Quattrocentomila euro a legislatura per via dei dodicimila euro al mese di entrata, cioè cinquemila euro di stipendio fisso con l’aggiunta di settemila euro di spese “speciali”, anzi, “privilegiate”, quelle cioè che senza obbligo di giustificazione sono sistematicamente rimborsate. Shopping tax free, in una parola, esentasse.

No, non stiamo dando i numeri, piuttosto guardiamo (non senza invidia) alle cifre da capogiro che vanno a costituire il (lauto) guadagno di chi, nella vita (e per la vita) svegliandosi una mattina decide di fare il politico. Bel mestiere. Perché di mestiere si parla, insistentemente, uno di quelli che non saltano subito in mente a un bimbo, i cui sogni sul futuro sono costellati di dottori, poliziotti, calciatori, o quant’altro; è un lavoro “da grandi”, troppo sofisticato, a cui si aspira nella maturità, quando, cioè, qualcuno o qualcosa apre gli occhi su un mondo a dir poco dorato. O quasi, dipende dalla prospettiva.

Di certo il tempo ha influito e non poco sulle diverse accezioni del termine, e se per Aristotele l’uomo era per natura un animale politico e l’amministrazione della polis era per il bene di tutti, per Weber molti anni dopo sarà esclusivamente aspirazione al potere. Pochi nella storia hanno realmente vissuto la politica come missione, come impegno per gli altri, per la comunità, innalzando le proprie idee, anzi, costruendo ideali reali, solidi, condivisi, democratici, a costo della stessa vita. Pochissimi, in passato hanno guardato al di là del proprio orticello. Nessuno oggi “lavora” in politica per affermare un sentito impegno sociale e di rappresentanza.

È, purtroppo, un gioco sporco, fatto di compromessi, di coperture. È un mestiere che nasce per tutelare gli interessi del cittadino ma che poi, strada facendo, lo frega perché, a conti fatti, è lui che paga. Cosa? Una serie interminabile di privilegi, tutti a vantaggio degli “eletti”: dalla scorta all’assistenza sanitaria, dalla polizza sulla vita alle pensioni d’oro, per arrivare all’eccesso, con viaggi, crociere, pernottamenti da “mille e una notte”, oggetti di lusso, capi d’haute couture, ritocchini vari in prestigiose cliniche, pranzi e cene luculliani.

Si aggiunge la voglia irrefrenabile di potere, di esercitare un’autorità quasi illimitata e avere la facoltà di amministrare un Paese senza averne realmente percezione dei bisogni reali.

Ecco perché ad un certo punto della vita il sogno di molti uomini diventa la politica e l’ambizione non si ferma che sugli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama. Ecco perché quegli stessi uomini non riescono poi a farne a meno ricoprendo tutte le cariche di partito e di governo immaginabili, per effetto di uno squallido riciclaggio lungo una vita.

Ecco perché, i sentimenti nei confronti della “casta” sono sempre più avversi, specialmente se ci si ostina ad ergere la politica a mestiere. Il lavoro nobilita l’uomo, si dice, ma non sempre è così.

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