Ritornare a Pompei quando la cucina e gli dei bastavano a proteggere il focolare

Oggi ci dibattiamo in un mare di problemi per la gestione quotidiana della nostra vita tra una serie di piccoli e grandi contrattempi che una semplicistica maniera di vedere ci fa chiamare crisi. Si trova difficile progettare cultura e trasformarla in eventi che possano trasmetterla. L’arte annaspa nel tentativo di sopravvivere, la letteratura nonostante i premi e i festival del libro, vede crescere i dati di disaffezione dei lettori e perfino lo sport al di là delle grandi manifestazioni, versa in una situazione in cui tante cose sono chiaramente da riscrivere.

Una cosa invece che sembra non tramontare mai, ma anzi in questo periodo pare essere tornato molto di moda è la cucina, con la sua maniera particolare di rappresentare cultura. Il cibo è sicuramente visto come una forma di sapere, e oltretutto risalire alle radici del significato etimologico della parola cultura ci fa tornare alla mente il motivo per cui si è evoluta questa misteriosa capacità dell’uomo di apprendere e codificare le proprie nozioni.

Le trasmissioni televisive ormai hanno fatto della cultura culinaria un brand e il sogno di diventare uno chef pare essere diventata un’aspirazione cui tendono tanti giovani, che vedono questa attività come una proficua attività di lavoro. Il modo di cucinare traccia la reale fisionomia di un popolo, e le abitudini conviviali da sempre hanno rappresentato i momenti di serenità e di cura strettamente intrecciato con l’idea di famiglia, oltre a simboleggiare il momento di celebrazione di qualsiasi evento. La sensazione di gratifica che si prova nel cibo è infatti legata all’idea di cura e di amore, ma anche al concetto di premio per chi ha duramente lavorato o combattuto. Basti pensare ai lauti banchetti che si celebravano nell’antica Roma di cui abbiamo molte ricche notizie tramandate da scrittori, storici e poeti del tempo.

Petronio, pur sfortunato per la sua contemporaneità con Nerone, ne sfruttò la figura trasportandola nella letteratura. Nel  suo “Satyricon”, dedicò una discreta fetta alla descrizione del lauto e ridicolo banchetto dell’ingenuo Trimalcione, il quale con la sua accolita di schiavi è una caricatura di tutto punto dell’imperatore. Un altro episodio ilare è la storia riportata da Giovenale, che narra di un gigantesco rombo, regalato da un pescatore a Domiziano. E la dimensione straordinaria del pesce pare abbia provocato una sessione straordinaria del senato di allora per arrivare alla “storica” decisione di far realizzare un tegame abbastanza grande da contenere il rombo straordinario. Chissà che pure allora non si discutesse su come spartire il pesce gigante o come garantire un po’ a tutti un boccone.

Ciò che ci dà in maniera più diretta queste forme di conoscenza, oltre alla storia ed alla letteratura è proprio il ritorno a quei tempi con la visione del campo di “battaglia”. Il sito archeologico di Pompei tanto alla ribalta delle cronache è da questo punto di vista una vera e propria diapositiva su quel mondo. È tale istantanea, realizzata dalla repentina eruzione del Vesuvio, che bloccò con la sua esplosione momenti reali di vita, a regalarci il senso pieno dell’archeologia.

Passeggiare tra le strade di una città sepolta migliaia di anni fa può darci una retrospettiva completa sulle attività quotidiane e sulla cucina di quei giorni, quasi meglio che la documentazione letteraria. Tutto ci viene narrato da quel fantastico mondo tirato fuori dagli archeologi da quel bozzolo di fuoco realizzato dal Vesuvio.

Oltre alle innumerevoli scene della magniloquenza della vita degli abitanti, alla raccolta straordinaria di immagini sulla mitologia, trionfano nei famosi affreschi pompeiani, che mantengono ancora inalterati i loro colori brillanti, dei piccoli quadretti di cibo e alimenti che all’epoca con una parola greca venivano chiamati “Xenia”, doni, che rappresentavano le regalie che era solito fare l’anfitrione ai propri ospiti.

Le prime nature morte della storia dell’arte videro il successo di un anonimo artista che tra le tante rappresentazioni ne realizzò una che sembra ancora riportare in vita e i sapori di una cucina mai sepolta dalla cenere. Si tratta di un piccolo quadretto che illustra due fiscelle di ricotta, di quelle fatte di giunco come li facevano fino a pochi decenni fa prima che arrivasse la plastica. E una di queste fiscelle di giunco, il piccolo cestino annerito si è rovesciato, facendo cadere il candido e saporito contenuto. Ma a parte questo, sono ancora vive certe testimonianze che sembrano sul serio in attesa di qualcuno che arrivi ed accenda il fuoco. Nella casa dei Vettii è perfettamente conservato un focolare in muratura, che del resto era presente in quasi tutte le case, con un piano in laterizio che veniva ricoperto di brace, e quindi offriva la possibilità di cucinare contemporaneamente diverse vivande.

Risollevarci come popolo significa anche capire che spesso delle rovine non sono semplicemente delle pietre ammucchiate ma narrano in fondo anche di noi, e dei tempi in cui la serenità e il benessere erano legate alla possibilità di avere un tetto, un focolare e qualcosa da mangiare.

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