E se tutti i mali della Sicilia nascessero dalla sua autonomia

Lo Statuto siciliano, come la Costituzione italiana, raramente si conoscono e si studiano a scuola eppure divulgato e applicato consentirebbe una serie di privilegi e darebbe una serie di servizi ai cittadini, rendendoli protagonisti del proprio futuro. Lo Statuto emanato con regio decreto da Re Umberto II, il 15 maggio 1946, prima della Costituzione della Repubblica Italiana, diede vita alla Regione Siciliana, prima di cinque regioni autonome. Lo Statuto scaturì dall’autonomismo siciliano e arginò il separatismo, guidato dal Movimento Indipendentista, che chiedeva l’affrancamento della Sicilia dalla Stato Italiano e l’annessione agli Stati Uniti d’America. Lo Statuto se fosse applicato consentirebbe di pagare meno tasse, di avere stipendi e pensioni più pesanti, di pagare meno carburanti ed energia (art. 36); attribuirebbe alla Sicilia tutti i tributi che maturano nel nostro territorio, e quindi darebbe alla Regione Siciliana, più risorse da dare ai cittadini (art. 37); consentirebbe alla Sicilia di dotarsi di aeroporti, ferrovie, strade, porti, metropolitane, scuole, aree industriali e tutte le infrastrutture che le servono per il suo sviluppo (art. 38); ridurrebbe i dazi sulle importazioni di macchinari che servono per l’agricoltura e per le imprese agro-alimentari (art. 39); darebbe alla Sicilia una sua Banca Centrale che “stampa euro” e, se i redditi monetari e le riserve valutarie andassero in eccesso rispetto a ciò che serve per la politica monetaria, le somme in più potrebbero essere restituiti ai cittadini sotto forma di “reddito di cittadinanza” (art. 40); consentirebbe alla Sicilia di creare a un proprio sistema di banche e assicurazioni, persino una propria “Borsa Valori” (art. 17 e 41).

E ancora consentirebbe alla Sicilia di farsi leggi proprie, come uno Stato indipendente, in quasi ogni settore dell’economia, agricoltura, industria, commercio, ma anche per difendere il proprio territorio e i propri Beni Culturali; per dare maggiori servizi d’interesse generale come acqua, luce, gas, o, ancora, per sostenere associazioni, ONLUS, cooperative (art. 14); consentirebbe alla Sicilia di farsi una propria Scuola e una propria Università (art. 14 e 17); consentirebbe alla Sicilia di farsi una propria Sanità e delle leggi proprie (in materia di lavoro) per ridurre la nostra disoccupazione (art. 17); consentirebbe di stabilire le tariffe ferroviarie, aeree, navali (art.22); avremmo persino una piccola Corte Costituzionale (art.24); potremmo trascinare penalmente davanti a quest’Alta Corte tutti i Presidenti e gli Assessori Regionali che commettono “abuso d’ufficio” e altri reati connessi alle loro funzioni (art. 26); sarebbero abolite le Prefetture, la Polizia e i Carabinieri e dovremmo avere una Polizia di Stato Siciliana, compresi i Servizi Segreti e una Guardia di Finanza nostra (art.31).

Chimera del riformismo lo Statuto di fatto è poco e mal applicato a tal punto che oggi esponenti della sinistra e di associazioni riformiste hanno avviato un dibattito sulla possibilità dello “smantellamento” della Regione e del suo ordinamento. A detta addirittura di Pietrangelo Buttafuoco tutti i mali della Sicilia nascono proprio dalla sua autonomia e da questo Statuto che la sancisce. Lo scrittore siciliano lo afferma in un pamphlet accusa dal titolo rappresentativo, La buttanissima Sicilia? Dall’Autonomia a Crocetta, tutta una rovina, dove descrive come l’origine del malafarre e del malcostume politico derivi dallo Statuto d’Autonomia regionale. La Sicilia di fatto è la regione più povera d’Italia, con il più alto tasso di disoccupazione e sempre più senzatetto. Un triste primato, che si somma alla piaga storica qual è la criminalità organizzata. Secondo l’autore le “cose” che attanagliano questa terra dalla natura incantevole oltre la mafia, sono gli enti mangiasoldi, lo scandalo del Muos, l’infinità di sovvenzioni che vanno e vengono, gli sprechi, la burocrazia, la classe politica mediocre e miope, i musei deserti e i siti archeologici chiusi. Buttafuoco, possiamo dirlo di nome e di fatto, definisce lo Statuto “un obbrobrio che serve solo ai parassiti che ne beneficiano ed è, di fatto, l’unica e vera trattativa mai avvenuto tra Stato e mafia”. Quello che doveva essere uno strumento per migliorare una regione si è rivelato nei decenni “un mostro utile solo a raccogliere consenso elettorale e ad alimentare il clientelismo, nel frattempo che veniva distrutto il territorio e il tessuto sociale”. E poichè con i se, con i ma e con i condizionali non si è fatta la storia, anche se spesso non sposo le idee di Buttafuoco, questo suo ultimo pamphlet che sto leggendo, mi fa riflettere e tanto.

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