Jugaad Innovation

Forse noi occidentali la dovremmo smettere di pensare di essere ai tempi del Commonwealth del vecchio impero britannico, e cominciare a pensare ad una comunione di nazioni in cui trovare nell’indipendenza e nella libertà la massa di risorse e di opportunità che questo offre, invece di credere di essere sempre quelli che la sanno lunga. Questa presunzione è stata messa in discussione proprio da un esperto di Cambridge, Jaideep Prabhu professore di Economia e impresa, che insieme a Navi Radjou, esperto internazionale di crescita innovativa e leadership, e alla fondatrice di Blood Orange media, Simone Ahuja ha redatto un testo che potrebbe cambiare parecchi degli schemi di crescita e innovazione del mondo occidentale.

Il libro rivoluzionario che ha avuto notevole successo all’estero ed è arrivato anche in Italia porta il titolo di Jugaad innovation, e l’edizione italiana è a cura di Giovanni Lo Storto e Leonardo Previ con la prefazione di Federico Rampini.  “Jugaad” è una parola che in Hindi descrive un processo di innovazione che proviene dal basso ed è in grado di creare soluzioni efficienti a costi contenuti.

L’innovazione e la crescita che sono diventati in tutto il mondo la direttiva principale per favorire uno sviluppo che dovrebbe contrastare le sferzate della crisi globale, vede il modello tradizionale occidentale di fronte a delle obiettive difficoltà, mentre i mercati dei paesi emergenti puntano su soluzioni sempre più semplici e funzionali che fanno leva sulla creatività e sullo spirito di adattamento e di ingegno che possa dare a tutti gli stakeholders, cioè tutte le varie componenti che partecipano, influenzandolo in maniera positiva o negativa, allo sviluppo di una azienda o di un progetto.

La precarietà in occidente oggi è vista come una provvisorietà fondamentalmente basata sull’attesa di un peggioramento. Chi si sente precario è un pessimista. Il precario è chi ottiene per preghiera, e quello che è ottenuto con la permissione, per la tolleranza o per la convenienza altrui, non può durare per sempre. Ma anzi tende e durare solo quanto conviene al concedente. Pensare a se stesso come ad un precario vuol dire mettere la propria vita nelle mani degli altri, esattamente come fa chi è eternamente teso ad osservare cosa pensano di lui gli altri. Vivere pensando in questa maniera significa vivere la vita degli altri e rinunciare al proprio essere.

La flessibilità è la capacità di adattarsi alle diverse situazioni basata di fondo sulla possibilità di un miglioramento. Chi si percepisce come una persona flessibile è un ottimista. Ciò che si lascia piegare fino a un punto limite, senza spezzarsi, può sperare solo di trovare nel nuovo punto di vista in cui è costretto a stare per quella flessione una serie di soluzioni ingegnose e creative. La scelta tra questi due opposti modi di sentirsi è fondamentale, perché rappresenta la differenza tra la vita e la morte ed è la stessa cosa che vedere il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto.

Al di là delle analisi dei vari modi innovativi di creare impresa che si trovano illustrati nel libro, e importante l’approccio, se vogliamo inaspettato da parte di chi si occupa di economia e di impresa, che possiamo definire umanistico, e che consiste nell’introduzione ai sei principi fondamentali di innovazione “jugaad”. Cioè il cercare l’opportunità nelle avversità, il fare di più con meno, pensare e agire in modo flessibile, mantenere in modo semplice lo status raggiunto, considerare i propri limiti e, infine, seguire il proprio cuore.

Durante la ricerca gli autori sono giunti alla conclusione che questo spirito “jugaad”, si sta sviluppando in parecchi paesi del mondo tra cui anche la Francia e il Giappone.

La soluzione improvvisata, che a nostro modesto parere pure è stata inventata dagli italiani, che nasce dallo sfruttamento totale dell’ingegno nei momenti di chiara scarsità, genera quasi sempre passi in avanti nello sviluppo e nella crescita. Ci si perdoni la presunzione, che non è affatto occidentale, ma parecchio mediterranea, però mi sembra di vedere concretizzarsi lo spirito di qualche commedia del grande De Filippo. Siamo felici che il libro e l’idea che caldeggia siano ritornati in patria.

Felici che se ne sia accorto anche il direttore della Luiss. Felici di sapere che alla fine l’anima della Jugaad oltre all’inventiva e alla creatività, sia una parente stretta della nostra arte di arrangiarsi che se vogliamo viene fuori dal vecchio regno delle due Sicilie, e ancora più a monte dallo spirito del liberto delle colonie greche. Il mondo non è cambiato molto in fondo. C’è ancora la speranza, con la penuria e la scarsità del mondo politico che ci ritroviamo, di poter fare la nostra parte.

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