Si chiude il ciclo di rappresentazioni, quasi una monografia, di tutto il teatro della compagnia Scimone Sframeli. Sono tornati a Taormina – grazie allo sforzo organizzativo compiuto da Taormina Arte – a pochi chilometri da Messina, la città dove entrambi i fondatori della compagnia indipendente di teatro sono nati, non tanto per festeggiare semplicemente i venti anni di attività della compagnia, ma per chiudere nella maniera più consona il triangolo che fonda l’idea di teatro, l’unione dei tre elementi che ne costituiscono l’essenza, l’autore, l’attore e lo spettatore. Nella loro lingua particolare, il linguaggio semplice del corpo che è in grado di relazionare questi elementi.

Gli italiani non sanno scrivere di drammaturgia, o meglio non hanno il dramma nel sangue. Tutto quello che ha un leggero respiro tragico si va a rivestire quasi sempre dei toni della commedia. Dipende senza dubbio dall’ironia che invece scorre a fiotti nelle vene. Tutto ciò è strettamente connesso alla provenienza dello spirito stesso della commedia, che è stato importato dalla straordinaria cultura greca. Quelli che ne hanno respirato in maniera abbondante erano senza dubbio gli schiavi delle colonie greche, i quali una volta liberi, hanno estratto dalla ricchezza dei luoghi nei quali si trovavano, prodighi di frutti e di piacere lo spirito del tiriamo a campare accada quel che accada, tanto comunque domani sarà una giornata di sole.

È chiaro che si tratta di un analisi superficiale, visto che nascono milanesi con lo spirito dei liberti e siciliani con il pallino devastante dell’ordine a tutti i costi, ma nel codice genetico dei popoli mediterranei vive l’anima di Pulcinella. Che a riscoprire il dramma in Italia sia la compagnia Scimone Sframeli, può apparire un po’ strano, ma è innegabile che nelle opere dei due messinesi Francesco Sframeli, attore dal talento innato e Spiro Scimone, autore dallo spirito poetico e visionario, si respiri l’ossimoro straordinario di un arte tragica che risulta dalla estrema complessità dei temi trattati e dalla grande semplicità con cui vengono messi in scena.

Il teatro e finzione, e loro per conquistarne l’essenza raggiungono il massimo dell’autenticità, lavorando con un altro ossimoro straordinario, il mettere levando. Chi fa teatro deve essere autentico perché conosce cosa è la finzione e cosa è l’ essere autentici, e l’essere autentico significa aggiungere contenuti con una operazione di sottrazione di ciò che è superfluo per la rappresentazione. Ma quanta autenticità deve raggiungere e quanta conoscenza del dramma deve possedere chi fa la tragedia?

Nessuna in particolare, basta chiedere al corpo. Le parole per Spiro Scimone, l’autore del duo, sono delle derivazioni dell’atteggiamento e della postura, sono il commento sonoro di una necessità comunicativa di cui già dice il corpo. Questa comunicazione intuitiva è così facilmente comprensibile, al punto da spiegarci il successo della compagnia all’estero dove dopo pochi minuti gli spettatori sembrano comprendere i testi in siciliano, senza affidarsi alla traduzione simultanea.

Giù, l’ultimo lavoro che sarà rappresentato stasera (31 luglio) alle 21,30 al Palazzo dei Congressi di Taormina è l’ennesimo simbolo di questa tragedia dell’ossimoro, “E’ un urlo contro il marciume della nostra società che umilia la dignità e la libertà dell’individuo”. È un urlo del silenzio. Il tentativo di dare voce agli inascoltati. E la discesa in uno dei posti più degradanti del mondo. Il fondo del cesso, che è un modo di dire per rappresentare la più profonda delle depressioni dell’animo, non è altro che un invito a tornare su, un augurio a riportare a galla i valori umani per difendersi dal malessere del mondo. In un’atmosfera surreale il dramma è sempre in continuo equilibrio con la comicità.

Il teatro quando è tragedia non deve avere colori deve avere solo emozioni e loro riescono a trovarle soprattutto andando a scoprire il suono della voce degli emarginati, dei disperati. Dentro l’intolleranza e la separazione riescono a trovare sempre parole di speranza anche quando la voce sale solitaria da una profondità che apparentemente allontana dalla luce.

La semplicità e la necessità sono i punti di partenza della loro affascinante ricerca sul linguaggio del corpo. Con i dialoghi asciutti ed essenziali creano un teatro che smuove le coscienze, e quei corpi che si muovono aprono la strada ad una comunicatività che li rende padroni di una lingua universale. Questo apre loro le strutture dei maggiori festival e teatri europei, dove incantano le platee, con il talento ironico e tagliente di Francesco Sframeli che interpreta in maniera intelligente e carnale le scene di un teatro visionario che affianca e a volte supera le inquietudini del teatro contemporaneo che, passando attraverso Carlo Cecchi e Peter Brook, spazia da Pinter a Beckett.

Parafrasando Scimone in Pali, altra opera del duo messinese, qualcosa pioverà in questo teatro dell’ossimoro, in questo teatro della sottrazione in cui più si va al fondo più si vede la luce. Pioverà una maggiore considerazione da parte del teatro italiano, che ancora non li vede nella loro reale statura. E quest’acqua dovrebbe sciogliere l’ossimoro malinconico che si presenta anche nell’odio amore del rapporto con la loro terra.

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[Il duo teatrale Scimone-Sframeli in “La festa” di Spiro Scimone al  Palazzo dei Congressi di Taormina il 22/07/2014 – Foto di Andrea Jakomin – Blogtaormina (CC) 2014]

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