“Greta Garbo? Il suo grosso limite”, mi spiegò Marlene Dietrich rispondendo ad una precisa domanda sulla sua grande amica-nemica, “è stato di prendersi troppo sul serio. Ha creduto davvero, ad un certo punto della carriera, di essere una ‘divina’ sul pianeta Terra ed ha piantato tutto. Io, il mestiere dell’attrice, l’ho vissuto da comune mortale, senza prendermi troppo sul serio, e qualche risultato positivo credo di averlo ottenuto”.

Non era mai corso buon sangue, tra le due dive. Insieme, nel 1925 (Greta ventenne, Marlene ventiquattrenne) avevano interpretato in Europa un film muto di Pabst, “La via senza gioia”: entrambe in ruoli secondari. Le loro strade si erano poi divise: Greta, emigrata in America a ventun anni, era diventata in poco tempo la star numero uno di Hollywood e la sua meno giovane collega era rimasta a recitare particine in Germania. Il successo, per Marlene, arrivò con “L’angelo azzurro”, nel 1930. Un film-cult, entrato nella storia del cinema: l’amara parabola della rovinosa passione di un professore di liceo per la affascinante e crudele soubrette di uno squallido cabaret della provincia tedesca. Famosa la scena della sensualissima Lola-Marlene in calze nere, giarrettiere e cilindro, che cantava con voce roca e perversa, piantata sul pianoforte a gambe divaricate e poi seduta con le gambe accavallate: “Io sono piena d’amore dalla testa ai piedi…”. Con quel film si aprirono per lei le porte di Hollywood e sarà quella la canzone-simbolo del mito Dietrich.

Marlene Dietrich in terrazza al "San Domenico" nel 1965: aveva 64 anni
Marlene Dietrich in terrazza al “San Domenico” nel 1965: aveva 64 anni

Aveva 29 anni, un marito, una figlia; e partiva per l’America già carica di gloria (a differenza della Garbo che a Hollywood si era presentata pressoché sconosciuta). “Arriva l’angelo più sexy d’Europa”, titolavano a tutta pagina i giornali d’oltre oceano, in attesa del piroscafo. I cronisti chiesero alla Garbo un giudizio sulla sua collega (e amica, si supponeva). “Marlene Dietrich, chi è?”, rispose freddamente Greta. Le ricordarono il titolo del film che avevano girato insieme non molti anni prima. “Non mi viene in mente nessuna Marlene”, tagliò corto la “divina”, impassibile. Si odieranno reciprocamente per tutta la vita.

Sulla rivalità Garbo-Dietrich, vero e proprio scontro tra dive, Hollywood puntò molto. Il cinema era diventato sonoro da poco. “La Garbo parla!”, il trionfale slogan del produttore Mayer per il film “Anna Christie”. “La Dietrich parla e canta”, replicarono quelli della “Paramount”. Ed era certo un punto a loro vantaggio: le canzoni della Dietrich, quel suo particolarissimo modo di cantare, inquietante e sensualissimo, avevano avuto un peso determinante nell’exploit del suo “Angelo azzurro”, non meno della straordinaria carica erotica che l’attrice era riuscita a dare al personaggio. Ma anche nel confronto fra attrici, la bilancia pendeva decisamente dalla parte della Dietrich, interprete di ben altra sensibilità e cultura, molto più espressiva (e sanguigna) rispetto alla “statua d’alabastro” Greta Garbo: certamente più credibile nella rappresentazione delle passioni umane.

In comune, avevano certamente la bellezza: piena di fascino e mistero in entrambe. “Marlene Dietrich, il tuo nome è una carezza, il tuo cognome una frustata”, scrisse in un madrigale Jean Cocteau, scrittore, regista e accademico di Francia, omosessuale. “ La tua voce, i tuoi sguardi sono quelli di una maga incantatrice. Ma le maghe sono pericolose, quasi sempre nefaste per gli uomini che cadono nella rete dei loro incantesimi. Tu, invece, rappresenti e dài gioia, gioia di vivere e di amare. Il segreto della tua bellezza è anche il segreto del tuo cuore. E la frustata di quel tuo cognome, così duro da pronunciare, si stempera nella carezza di un nome dolcissimo”. Ed il “super-maschio” Hemingway: “Non avesse altro che la voce, così roca e inquietante, basterebbe solo quella a far strage di cuori. Ma la incantevole Marlene dispone di altri tesori: due gambe stupende, la vigorosa perfezione di un volto che sembra scolpito per l’eternità”.

Le famose “pettegole” di Hollywood attribuirono tanti amori, alla Dietrich come alla Garbo: amori tumultuosi e sempre enigmatici, anche con donne, che addirittura si sarebbero scambiate come amanti. “Sono tante le sciocchezze che si leggono sui giornali“, mi rispose Marlene quando la intervistai a Taormina nel 1962. “Uomini ne ho avuti tanti, ma amanti pochi: con molti sono stata amica, compagna, sorella, madre, consigliera, consolatrice. Ad Hemingway, sono stata io a presentare la donna che sarebbe poi diventata sua moglie; Gérard Philipe, l’amai come si può amare un figlio; e Jean Gabin, quello sì, compagno e amante, un grande amore, grandissimo, anche se eravamo entrambi sposati. Quanto alle donne, ho avuto amicizie bellissime, gratificanti sul piano affettivo ed umano non meno di quelle maschili. Io dico che le amicizie, quelle vere, non hanno sesso”.

A Taormina aveva appena cantato al casinò. “Lili Marleen”, come sempre, il suo cavallo di battaglia: la cantava con la sua voce roca e struggente, a 61 anni, incantando e commuovendo vecchi e giovani. Era stata la canzone-simbolo della resistenza anti-nazista, portata al successo in Germania da Lale Andersen e proibita dai ministri di Hitler, ed in bocca alla Dietrich, vent’anni dopo, faceva spuntare i lucciconi agli occhi per la commozione anche a chi era stato allora dall’altra arte, non soltanto agli anti-nazisti. Ed a Taormina la sessantatreenne Marlene tornò nel 1964, per non mancare alla famosissima “notte delle stelle” per la consegna dei premi David di Donatello al teatro greco. “Uno spettacolo da favola, indimenticabile”, spiegò ai giornalisti, “quella cavea punteggiata dalle diecimila candeline che gli spettatori accendevano mentre si spegnevano le luci del teatro”.

C’era anche la Garbo a Taormina, quell’anno, “ospite segreta” del dietologo Hauser, e di lei ebbi modo di parlare ancora con Marlene. Non si limitò a dirmi, l’attrice-cantante, che il grosso limite di Greta era stato “di prendersi troppo sul serio, pensando davvero di essere una divina sul pianeta Terra”. Mi disse anche, criticando duramente l’atteggiamento incredibilmente polemico e rinunciatario della sua grande nemica, che soltanto “una donna arida e assolutamente priva di sentimenti” poteva rinunziare ad emozioni come quelle che lei aveva vissuto in quella magica notte in teatro. Emozioni, volle precisare, che “esaltano il tuo animo, ti danno gioia di vivere, di amare”. E concluse: “Rinunziare a quelle emozioni, significa scappare dalla vita; ed è un atto di viltà, la cosa peggiore che un essere umano possa fare”.

Marlene, la sua vita, la visse fin in fondo, provandole tutte, intensissime, le emozioni del vivere: morì a Parigi nel 1992, a 91 anni. La “divina” Garbo era morta a New York nel 1990, a 85anni; ma lei, dalla vita, era scappata molti anni prima. “Per viltà”, spiegò la sua grande nemica Marlene.

L’articolo di Saglimbeni è tratto dal libro “Taormina: la storia, i peccati, i grandi amori” che presto sarà disponibile anche in ebook in lingua inglese.
sito web: www.gaetanosaglimbeni.jimdo.com

© Riproduzione Riservata

Commenti