Uno dei più preziosi aforismi di Mark Twain recita: “Ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessun altro”. È questo l’aforisma in cui si racchiude il senso della letteratura per il grande autore delle avventure di Tom Sawyer, e infatti egli lo precisa meglio nella prefazione della sua opera prima: “La gran parte delle avventure riportate in questo libro sono accadute realmente. Un paio sono esperienze personali, le altre di quei ragazzi che erano a scuola con me. Huck Finn è preso dal vero, e così Tom Sawyer. Tom, però, non nasce da una persona sola: per lui ho messo insieme il carattere di tre ragazzi che conoscevo, il risultato è quindi un’architettura d’ordine composito. Le singolari superstizioni di cui parlo erano molto comuni tra i ragazzi e gli schiavi dell’Ovest ai tempi di questa storia, ossia trenta o quaranta anni fa. Hartford, 1876”.

La costruzione di un personaggio che è la parte più importante per un romanziere, è una costruzione complessa, un’architettura d’ordine composito come dice Twain, per il semplice fatto che si tratta di sedimentazioni lunghe ed articolate, che mutano anche di continuo e di cui spesso non si riesce a cogliere lo sviluppo, al punto che pure se si facesse un operazione inversa, cioè andare alla ricerca dell’essenza di un individuo, procedendo nella direzione dell’analisi delle innumerevoli sfaccettature del suo carattere, si arriverebbe con difficoltà a una determinazione precisa. Certo con la psicologia si sono fatti straordinari passi in avanti, ma anche se a questo percorso si accinge la persona più equilibrata di questo mondo arrivare al proprio se è comunque un’impresa difficile, una cosa è certa comunque lungo questo percorso non è difficile imbattersi in quel lato di sé, che a Mark Twain piaceva ricordare come la faccia oscura della luna.

Questa ricerca ha sempre affascinato l’uomo e gli artisti. Nella letteratura ci sono innumerevoli esempi, e forse ogni pagina di un libro rappresenta questa ricerca, questo scavo all’interno di sé per raggiungere la propria centratura, il proprio essere profondo. La pittura poi ha intrapreso questa discesa nel cupo cuore dell’anima ad un certo punto della storia dell’arte con diversi autori. Forse il capostipite italiano è stato Leonardo Da Vinci, il quale, nel lungo studio che viene erroneamente definito delle “teste di carattere”, si sforza proprio di individuare il lato oscuro, il demone che si annida in ognuno di noi, e a ben guardare questa lunga analisi la ritroviamo in misura più o meno emergente in tutte le sue opere. Una volta aperta questa botola, una volta che si è intuita l’esistenza di un passaggio per arrivare al cuore dell’anima da dove lanciare uno sguardo sul cuore oscuro dell’uomo, in tanti si sono avvicendati lungo queste scale.

Ora saranno raccolti questi tentativi, che raggiungono profondità notevoli di indagine, nella mostra che aprirà i battenti a Villa Medici, a Roma, dal 7 ottobre. Lì con oltre cinquanta opere provenienti dalle maggiori collezioni europee, pubbliche e private, si andrà a scrutare anche una immagine particolare di quella che doveva essere la Roma Barocca, a anche i relativi intrecci dovuti alla vicinanza con il papato.

I dipinti di Lorrain, Bourdon, Bramer, de Ribera e dei grandi Caravaggeschi, e dei Bamboccianti faranno rivivere il tentativo di quei tempi del barocco di indagare i lati oscuri. I grandi caravaggeschi erano quelli che, dietro le orme del maestro Caravaggio, provavano a immettere la luce con tutta la sua drammaticità nell’indagine. Cioè fanno diventare oggetto della loro ricerca e delle loro rappresentazioni quella parte dell’uomo che prima non veniva ritenuta degna di essere osservata. Quindi la gente comune, tra cui anche i rifiutati, i vagabondi e i disperati con tutte le loro azioni e le loro posture potevano diventare un bel soggetto artistico. Si era aperta quella che Caroli definisce la via dell’anima, e tutto ciò che veniva “sentito”, attraverso lo sdoganamento dell’arte poteva anche essere visto.

Stessa cosa faranno i Bamboccianti, anche se con un punto di vista leggermente diverso, che riguardava il tema del paesaggio. L’iconografia trattata da questa corrente era tratta dalla vita quotidiana dove tutto diventava tema da trattare. Questi dovevano il loro nome a Pieter van Laer, detto il Bamboccio, il quale, partendo da modelli caravaggeschi, creava opere caratterizzate da un realismo narrativo e bozzettistico, che poneva in risalto gli svariati atteggiamenti che il panorama della strada e della vita di tutti i giorni gli metteva davanti, compresi i lati negativi dell’uomo.

I temi dei Bamboccianti, tra cui vi erano anche dei pittori fiamminghi che vivevano a Roma, erano tratti lo stesso dalla vita quotidiana romana, e raccontavano di feste popolari, di saltimbanchi, di bari, litigi per strada, e via dicendo, in una collezione di quelli che possono essere definiti i vizi e le miserie, ma anche gli eccessi della città eterna. Viene solo da chiedersi quali sarebbero state le opere che gli avrebbe suggerito la nostra complessa contemporaneità?

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