La guerra tra New York cuore dell'arte e l’anima dell'Europa

Prima e dopo la seconda guerra mondiale, l’arte versava in condizioni che si possono ben immaginare. Nel cuore dell’Europa, dove era nata l’idea moderna di arte e di mercato, tutti i paesi accusavano il periodo di crisi causato dalla guerra, dalle paure e dalla reale mancanza dei beni di sostentamento primari, e gli artisti di conseguenza si muovevano con difficoltà. Ci si era arrangiati mantenendo entro certi limiti la propria esuberanza artistica e accontentandosi di sopravvivere andando dietro le esigenze del potere.

In Italia Mussolini diceva che “L’arte è l’affermazione dell’individuo” e lungi da lui l’idea di creare “un’arte di stato”. Ma allo stesso tempo delega alla Scarfatti (ebrea e sua amante) l’organizzazione delle arti. Gli artisti italiani a dire il vero non si sentivano straordinariamente prigionieri di un arte di regime, forse perché le loro istanze corrispondevano per molti alle idee dei dirigenti di quei giorni, che erano ispirate alla classicità italiana, che di sicuro non era da disprezzare, o forse per ragioni di pigrizia e di comodità, o molto semplicemente perché qualcuno credeva veramente in quegli ideali.

In Germania la persecuzione dell’arte degenerata, aveva costretto gli artisti veramente liberi a nascondere le proprie idee e a rinunciare pienamente a quella forma di espressione. In Russia al contrario erano gli indirizzi stalinisti a tarpare le ali a tutte le forme di ispirazione. Nel dopoguerra nella fase di riscrescita nessun paese poteva permettersi di accompagnare lo sviluppo di nuove forme artistiche e l’illusione di rivedere Parigi come centro dell’arte mondiale, o Londra come centro di rinnovamento svanì rapidamente. Un marea di artisti come Leger, Lipchitz, Mondrian, Chagall, Duchamp, Dalì, Ernst, Masson, Breton, e tanti altri si trasferirono oltre oceano in un paese dove si stava creando un intenso movimento di rinnovamento artistico, e nel quale era notevole il desiderio di accoglienza per le forze fresche creative degli immigrati.

Negli Stati Uniti la pittura era abbastanza ferma agli ideali realistico romantici dei secoli precedenti, se si eccettuano le esperienze della “American Scene”, che ebbe come precursori Hopper e Burchfield, corrente di giovani pittori interessati alla rappresentazione delle scene più significative della vita quotidiana statunitense, dove i paesaggi si articolavano insieme a ponti, raffinerie, fabbriche e edifici particolari. L’innesto di tanto materiale europeo desideroso di riacquistare la libertà espressiva e di approfittare delle opportunità di crescita che offriva New York, trasformò in pochi anni la grande mela nella città simbolo degli artisti. Nel 1913 fu organizzata una grande esposizione, la “Armory Show”, selezione della grande arte pittorica moderna europea, che aprì all’influenza dell’arte astratta ed espressionista ad un numero sempre crescente di artisti americani, creando la strada per la nota scuola di New York dell’espressionismo astratto, e per tutte le correnti innovative che seguirono. Il cuore dell’arte si stabilì a New York, ma aveva un’anima che proveniva dall’Europa, purtroppo o per fortuna a causa della guerra, e di questa le tracce sono ancora evidenti. Nel 1929 venne fondato il Museo di Arte Moderna della City e solo dieci anni più tardi il “Museo della Pittura non Oggettiva”, universalmente noto in seguito come il Museo Guggenheim.

Quello che ha fatto rimbalzare più in altro il grido dell’espressionismo astratto è Jackson Pollock, il quale trasformò la tensione di un grande gesto fisico nel simbolo di un movimento psichico. Trasferendo l’energia attraverso i colori in una rete apparentemente confusa di macchie perdute sulla tela, Pollock fece fare un balzo equivalente al passo di Armstrong sulla luna, al mondo dell’arte. Certo il suo mondo era quello statunitense e il cuore di cavallo selvaggio pure, e la sua biografia lo dimostra, ma l’anima anzi lo spirito come direbbe Croce è antico come quello europeo. I giganti dalle cui spalle ha preso a rincorsa per spiccare il balzo, sono i surrealisti di cui ha preso la libertà, e l’immediatezza espressiva dello spagnolo Mirò.

La grande mela rimarrà per qualche tempo la città di riferimento e il centro nevralgico dove possono essere elaborati tutti i cambiamenti e le nuove tendenze dell’arte? Non è detto, l’arte si muove come la vita e ora certe tensioni espressive sembrano aver trovato un punto di riferimento più orientale, se non addirittura metareale con i nuovi mezzi di trasmissione offerti dalla rete, che raggiungeranno vette che ancora è difficile immaginare.

La cosa curiosa è che la guerra continua a rimanere la ragione della privazione e delle mancanze che prima o poi portano ad una ricrescita dello spirito, e gli artisti sembrano essere le talpe di Hegel che si avventurano nei cunicoli dell’anima nell’attesa di poter diventare delle civette che riescono a vedere pure nella notte dell’uomo.

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