Truman Capote a Taormina

Come Tennessee Williams, il “ragazzo terribile” della letteratura americana Truman Capote fu tra i personaggi di spicco nella Taormina del secondo dopoguerra. Erano molto amici, entrambi cresciuti nel  “profondo Sud” faulkneriano, tra scandali, solitudine, disperazione. A Taormina frequentavano gli stessi salotti. Tennessee Williams veniva in vacanza. Truman Capote vi soggiornò a lungo per lavorare, prima che alcol e droga lo riducessero un rottame. Spedì da Taormina all’editore newyorchese i manoscritti più scabrosi, pieni di veleno contro un certo tipo di società che lo aveva (fin troppo, a sentire certi critici) esaltato. Ne ebbe gloria letteraria, la ricchezza che aveva tanto inseguito, ma anche lo sdegno e il disprezzo dei salotti americani che lo accusarono di “aver sputato nel piatto di chi lo aveva nutrito”.

Truman Capote a Taormina
Lo scrittore americano Truman Capote (1924-19849) a Taormina nel 1952: aveva 28 anni.

Aveva 27 anni quando arrivò a Taormina, nel 1951. A ventiquattro, aveva pubblicato il suo primo libro, “Altre voci, altre stanze”, una sorta di romanzo-reportage, fatto di narrazioni violente e perverse, che diventò subito un best-seller; e subito dopo, “Un albero di notte”, “L’arpa d’erba”. C’era, in quelle pagine crude e amare, l’angoscia della sua infanzia, il dramma del ragazzo abbandonato a quattro anni dalla madre alcolizzata, che scopre di essere un “diverso” vivendo nella casetta in rovina della Louisiana accanto ad uno zio travestito e ad un padre paralitico. “Non mi abbandoneranno mai”, dirà, “i fantasmi e le angosce di quell’infanzia dannata”.

Piccolo e minuto, occhietti da topo, un faccino tondo da giovinetto imberbe con frangetta di capelli color della stoppa e vocetta stridula: così lo ricordano i vecchi taorminesi. Alloggiò per pochi mesi nella casetta di via Fontana Vecchia che ricordava con una targa sulla facciata rosa il soggiorno dello scrittore inglese David Herbert Lawrence; poi, quando fu raggiunto dall’amico del cuore (il ballerino americano Jack Dunphy), in un appartamento dell’antiquario Giovanni Panarello sulla salita Madonna della Rocca, spazioso e confortevole. Era lui, il “folletto” Truman, che si occupava della casa. Andava lui stesso a fare la spesa, in calzoncini corti anche d’inverno, con una vecchia sporta di paglia che ai vetturini serviva per dare la biada ai cavalli. Un bohémien con l’aria della brava massaia, che sapeva scegliere la frutta buona, il pesce fresco, ed anche tirare sul prezzo. Tirchio non era, e denaro ne guadagnava già abbastanza. Erano guai, però, se l’editore tardava a versargli in banca i diritti d’autore maturati. Più d’una volta, al mercato, si presentò senza una lira in tasca: una sbadataggine, diceva lui. Gli facevano credito, i venditori, lo avevano tutti in simpatia. Onorò sempre i conti arretrati, bisogna dire, lasciando anche buone mance. Gli capitò qualche volta, sbadato com’era, di lasciare con le mance pure il portafoglio, sul bancone della frutta o del pesce. I venditori lo rincorrevano, lo chiamavano “signorino” non conoscendone il nome; lui ringraziava, sorrideva, svagato e adorabile.

Il Truman Capote dei salotti era diverso dal simpatico bohémien del mercato: insolente, sfrontato, provocatore, con quell’aria di “bambino mai veramente cresciuto”, viziato, nevrotico, aggressivo. Con le donne arrivava alla villania, all’insulto pornografico. Roger Peyrefitte (omosessuale di ben altro stampo, educazione e cultura) scappò via, una sera, disgustato dalle sue villanie. Peter Ustinov, invece, alle insolenze e provocazioni rispondeva con i ceffoni ed una sera gliene assestò un paio, senza pensarci due volte. Ma da parte di altri (comprese le nobildonne ingiuriate in malo modo) gli si perdonava tutto: una serata con il “ragazzo terribile” Truman Capote era sempre un divertimento, comunque andassero le cose. E le serate finivano spesso a tarantella, in salotto, in terrazza o nella piazza del Mocambo: alla mezzanotte, il “piccoletto dagli occhi di topo”, che tra i tanti mestieri aveva fatto pure quello del ballerino sui battelli fluviali della Louisiana, si scatenava, con o senza l’aiuto del suo boy-friend che il ballerino continuava a farlo per professione.

Tra bizze e insolenza, ceffoni e tarantella, Truman Capote passò più di due anni a Taormina. Il successo non gli aveva dato ancora la ricchezza (come al collega Tennessee Williams, più grande di 13 anni) ed aspettò qui di diventare ricco. Il suo amico Tennessee, con i cospicui diritti d’autore maturati per i film tratti dai suoi drammi famosi (“Zoo di vetro”, “La rosa tatuata”, “Un tram che si chiama desiderio”), progettava allora di acquistare un castello in Spagna, per farne la sua residenza europea; e lui, che non disponeva ancora di tanta fortuna, soffriva in maniera fin troppo ossessiva il confronto con il suo illustre e ricco collega. Una sera, firmò un assegno di diecimila dollari (una somma da capogiro, per quegli anni) e lo consegnò all’antiquario Giovanni Panarello, che era anche il suo padrone di casa. “Compra per me l’Isola bella, voglio farne la mia residenza europea”, gli disse, facendo svolazzare l’assegno sotto gli occhi degli amici, perché tutti (compreso il Tennessee Williams) vedessero e sapessero.

Di gelosie e invidie, si sa, è piena la vita degli artisti, e i due grandi amici scrittori del profondo Sud americano non ne erano certo esenti. L’antiquario Panarello fu abilissimo nel mascherare il suo imbarazzo. Di Truman Capote, lui sapeva tutto: che sul suo conto in banca, in quei giorni, non c’era un solo dollaro; che il giovane scrittore aveva difficoltà persino a pagargli l’affitto di casa. Stette comunque al gioco. Quel favoloso assegno (mai passato all’incasso, ovviamente), lo conservò come un cimelio prezioso: portava la data del 26 febbraio 1955; il numero del conto corrente era il 60914; la banca, la “Manifactures Trust Company”, agenzia 210, Third Avenue 1311, New York. Alla data indicata, era scopertissimo. Ma di lì a qualche anno anche per Capote arriverà la ricchezza, grazie ancora a Hollywood, ai film ispirati da alcuni dei suoi romanzi di successo: Colazione da Tiffany, A sangue freddo. Solo che, dell’Isola bella di Taormina, a lui non era mai importato e non importava nulla, né da squattrinato né da ricco.

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