Papa Francesco, ieri ha dichiarato con fermezza che non si può “incitare all’odio in nome di Dio. E non si può fare la guerra in nome di Dio”. Mai, messaggio spirituale e di pace fu più adatto a quello che ogni angolo del Medio Oriente sta vivendo, e molto del territorio africano sta sopportando. Una recrudescenza della violenza perpetrata in nome di valori religiosi, che poco hanno a che vedere con i concetti di tolleranza, rispetto della libertà di culto e sacralità della vita umana. Queste idee sono lontane anni luce, dagli avvenimenti che le azioni dei jihadisti trasformano in applicazione di giudizi e valori, di un Islam malato.

In Iraq, in questi giorni, si sta consumando una tragedia, che ha già tutti i caratteri del genocidio. Prima con la caccia ai cristiani, uccisi, fatti prigionieri o riusciti a fuggire, ma divenuti dei “senza patria” ed ora il massacro della minoranza yazida, sulla quale la ferocia, ha superato ogni umano limite. E tutto questo, accade per “fare grande il nome di Allah”, per compiere la grande opera del Califfato Islamico, caro ad Osama Bin Laden, ad Al Qaeda e agli estremisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil); che dal capezzolo di Bin Laden hanno tratto il nutrimento e che dal 2003, Abu Bakr Al Baghdadi, il loro leader ha professato come atto di fede.  Abu Bakr Al Baghdadi, li ha fatti crescere e diventare ciò che sono oggi: uno dei gruppi estremisti più forti e più pericolosi. L’Iraq soggiace al loro controllo e una parte della Siria è sotto il loro dominio, mettendo in gravissime difficoltà la popolazione ed i governi. La situazione attuale ha infatti consentito all’Isil di dichiarare a tutto l’Occidente, che il Califfato è stato ufficialmente fondato; è una realtà di fatto.

In molti, frattanto, accusano la diplomazia internazionale e soprattutto gli Stati Uniti, di immobilismo e di “attendismo fuori luogo”. Secondo gli analisti, gli americani dovevano intervenire prima con gli attacchi mirati; prima che l’epurazione delle minoranze considerate dagli islamisti come dei  “senza Dio”, portasse a questo nuovo olocausto. I militanti dell’Isil avanzano velocemente, troppo velocemente, e gli Stati Uniti avevano sottovalutato l’organizzazione di questo gruppo. L’intervento attuale, può rallentare quest’avanzata ma non fermarla. Gli F18 americani stanno bombardando molte basi del califfato ma la conquista della Siria ha rafforzato gli jihadisti, i quali hanno preso la base della Brigata 93 a Raqqa, impossessandosi dei tank e dei missili per rifornire le truppe in Iraq.

L’Unione Europea, in questa vicenda appare poco coordinata, mentre la Gran Bretagna e la Francia con il Ministro degli esteri francese Fabius, che è subito andato a Baghdad e Kirkuk, sono scesi apertamente in campo. I francesi si sono detti disponibili all’accoglienza dei cristiani sfuggiti all’eccidio, pur se il ministro ha precisato che al momento, non sono previste interventi militari da parte francese.  L’Italia, invece, non ha ancora fatto chiarezza sulle mosse che il nostro paese, intende fare. Sebbene, i nostri ragazzi della “Folgore”, che nel ’91, con la missione “Airone” erano in Iraq per dare aiuto e sostegno ai curdi perseguitati da Saddam, conoscano bene quei territori. L’Italia ha  comunque deciso di stanziare un milione di euro per gli aiuti umanitari ma il resto dell’Europa appare distratta dalle questioni legate alla crisi economica, e sembra avere maggiori preferenze verso la guerra civile in Ucraina, e verso il conflitto israelo-palestinese.

In Iraq, dopo le tre ore di bombardamenti da parte degli americani, i Peshmerga curdi, con un attacco via terra, hanno riconquistato i villaggi di Makhmur e Gwer e sono riusciti ad aprire, una via d’uscita verso il Kurdistan iracheno per tutti quei profughi che hanno intercettato. Solo ieri sono stati tratti in salvo, più di 20 mila yazidi che si erano rifugiati giovedì, nelle montagne del Sinjar, mentre le operazioni militari anti jihadiste, si concentrano a nord dell’Iraq, nelle zone vicine a Erbil. Ma ci sono ancora oltre 30 mila, di queste persone che stanno lottando per restare in vita. La deputata yazida del Parlamento iracheno, Vian Dakhil ha rilasciato un’intervista telefonica in cui ha spiegato come l’Isil, stia perseguitando il suo popolo.

“I miliziani dello Stato Islamico hanno ordinato agli uomini yazidi di scegliere” o la conversione all’islamismo o la morte. “A coloro che hanno rinnegato la nostra fede diventando musulmani, poi, hanno strappato le mogli e le figlie con l’intenzione di offrirle alle proprie truppe. Alcuni hanno preferito essere uccisi. Nella mia religione, di fronte a una scelta simile è meglio la morte”. In 500, soprattutto donne e bambini, sono stati sepolti vivi perché yazidi ed altri 4.000 sono minacciati d’essere giustiziati se non si convertiranno all’Islam. Si parla anche di crocifissioni e sevizie atroci, mentre le donne vengono sequestrate quando non sono uccise, e “vendute al mercato degli schiavi”. All’inizio più di un centinaio, di queste, sono state portate al confine con la Siria, a Tal Afar e sembra che ora siano tenute prigioniere in diverse scuole a Mosul. La deputata ha precisato: “crediamo che una sessantina siano state separate dalle altre e sarebbero state già offerte o vendute per quelli che alcuni chiamano la Jihad al-Nikah”, la jihad del sesso. Sui monti del Sinjar, attualmente,  ci sono 50 mila famiglie ma stanno male e le morti di bimbi e anziani sono in aumento anche se in queste ore, giungono arrivi umanitari lanciati dagli aerei americani. Alcuni di loro, si sono armati ma i loro fucili sono senza munizioni, e non possono scendere a valle per rifornirsi d’acqua perché ci sono i miliziani che sono pronti al massacro. Si pensa che abbiano un’autonomia di vita, di due giorni, dopodiché inizieranno a morire in massa.

Vian Dakhil, spiega che gli yazidi “sono stati storicamente perseguitati per la loro venerazione dell’Angelo Pavone, fraintesa come una sorta di culto del diavolo. Ma vivevamo in pace nel Nord”. Gli estremisti, li disprezzano, più che i cristiani “che sono nominati nel Corano, noi no, e ai loro occhi meritiamo d’esser massacrati tutti”. La culla degli yazidi, è la città irachena di Sinjar, che l’Isil ha conquistato domenica scorsa. Questa gente è una minoranza curdofona, seguace di una “religione pre-islamica” che ha in sé forti elementi di Zoroastrismo. Nella città, sino ad una settimana fa, abitavano 310 mila persone e molte decine di migliaia di profughi.

La religione yazidica è antica di almeno 4 mila anni, una tra le più antiche e da parte degli studiosi è stata considerata “il museo dei culti orientali”. Sono in mezzo milione i suoi fedeli, in Iraq, in Siria, in Turchia ma anche in Iran, Armenia e Georgia. Sono un popolo pacifico e tollerante, circoncisi come gli ebrei, adorano il sole e credono nella trasmigrazione delle anime. Per gli yazidi, c’è un dio buono, il Dio della Luce “Khoda” e il dio cattivo “Auz-Melek”, il dio con l’aspetto del pavone, che è un angelo decaduto, e quindi visto da chi li perseguita come il diavolo.

La religione yazidica contempla nel’opera di creazione sette divinità questo; secondo il “Libro della Rivelazione” detto “Libro Nero”. Orbene, dato che il dio buono “Khoda” ispira sentimenti buoni e positivi, è inutile adorarlo; invece è necessario “fare offerte e indirizzare preghiere, a quello cattivo sperando di placare la sua malvagità. Proprio il giorno dieci di agosto, che è la notte astrale delle stelle cadenti e quindi piena di simbolismo, sui monti del Jabel Sinjar, c’è una processione durante la “quale i fedeli si flagellano offrendo le loro sofferenze al diavolo”. Ma questo rito è effettuato non per invocare il demonio, bensì per placare la sua ira, ripristinando il corretto equilibrio tra forze positive e negative. Gli yazidi ammettono una duale presenza del bene e del male; la loro è una religione antica, in cui il culto solare e la visione di un mondo delle tenebre, appartengono alla stessa dimensione. Gli yazidi venerano anche un santo, Adi Ibn Musafir, morto nel 1163. Per onorarlo sulla sua tomba, a Saadli, ci sono due fuochi perpetui.

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