Le teste di Modigliani

I paradossi dell’umano non la finiranno mai di riempirne ironicamente la vita. È questo che viene da pensare riflettendo sulle notizie che ci arrivano riguardo falsi e falsificazioni incredibili che ormai stanno facendo l’attualità e anche la storia dell’arte.

Il primo caso riguarda il perfetto facsimile che qualche giorno fa era stato considerato il terzo manoscritto dell’Infinito di Giacomo Leopardi. Una perizia più attenta della Soprintendenza archivistica del Lazio lascia intendere che potrebbe trattarsi di un falso clamoroso, ma nonostante tutto il pezzo di carta stava per essere battuto all’asta dalla Minerva Auctions di Roma. Ora sono indagati i due promotori della vendita, Luciano Innocenzi, insegnante in pensione, e Luca Pernici, direttore di una piccola biblioteca comunale marchigiana, poiché i carabinieri ritengono che i due sapessero della falsità del documento. La cosa più rilevante è data dal fatto che di sicuro ci sarebbe stato qualcuno disposto a sborsare qualche centinaio di migliaia di euro per poter possedere nella forma, in questo caso anche non originale, un contenuto la cui impalpabilità appare strana da definire sia ai poeti stessi, sia agli esegeti che da tempo cercano di capire se la pagina su cui è scritta una poesia, sia o no fondamentale per la definizione dei luoghi della poesia.

Bizzarro senza dubbio, ma mai come la mostra che è partita in questi giorni a Livorno, dove si festeggia un curioso anniversario, quello del ritrovamento dei tre falsi più noti della storia dell’arte. A distanza di trent’anni la clamorosa beffa delle teste di Modigliani è diventata una mostra. Tanti ricorderanno i giorni in cui Livorno è la nazione intera s’inorgoglivano di un ritrovamento che in parte restituiva al paese lo spessore di un grande artista che già allora era dovuto andare all’estero. Feste, proclami, disquisizioni cattedratiche di grandissimi esperti e storici dell’arte, che avrebbero continuato per chissà quanto, senza mai rendersi conto della verità, se gli autori dello scherzo più grande della storia dell’arte non si fossero decisi a rivelare tutto alla televisione. E per fortuna che avevano le prove altrimenti, paradosso nel paradosso, non sarebbero stati creduti, perché per tanti era scomodo ammettere di aver preso una cantonata di tali dimensioni, così come non avevano creduto a un vecchietto che pare li avesse visti e fosse andato al comune di Livorno per riferirlo, ma da vecchietto qual era rimase inascoltato e non creduto.

Ora è diventata degna di essere narrata anche la storia e i retroscena che portarono quel gruppo alla realizzazione di quel grande gioco dell’arte e al ritrovamento, e ci narra di quanto sia strana l’esistenza di concetti che si oppongono all’opinione comune e all’esperienza quotidiana del reale. Regalandoci una piccola tessera, non certo esaustiva, ma utile per la definizione delle opere d’arte. Esse vivono e sono tali esclusivamente nel sociale, e ci viene più facile comprenderlo se proviamo a immaginare il valore che potrebbe avere La gioconda di Leonardo da Vinci se si trovasse su un’isola deserta. Se ci fossero solo animali, per qualche roditore potrebbe acquistare un valore nutritivo in tempi di magra, in virtù della colla di origine animale che si usava allora per la pittura. Non avrebbe un valore elevato, nemmeno se ci arrivasse un naufrago, il quale tuttalpiù potrebbe usarla come combustibile o come riparo, come suggerisce Goodmann: “D’altra parte un dipinto… può cessare la sua funzione di opera d’arte quando è usata al posto di una finestra rotta o per coprire qualcosa.” Se il naufrago fosse Leonardo, comincerebbe ad avere un valore affettivo, se ci naufragasse anche Francesco Bonami, potrebbe trovare un discreto valore di pensiero critico, ma senza il sociale continuerebbe a rimanere solo una tavola di settanta centimetri per cinquanta, circa.

La poesia è di sicuro più bella se sgorga dalle labbra di una persona, specialmente se arriva dal cuore, e non da una vuota cantilena mnemonica; le pietre, quando scolpite con perizia, raggiungono l’acme della bellezza se arrivano ad una sintesi alta tra forma, estetica, e funzione. Le opere d’arte, e le loro relative falsificazioni, in tutti i casi, ricevono grande parte della loro validità dal contributo dell’interpretazione. Un opera d’arte è ciò che si pensa di essa, e andare alla ricerca della loro essenza, staccata dall’interpretazione, è un po’ come cercare il santo Graal. Forse esiste in qualche luogo, ma sarà dura farselo rigirare tra le mani.

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