Inaugurata in concomitanza con il Film Fest, il Festival del Cinema di Taormina, che ha celebrato il sessantesimo anniversario, “C’era una volta in Sicilia. I 50 anni del Gattopardo”, è la mostra che dal 14 giugno sino al 17 agosto di quest’anno, offre agli appassionati cinefili ed ai curiosi del repertorio classico del cinema italiano, un percorso costruito per evocare scenari di una certa storia del cinema; quello post seconda guerra mondiale, con un’Italia sullo sfondo, regina del boom economico ma che mantiene anche inalterata una struttura provinciale e un po’ “dirupata”.

La mostra ha collaborazioni eccellenti come la “Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia”; “Sensi Contemporanei” di Alberto Versace; la Fondazione “Federico II” e naturalmente, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, la Regione Siciliana, il Comune di Taormina, e Taormina Arte, che della tutela della tradizione dell’arte cinematografica, con il segretario generale Ninni Panzera, in testa, ha fatto uno dei suoi punti di forza.

Il viaggio nella Sicilia del Gattopardo, vuole essere anche un dialogo tra l’opera letteraria di Giuseppe Tomasi di Lampedusa degli anni 1957/58, e il quasi contemporaneo epico film del Maestro Luchino Visconti, con il suo Gattopardo, uscito nel 1963. Proprio per celebrare i 50 anni dall’uscita nelle sale del film, che ne decretò il successo internazionale e l’amore senza tempo da parte degli spettatori e degli esperti che ancora oggi, con questo capolavoro si confrontano, che è stata allestita questa mostra. La curatrice della mostra non poteva che essere Caterina d’Amico, la quale ha tratto a piene mani dall’archivio del Gattopardo, per realizzare questa esperienza multimediale.

Anzitutto, per mettere in mostra i passaggi fondamentali che hanno portato alla realizzazione della pellicola di Visconti, non poteva essere scelto luogo migliore: un palazzo che ha segnato la storia di Taormina e della Sicilia. Perché il linguaggio della mostra, rimanda al linguaggio del libro, e il testo racconta a sua volta, il linguaggio dell’isola.

Palazzo Corvaja, costruito su una torre di fortificazione araba e realizzato in diverse fasi della storia medievale siciliana, ha raggiunto la sua piena espressione nel 1410, quando in occasione della convocazione di uno tra i più importanti parlamenti dell’epoca, venne ultimato proprio nell’ala dove oggi è allestita la mostra, e che fu appunto da allora detta “la Sala del Parlamento”. La storica seduta si tenne nel settembre del 1411 e la reggente Bianca di Navarra, non riuscì nell’intento di far eleggere ai baroni presi dalle loro beghe territoriali, un re che fosse siciliano. Fu in quell’anno che venne nominato un re spagnolo ed in sua rappresentanza, inviò nell’isola un suo vicario e da qui, iniziò per la Sicilia “l’epoca dei viceré”. Ulteriore collegamento con la storia della decadenza del regno borbonico nel Regno delle Due Sicilie, l’incursione dei garibaldini e il passaggio post unitario al potere sabaudo piemontese.

Perché per capire il romanzo di Tomasi di Lampedusa con i suoi “gattopardeschi personaggi” e respirare l’aria del film di Luchino Visconti, bisognava prima capire come si è giunti a voler narrare quella storia che segna anche la fine di un’epoca. E quella storia rivive ora, tra le pareti di Palazzo Corvaja, in cui il visitatore “attraversa i luoghi fondamentali del film, attraverso una serie di stanze ideali”.

“Stando così le cose, che restava da fare? Aggrapparsi a quel che c’è senza far salti nel buio? Allora occorrevano i colpi secchi delle scariche, così come erano rintronati poco tempo fa in una squallida piazza di Palermo, ma le scariche anch’esse a che cosa servivano? Non si conclude niente con i ‘pum! Pum!’ È vero Bendicò?”

Questi erano gli interrogativi che si poneva il Principe di Salina, Fabrizio Corbera, il Gattopardo che nel film, per una sorta di cessione fortunata, fu interpretato dall’imponente Burt Lancaster e che ne definì per sempre i caratteri, al posto di Laurence Olivier. La rivoluzione, gli scontri, il cambio di testimone del potere tenuto sino ad allora dai Borboni e dai baronati locali, che erano eredità degli antichi modi medievali e feudali d’intendere e gestire l’isola, a chi avrebbero giovato? Le riflessioni del Principe di Salina sui destini della sua famiglia, che come già tratteggiato da Giovanni Verga nel “Mastro Don Gesuado”, avrebbe dovuto far i conti con la nuova classe borghese, “quelli che si erano fatti da soli”, e trattare per un matrimonio, visto come conveniente mescolanza tra titoli nobiliari ed interessi economici, al fine di non mandare tutto in malora; quelle riflessioni dicevamo, affliggono il Gattopardo. E questi sono i motivi presenti nella trama cinematografica di Visconti, uomo che ha toccato con mano la rinascita dell’Italia post bellica, filtrandola con gli occhi del cinema neorealista, un’idea che accompagna, chi sceglie di rivivere quelle pagine di storia isolana ma che è oramai anche tutta italiana. E ad accoglierci, c’è una foto dello scrittore sul balcone di Palazzo De Pace, ossia Palazzo Lanza Tomasi, quasi si trattase di una sorta di Virgilio che ci introduce al mondo letterario dove nelle teche fanno mostra una copia del dattiloscritto, e alla parete un ritratto del vero Gattopardo: Giulio Fabrizio Tomasi Principe di Salina, che sembra volere invitare a lasciarlo da parte, per preferirgli il volto noto di Lancaster.

Nella visita guidata al film, che di rimando richiama prepotentemente anche le pagine del romanzo, ci sono i collage effettuati dopo i sopralluoghi per la scelta dei palazzi e delle riprese delle scene fatti dallo scenografo Mario Garbuglia. Il quale opterà per le riprese a Villa Boscogrande per Villa Salina, e restituirà splendore alla facciata, mentre il Palazzo del Principe sarà ricostruito nel paese di Ciminna, con la chiesa dove parlano i barocchi stucchi del Serpotta. Ma ci sono le foto che immortalano Luchino Visconti insieme alla storica collaboratrice, Suso Cecchi D’Amico. E subito dopo, lo sguardo viene rapito dalle autentiche opere d’arte, rappresentate dai bozzetti dei costumi del fiorentino Piero Tosi e dal dattiloscritto della sceneggiatura del film ed ancora, ci si deve per forza innamorare della foto di Luchino Visconti che è sul set del film insieme a Romi Schneider o di quella in cui si vede un giovane e bellissimo Alain Delon; lo scapestrato ma furbo e pratico Tancredi, che fa amicizia con l’alano che interpreterà il cane Bendicò. Il percorso continua e sembra non volere aver termine con le foto delle riprese, minuziose nel ritrarre azioni ed attori e ancora nelle teche, il diario di lavorazione del film. E di nuovo sulle pareti, la foto di una bellissima Claudia Cardinale, l’Angelica amata e venerata da Visconti, mentre viene vestita. Oppure la meravigliosa immagine di Giuliano Gemma, scelto per fare il ruolo del comandante garibaldino. Il cast degli attori scelti ha dato grande libertà al maestro che ha chiamato una giovanissima Ottavia Piccolo nel ruolo di Carolina, ma anche Paolo Stoppa e Terence Hill.

Ci sono le foto dei momenti della ricreata battaglia dei garibaldini a Palermo, e poi ci si imbatte nell’ammirazione dei costumi di scena come il bellissimo abito indossato da Angelica-Claudia Cardinale per il ballo, del suo debutto nella decadente e alta società nobiliare siciliana e che la fa entrare ufficialmente da fidanzata di Tancredi, come “futura principessa” in quel mondo. Lei che aspira ad una posizione nobiliare più  elevata e darà in cambio, una cospicua dote. Lui, Tancredi, che ha il sangue nobile dei “gattopardi” ma per vivere ha bisogno di soldi. Il ballo che chiuderà il film e che concentra nelle spettacolari momenti, delle scene girate di notte per la troppa calura che c’era di giorno e che costrinse a ricreare la luce naturale con centinaia di candele che si scioglievano col caldo e la cui cera colava pure sugli attori. Scene ottenute con gli sforzi immani di tutti ma che ci hanno regalato immagini, diventate leggenda. Un’altra perla che rinvia alla musica del film e al ballo, è una copia dello spartito del valzer composto da Giuseppe Verdi,  regalato a Visconti dal montatore Serandrei, ed infine, orchestrato dal Maestro Nino Rota.

Ed è sull’epilogo, sul ballo finale, che condensa l’intero senso del romanzo e prende anche lo spazio dei capitoli conclusivi del testo, che si chiude dopo la morte del Principe e con i protagonisti avanti negli anni, nel 1910. In quest’epilogo, appunto, con il ballo finale, il Gattopardo viene reso immortale.

E noi desideriamo rievocare il ricordo del Principe, che torna a casa a piedi, solo con i suoi metafisici pensieri, un personaggio quasi leopardiano. Gli occhi del Gattopardo, sono gli occhi di Burt Lancaster, e sono quelli descritti alla fine del capitolo del ballo, quando il Principe vede Venere, il pianeta del mattino, che “stava lì, avvolta nel suo turbante di vapori invernali. Essa era sempre fedele, aspettava sempre Don Fabrizio alle sue uscite mattutine, a Donnafugata prima della caccia, adesso dopo il ballo. Don Fabrizio sospirò. Quando si sarebbe decisa a dargli un appuntamento meno effimero, lontano dai torsoli e dal sangue, nella propria regione di perenne certezza?”

[I 50 anni del Gattopardo – Foto Andrea Jakomin / Blogtaormina ©2014]

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