Storia antica quella della Catalogna e il desiderio di autonomia dalla Spagna. Il Presidente, Artur Mas, continua nell’azione di affermazione d’indipendenza e vuole che il referendum, che dovrebbe tenersi il 9 novembre di quest’anno, abbia seguito e sancisca la separazione da Madrid. Lo scontro è destinato a perdurare e il Premier spagnolo Mariano Rajoy, in un incontro avvenuto lo scorso 24 luglio, proprio a Madrid, ha ribadito che se così stanno le cose, di fatto, si tratta di portare avanti “una consultazione illegale”.

Il Parlamento spagnolo ha bocciato già la proposta di legge sul referendum e a larghissima maggioranza, perché la bozza aveva in previsione di “trasferire le competenze per la convocazione di una consultazione popolare sulla sovranità”. La Spagna però sembra non sia del tutto contraria alla riforma costituzionale, che non era stata mai tenuta in considerazione dal Partito Popolare, che è al governo.

Secondo Mariano Rajoy ,che aveva a suo tempo espresso con chiarezza il suo pensiero in aula, può essere pericoloso “un progetto secessionista” sia per motivi di ordine giuridico, sia per ragioni legate ad una tradizione già costituita ma questo, nulla toglie all’opportunità di dialogare; convocare un referendum, in sostanza, vorrebbe dire disconoscere la stessa sovranità dello stato spagnolo. Ma si sa che i catalani, non si sono mai sentiti parte integrante della Spagna, già a partire dalla lingua. In effetti, se voi doveste chiedere che lingua parlino, loro risponderebbero e senza tentennamenti, che “la loro lingua è il catalano, non lo spagnolo”.

Il Premier spagnolo, ha anche fatto appello alla ragionevolezza dei partiti indipendentisti, dicendo che separarsi dalla Spagna potrebbe significare “una Catalogna più povera, fuori dall’euro sine die, dall’Ue, dalla Nato e dai trattati internazionali”. Ma gli indipendentisti non hanno temuto le pressioni madrilene ed hanno ribadito la volontà dei catalani all’autogoverno; perché la Catalogna si sente una nazione “da generazioni” e non intende fermarsi.

Artur Mas, se necessario, farà ricorso alla Corte Costituzionale per convocare il referendum e se fosse costretto, procederebbe con l’indizione delle elezioni anticipate, qualora vi fosse una sentenza d’incostituzionalità. Come sa di certo, che il fronte secessionista sarebbe plebiscitario. I dati dei sondaggi, dicono che l’80% dei catalani è favorevole “al diritto a decidere”. Un altro muro da scalare, è rappresentato però, da Unione Europea e Nato, che hanno lanciato l’avvertimento sulla convocazione del referendum il 9 novembre, fornendo sostegno alla Spagna con la minaccia di esclusione della Catalogna dai trattati internazionali. Questo, comunque, non sembra turbare le intenzioni dei catalani che hanno anche aderito ai sondaggi online di vari quotidiani tra i quali, “El Pais”, confermando con il 62% delle preferenze, di volere che la Catalogna sia uno Stato. Uno dei nodi cruciali nella questione, è stato tirato fuori dalla pesante crisi economica che ha colpito il paese e che ha evidenziato lo squilibrio fiscale della regione. Per ogni 100 euro “di imposte pagate, solo 45 tornano in Catalogna”; questo quanto riportato da un’indagine condotta dall’Università di Barcellona e la pressione fiscale,  indebolisce l’assetto interno del paese, nonostante l’ampio margine di autonomia di cui gode la Catalogna. La situazione di malcontento, ha favorito quindi le spinte indipendentiste, per questo il Presidente Mas ha fatto leva sulla loro forza, perché se non ci fosse il referendum con lo scioglimento del parlamento e le elezioni anticipate, avendo il fronte indipendentista in coalizione, potrebbe tranquillamente raggiungere il 75% per conquistare l’ampia maggioranza della Camera catalana, e aprire la strada per la secessione.

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