La crisi della identità politica è di natura antropologica ed è correlata alla perdita della cultura e la perdita del centro, ed il centro è la consapevolezza condivisa di appartenere al Creato e dunque al Creatore.

La tutela della identità di un popolo è un obbligo di civiltà, che serve ad assicurare in modo adeguato la convivenza e l’armonia naturale dei cittadini. La crisi della identità politica va ricercata in quelle aree circoscritte da “Politici professionisti cosiddetti progressisti” che, per garantirsi un pugno di voti e per restare a galla, hanno accettato di negoziare dei sani principi appartenenti a civiltà e culture consolidate, a favore di uno dei più grandi flagelli dell’umanità che è il relativismo. Si è costituito di fatto un regime del relativismo che per nascondere la verità non riconosce nulla come certo e definitivo e che si orienta secondo principi multi variegati, per non perdere consenso. Dunque la verità in termini assoluti non esiste, oppure, anche se ammessa in alcuni ambiti ristretti, non è conoscibile ed esprimibile, anche se in molti casi la scienza medesima dimostra il contrario come nel caso dell’embrione umano riconosciuto come persona umana a partire già dal suo concepimento. Non esistono fatti, ma solo interpretazioni, ossia punti di vista variabili, diversi dalla realtà delle cose a secondo dell’osservatore.

La “politica italiana” ha interpretato bene il pensiero di Friedrich Nietzsche. La negazione dell’esistenza della verità (certa e definitiva) a cui fare riferimento induce a negare l’esistenza del bene e di un male assoluti, giudicando ogni condotta morale, in relazione a proprie opinioni soggettive, non più basate sull’idea di giustizia e di bene assoluto, ma in relazione ad interessi e tornaconti personali. Debbo citare il Santo Giovanni Paolo II, riportando un brevissimo tratto della Enciclica Centesimus Annus: “… se non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l’uomo acquista la sua piena identità, allora non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini», il che conduce inevitabilmente alla «negazione della trascendente dignità della persona umana»…”

La politica ha interpretato egregiamente il relativismo etico secondo il quale non esiste più un bene o un male assoluto e pertanto risulta impossibile uniformare i valori etici e culturali di cittadini appartenenti a culture diverse. La politica ha teorizzato e difeso il pluralismo etico, considerato come condizione essenziale per la democrazia. Per questo motivo alcuni legislatori “illuminati”, ritengono opportuno e lecito rispettare tale libertà di scelta formulando leggi che prescindono dai principi dell’etica naturale, per rimettersi alle condizioni di pensiero dominanti e agli orientamenti culturali o morali transitori, spesso condivisi dall’opinione pubblica, come se le possibili concezioni della vita avessero tutte uguale valore. La crisi della verità è stata soprannominata “tolleranza”, rispetto reciproco, per cancellare l’idea stessa di verità, negando le differenze tra errore e verità e tra errore e menzogna. Alla luce di ciò ogni opinione è rispettabile e ha il diritto di essere espressa, perché ciò che conta è la libertà di pensiero e di parola.

Con ciò si afferma in conclusione che tutte le opinioni sono da rispettare, da tollerare e che alla fine il solo errore è credere che possa esistere la verità (Jean Brun, Le Mal).

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