Il made in Italy in vendita e la Cina entra nel capitale delle principali industrie italiane

L’alimentare italiano nelle mani straniere – Che una buona parte del made in Italy sia nelle mani di multinazionali straniere non è una sorpresa. È ormai da circa trent’anni che diversi marchi prestigiosi del Bel Paese sono finiti nella lista della spesa di colossi esteri. Uno degli ultimi casi è stato quello del Riso Scotti, che è stato acquistato per il 25% (con la possibilità di salire fino al 40%) dalla multinazionale alimentare iberica Ebro Food. Inoltre gli spagnoli hanno rilevato i salumi Fiorucci. Anche i nuovi miliardari russi sono attratti dall’Italia e così l’oligarca Roustam Tariko ha conquistato gli spumanti di Gancia mentre i giapponesi di Mitsubishi hanno conquistato i pelati di AR. Già, sembra proprio una conquista dei simboli italiani. Rilevante è anche la campagna acquisti dei francesi. Lactalis si è impossessata di Parmalat e prima ancora dei formaggi Galbani, Invernizzi e Cademartori. Il 49% di Eridania Italia é stato ceduto alla Cristalalco, mentre il 27% del gruppo caseario Ferrari è entrato nell’orbita della Bongrain Europe.

Abbigliamento, mobili e telecomunicazioni. L’avanzata delle multinazionali estere in Italia – Perfino la neutrale Svizzera avanza pretese in territorio italiano. Diversi anni fa, infatti, la multinazionale Nestlé aveva acquisito Buitoni e Perugina. Gli storici biscotti Plasmon fanno parte del gruppo americano Heinz e l’olandese Heineken ha bevuto le birre Peroni, Moretti e Dreher. Non solo la storica buona cucina italiana riesce ad attirare gli stranieri. L’abbigliamento è un’altra calamita. Di proprietà dell’Lvmh, il più grande gruppo del lusso al mondo, sono Fendi, Emilio Pucci e ultimamente anche Loro Piana. E come non citare Valentino, che è passato in un fondo sovrano del Qatar. Altro settore che ha dovuto cedere una parte della sua storia è quello dei mobili. Berloni è stata acquisita dai taiwanesi di Hcg, Richard Ginori è stata acquistata da Gucci e a sua volta controllata dalla francese Kering. In un contesto del genere si inseriscono anche le telecomunicazioni. Wind, ad esempio, era nel 2003 nelle mani di Enel, ma due anni dopo ha ceduto la quota di maggioranza al magnate egiziano Naguib Sawiris che nel 2010 si è fuso con il gruppo russo VimpelCom ed ha assunto il 100% di Wind. Poi c’è la Tre passata da Renato Soru ai cinesi e Alitalia vicina a decollare verso gli arabi di Etihad.

La Cina alla conquista dell’Italia. Da Fiat a Telecom – Questo, più o meno, è quello che è accaduto negli ultimi anni in Italia. L’avanzata dei colossi internazionali sembra irresistibile e così anche la Banca centrale cinese, People’s Bank of China, dopo aver puntato 2,1 miliardi su Eni ed Enel, ha deciso di far entrare nella sua orbita Fiat, Telecom e Prysminan. Stando ai dati della Consob, l’istituzione finanziaria d’Oriente ha acquistato il 2% della Fca, il 2,08% del gruppo telefonico e il 2,01% di Prysmian. I cinesi, inoltre, hanno acquisito il 35% di Cdp Reti e la Shangai Electric, per 400 milioni di euro, ha rilevato il 40% di Ansaldo Energia. Due anni fa il gruppo Ferretti Yacht era stato acquisito dal colosso Shig-Weichai e all’inizio del 2014 Krizia, icona della moda made in Italy, ha venduto il suo marchio alla Shenzhen Marisfrolg Fashion della stilista Zhu Chongyun. L’Italia, dunque, si conferma terra di conquista per la Cina, che in questi anni ha puntato molto anche su un altro Paese dell’Europa del Mediterraneo. Si tratta della Grecia. Nella nazione ellenica la Cina gestisce il porto del Pireo, mentre in Portogallo è socia del colosso dell’energia Edp. Non tutto il male viene per nuocere, perché queste acquisizioni, almeno nel campo alimentare italiano, hanno prodotto negli ultimi trent’anni un aumento dell’occupazione che è passata da 100 mila a oltre 400 mila addetti e l’export è volato da 2 a 10 miliardi.

© Riproduzione Riservata

Commenti