Luci ed ombre del Welfare danese

La Danimarca, è stata sempre considerata “un’isola felice” nel pianeta Europa, per l’elevata qualità della vita, da ogni punto di vista. Fattore corruzione vicino allo zero, lo Spread addirittura sotto lo zero, pochissimi disoccupati; meno tassazione per le imprese, più bassa che in Svizzera. Il modello è quello del lavoro-flessibile tutelato e pagato equamente. La Danimarca è patria della “green economy”, delle tecnologie avanzate e i giovani non sono un peso morto, non sono dei “bamboccioni” ma una risorsa primaria. Sino al 2012, i numeri dicevano che la Danimarca era il secondo paese al mondo per equa distribuzione del reddito. Qui, esiste la meritocrazia, si investe nella scienza e nelle nuove tecnologie, si avanza per la creatività economica e del fare impresa. Un modello seguito dai molti stati dell’Unione, sbanderiato a bocca larga anche da Beppe Grillo, per confrontarlo duramente col “sistema dello sperpero” italiano. Ma dal 2011, il Fondo Monetario Internazionale ha detto che anche qui, il Pil è cresciuto dell’1.5%, peggio di Norvegia e Finlandia. La crisi è giunta anche in questo paradiso e sebbene i cittadini danesi mostrino di aver fiducia nelle politiche nazionali ed anche l’Osce abbia riconosciuto che i danesi non hanno rivali per ciò che concerne soddisfazione personale ed equilibrio tra vita e lavoro dove il senso comunitario è radicato e non ci si sente mai in stato d’abbandono, il pensiero positivo che permea questi luoghi, ha anch’esso fatto i conti con le negatività dell’economia globale.
La crisi, che dal 2008 si è abbattuta sull’Occidente, ha avuto incidenza persino “nell’amico Welfare State” danese.
Anzitutto, vi è stato un calo delle esportazioni verso l’Europa e l’Inghilterra ed il fondo che nutre il Welfare, si è impoverito. Questo ha costretto ad una revisione del modello capitalistico danese per evitare che l’aumento della tassazione porti ad una fuga di capitali e di investimenti verso altri paesi, con mercati più convenienti. Anche la “flexsecurity” che insiste sulla flessibilità del lavoro ed in cambio dà un reddito garantito dallo Stato per i lavoratori che vengono licenziati e devono avere una formazione professionale per il reinserimento nel mondo del lavoro, è a carico dei contribuenti, ma funziona a regime solo in fase di espansione economica. In Danimarca, si è assottigliata la spesa delle amministrazioni per i servizi di assistenza ai cittadini in particolare, anziani e bambini. Tagli che investono il settore scuola e cultura.

Gli esperti temono, che il patrimonio di garanzie sociali che aveva cementato la società del benessere, sia a rischio. Naturalmente, qui non si giungerà mai ad una nuova Grecia, o Spagna oppure Italia, ma ci sono delle responsabilità ed alcuni le hanno individuate nel “recente atteggiamento danese sempre più rilassato nel confrontarsi con il mondo del lavoro”. Un “adagiarsi sugli allori” che ha fatto abbassare la guardia e necessita di correzioni. Si è aperta anche in Danimarca la strada alla responsabilità da parte di tutti, e ai sacrifici, perché è venuto fuori che il paese ha vissuto oltre le sue capacità di creare reddito ed ha lasciato ampio margine “all’economia del debito” che ricorda molto le nostre politiche meridionali. Nel 2013, i danesi, dovevano complessivamente alle banche una cifra pari a tre volte il loro reddito, questo quanto emerso da un’inchiesta del Sole 24 Ore.

Il problema, tocca da vicino, anche gli altri paesi del Nord Euorpa: Svezia, Finlandia, Norvegia “un tempo additati come modelli di capitalismo efficiente e socialmente sostenibile”. Per evitare pesanti derive economiche anche il Nord Europa ha preferito aderire al progetto di “unione bancaria” per sentirsi più vicina la Bce. Pur se, il periodo nero del 2008 è stato superato, anche nelle oasi felici, si pensa a come far scorte di acqua e viveri e si lavora per scongiurare nuove ondate di “siccità economica”.

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