La crisi, il sud, Giustino Fortunato e un nuovo inizio

L’immobilismo della questione meridionale – “Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C’è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl’intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale”. Questo pensiero appartiene a Giustino Fortunato, che Indro Montanelli ha descritto come il più illuminato studioso del meridione. Una riflessione molto antica, ma nello stesso tempo attuale. Questo mostra sia la brillantezza di Fortunato, che la deprimente situazione in cui si trova il sud d’Italia. A ricordarci questo status e l’irrisolta questione meridionale, c’hanno pensato i dati di Confindustria che riassumono gli ultimi sette anni del Mezzogiorno.

Due giovani su tre sono disoccupati – I numero sono impietosi e fotografano una realtà che è sotto gli occhi di tutti. Si contano, infatti, 47,7 miliardi di Pil bruciati, quasi 32 mila imprese in meno, oltre 600 mila posti di lavoro persi, 114 mila persone in cassa integrazione e quasi due giovani su tre disoccupati. È incredibile come dati del genere appartengano ad un Paese dell’Unione europea e soprattutto ad una delle nazioni fondanti. La crisi economica ha contribuito a sottolineare la dicotomia tra nord e sud. L’Italia si muove su due binari diversi e fino a quando sarà così il “cambiare verso” sostenuto dal Presidente del consiglio, Matteo Renzi, sarà impossibile da attuare. Dunque, che fare? Innanzitutto è necessario che al sud si inizino ad utilizzare con efficacia i fondi europei e la Confindustria prevede che con una politica del genere si potrebbero “mobilitare per il Mezzogiorno oltre 14 miliardi di euro l’anno per i prossimi 9 anni”. Poi c’è il tema delle riforme, istituzionali e strutturali, che nel meridione sono ancora più impellenti rispetto al resto d’Italia.

Il “paradigma del gattopardo” appartiene a tutto il meridione – Anche se c’è qualche dato positivo sull’export e sul turismo, non sono numeri su cui cullarsi. In questi settori il lavoro da fare è enorme. Troppe potenzialità sfruttate male, per non parlare dell’assenza di organizzazione. Sia per colpa della criminalità organizzata che per una mancanza di sviluppo culturale e storico, il sud del Paese non riesce ad emanciparsi da una condizione più che secolare. Le nuove classi dirigenti faticano ad emergere, proprio per una visione della realtà lontana dal mondo contemporaneo. Il “paradigma del gattopardo” non appartiene solo alla Sicilia, ma a tutta l’area del Mezzogiorno. Chi ha tenuto in mano le redini nei decenni passati, con i soliti giochetti, pretende di dettare le regole per gli anni futuri. Il risultato è che si crea una stagnazione in grado di non far emergere le innovazioni di cui questa terra ha bisogno. In tal senso potranno arrivare corposi finanziamenti da Bruxelles e dal governo di Roma, ma se non nasce un nuovo paradigma di sviluppo, non ci si apre al resto del mondo e non si modifica una mentalità che tende a parlare della nostra vita in terza persona, non cambierà nulla.

Approfittare della crisi e la parola responsabilità – Molto probabilmente anche il dotto Giustino Fortunato era coinvolto indirettamente in un pensiero del genere. Lo si può comprendere da una sua frase tratta dal libro “Il Mezzogiorno e lo Stato italiano”: “Il Mezzogiorno entrò a far parte della nuova Italia assai meno ricco e assai meno progredito delle altre regioni, e la politica troppo fantasiosa dello Stato unitario non contribuì certo a fargli né superare la distanza originaria né, quando anche i vantaggi materiali fossero stati meglio ripartiti, colmare le profonde differenze anteriori”. In un pensiero del genere, al di là di alcuni errori politici, manca l’assunzione di responsabilità. Le cittadine e i cittadini meridionali dovrebbero portare sulle loro spalle il peso di questa parola. Soffermarsi a riflettere e convincersi che uscire da una crisi dipende anche da loro e non sempre e solo da un fattore esterno. Con una rinnovata weltanschauung, termine caro alla filosofia tedesca per indicare la visione della vita, potrebbero paradossalmente approfittare di un momento del genere per invertire la rotta. Del resto si sa, come dopo ogni crisi c’è una rinascita che porta dentro se un profondo rinnovamento.   

© Riproduzione Riservata

Commenti