomo. Parlare di altro è la divagazione, il divertimento che ci rende più sopportabile l’inaccettabile. È un po’ come quando ad un funerale, mentre tutti sono assorti nella commemorazione del defunto, almeno i parenti più cari, come insegna Lev Tolstoj ne “La morte di Ivan Il’ic”, i discorsi di tutti gli altri pian piano che ci si allontana dal feretro riguardano altro, fino ad arrivare nelle posizioni più discoste quasi al sussurro di una risatina. Nella nostra cultura poi ad un certo punto arriva la vicina di casa con il caffè e il classico “qualcosa da mangiare”, che ha preparato perché lo sa già che in certe situazioni nessuno ci pensa.

Però bisogna anche mangiare. E bisogna nutrire pure l’anima. E allora eccoci qua con qualcosa da guardare, e allo stesso tempo con qualcosa cui pensare.

Parliamo di sogni, delle ansie e delle inquietudini che soggiacciono sul fondo della serica pittura di Corcos. Spesso il nome di questo artista, nato a Livorno nel 1859 non è associato con facilità alle immagini che pur tanti conoscono. Anni fa a Roma in una mostra dal titolo “La seduzione” era presente uno dei quadri più belli di Vittorio Corcos. Certo il quadro, chiamato appunto “Sogni”, rappresentava anche il tema scelto dai curatori, la seduzione, ma di sicuro è più indicato per parlare di questi momenti in cui alle volte la patina della bellezza può essere utile ad ammorbidire le lordure, pur senza dimenticarle.

“Sogni”, dal 6 settembre al 14 dicembre, sarà al centro di una mostra dedicata al grande artista, che si terrà al Palazzo Zabarella di Padova che, dopo De Nittis, prosegue l’esplorazione nella pittura dell’Ottocento. La mostra ripercorre la vita e l’opera del pittore livornese ricordando il notevole successo e la grande fama di cui godette l’artista durante la sua lunga carriera, che era già notevole nella prima metà del Novecento. Ugo Ojetti, nel ’33 scrisse: “Chi non conosce la pittura di Vittorio Corcos? Attenta, levigata, meticolosa, ottimistica: donne e uomini come desiderano d’essere, non come sono”. E in effetti siano di fronte ad una pittura di qualità, chiara e raffinata, lucida come la seta e come le scarpine di copale, nella maniera che solo lui, era l’artista a dirlo, sapeva fare. Ma non è solo una patina, non è solo immagine per evitare di pensare al altro.

“Sogni” è un dipinto che già osava. In pochi dettagli della postura presentava una donna che a tratti poteva essere definita spirituale, a tratti realista, ma per quanto “scomoda”, non poteva non essere non essere ammirata, oltre che per la bellezza, per il suo carattere inquieto.
 Una splendida immagine, che diventerà infatti uno dei simboli della Belle Époque, che ricorda la pubblicità, ma tanti piccoli segni parlano invece di sottili paure, di pensieri e preoccupazioni. Sul volto di una bellissima donna due occhi sicuri e profondi, che pure velati da un alone vago di mistero e di tristezza, trasmettono un minimo di incertezza riguardo al futuro. Sullo sfondo un muro con delle piccole crepe attraversato dai fili di una rosa su cui però non sboccia nessun fiore. Solo narrano le spine, quasi un naturale filo spinato. Il tutto immerso in una luce che è chiaramente autunnale, e infatti un ombrello posato sulla panchina è indeciso tra l’essere un parasole o un parapioggia.

Spuntano invece due piccoli boccioli di rosa tra i libri che ci dicono che l’alimento dei sogni non può che essere la cultura. È il sapere che ci fa viaggiare con la mente, mentre la lontananza da ciò è fonte di tutte quelle brutture di cui sentiamo parlare. Il baratro dell’ignoranza è quello nel quale è facile trovare come fonte di consolazione le parti negative dello spirito religioso, che possono portare gli uomini ad uccidere in nome di un Dio.

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