Il default nel dna argentino – Corsi e ricorsi storici. Mai citazione fu più calzante per l’Argentina. Il Paese del tango, dell’attuale Papa Bergoglio, di Maradona e del default. Come ogni buona economia che si rispetti dell’America meridionale, anche a Buenos Aires hanno a che fare spesso con i default. Sui giornali si legge come questa insolvenza, seppur tecnica, sia la seconda in tredici anni. È vero, ma da quando la nazione ha conquistato l’indipendenza, nel lontano 1816, l’Argentina ha fatto ben sette default. Un record. Purtroppo non si tratta di mondiali di calcio vinti e così ad ogni default è corrisposta una profonda crisi economica in grado di mandare sul lastrico centinaia di famiglie. Tutto ciò vuol dire che un quarto di vita dell’autonoma Argentina è trascorsa tra default e tentativi di ristrutturare il debito. Una vitaccia. Questa volta, però, la situazione sembra diversa da quelle precedenti. Almeno nelle motivazioni. Non a caso si aggiunge la parola “tecnico” vicino a default. Già, ma perché?

L’Argentina e il contratto non onorato in toto – Negli ultimi giorni il ministro argentino Axel Kicillof ha cercato di evitare la situazione attuale per il suo Paese e nello stesso tempo ha negato, con una buona dose di faccia tosta, che l’Argentina potesse finire in default. Il giovane ministro si era recato a New York e aveva mostrato l’intenzione di pagare, trasferendo i fondi necessari a coprire interessi in scadenza su bond ristrutturati. Secondo gli americani l’Argentina, entro il 30 giugno, non ha coperto il pagamento di 539 milioni di dollari di interessi su titoli emessi con scadenza 2033. In realtà l’Argentina ha depositato su un banca statunitense i 539 milioni di interessi (per i bond scadenza 2033) entro il termine previsto, ma quel denaro è stato bloccato dal giudice Thomas Griesa, secondo il quale lo Stato argentino non può pagare gli interessi a chi ha accettato la ristrutturazione del debito senza versarli anche a chi non si era fatto convincere dalla proposta del governo. Del resto il contratto stipulato negli anni precedenti parlava chiaro, in cui c’era la clausola “Pari passu” e non quella di azione collettiva.

Un default tecnico e la clausola “Pari passu” – Una lettura del contratto, quella del rappresentante della giustizia americana, che è una vera e propria mazzata per l’Argentina. La dichiarazione del giudice, sostanzialmente, si era tradotta in una richiesta allo Stato latinoamericano di mettere sul piatto altri 1,5 miliardi di dollari da versare nelle tasche di due hedge fund che non hanno accettato l’accordo e pretendono il rimborso della somma intera. Certo se i cosiddetti fondi avvoltoio avessero accettato la proposta di Buenos Aires non sarebbe scattato il ridimensionamento del rating, ma così non è stato. È default tecnico. Si, perché se l’Argentina, in una situazione altamente improbabile, dovesse versare l’ingente somma di denaro, la sua posizione verrebbe rivista al rialzo. Opzione difficile, ma l’attuale questione risale agli anni ’90. In quel periodo il Paese per emettere debito, a causa della sua storia economica e politica traballante, l’ha dovuto fare in dollari e ha inserito la clausola “Pari passu”.

Se ci fosse stata la clausola dell’azione collettiva – Questo vuol dire che gli obbligazionisti vanno tutti trattati nello stesso modo, ma i possessori della stessa obbligazione hanno lo stesso grado di prelazione. Non è possibile che alcuni vengano privilegiati in caso di insolvenza. Il principio però non significa che in caso di default tutti abbiano diritto a un rimborso del 100%, ma così non la pensa il giudice Griesa che ha interpretato la questione in maniera diversa ed obbliga Buenos Aires a rimborsare agli hedge fund il totale dei loro vecchi bond. Molto probabilmente l’attuale default si sarebbe potuto evitare se ci fosse stata la presenza della clausola dell’azione collettiva. Questa stabilisce che nel caso di una ristrutturazione del debito, se una certa percentuale dei creditori accetta la conversione del debito, allora i creditori che rifiutano l’offerta devono accettare automaticamente i nuovi bond. Sarebbe stata una via di fuga per l’Argentina, ma nulla di tutto questo è avvenuto e il contratto stipulato, che non include la clausola dell’azione collettiva, prevede che tutti i creditori hanno il diritto di ricevere un rimborso del 100%. Poche storie e a quanto sembra il giudice americano non ha fatto altro che prendere atto di un contratto stipulato precedentemente tra le parti. I governi presieduti prima da Nestor Kirchner e oggi da Cristina Kirchner, in relazione al loro discutibile rapporto con le istituzioni, hanno deciso di ignorare i contrari e non li hanno considerati come creditori, nonostante la clausola “Pari Passu”. La conseguenza di una presa di posizione del genere è sotto gli occhi di tutti. Se da un lato si punta il dito contro gli hedge fund per non aver fatto un passo indietro, dall’altro lato, ben più grave, è l’atteggiamento degli esecutivi presieduti dai Kirchner che hanno, per l’ennesima volta, contribuito a far perdere credibilità internazionale al Paese.

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[In copertina – Il ministro argentino dell’Economia, Axel Kicillof (foto AP)]

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