Lo sciopero degli orchestrali e l’insostenibile pesantezza della cultura

Adesso sembra essere diventata una maniera di dire. Una frase molto cool, e sì perché è diventato molto culturale e fa tanto elegante anche usare termini inglesi o presi in prestito dalla tecnologia e dal vocabolario del web, come dimostra l’attuale primo ministro. La frase in questione è l’Italia deve ripartire dalla cultura. Ma Yes, we can? per dirla con un’altra frase cool molto nota?

La densità di capolavori, di siti archeologici e di teatri oltre che di artisti nel nostro paese è veramente alta ed effettivamente si potrebbe decisamente risollevare le sorti del paese ed aiutarlo a ripartire sfruttando meglio questo immenso patrimonio della bellezza, dell’arte, e dell’archeologia. Tutti lo dicono, politici, dirigenti, industriali, imprenditori, intellettuali, ed anche buona parte degli addetti al settore.

L’ambito è vastissimo. La parola cultura abbraccia una serie di attività dell’uomo così ampia che spesso è difficile capire cosa merita l’inserimento in questo mondo o cosa alla fine lo sfiora soltanto e vuole solo approfittare di quell’aura di gradevolezza che la parola gli conferisce. Una cosa però è certa, il teatro ne ha pienamente diritto. E guarda caso è proprio una di quelle sfere in cui si registrano seri problemi e contraddizioni a non finire. Fa molto cool essere presenti a teatro, ed anche far parte della cerchia degli operatori è considerato un privilegio.

Intanto la bolla dei contrasti e delle incoerenze scoppia sempre più di frequente. Di recente, la sera dell’8 luglio, una ventina degli orchestrali dell’orchestra che a Caracalla doveva accompagnare la Bohème, ha impedito la normale esecuzione dell’opera, mentre i circa quattromila spettatori della prima aspettavano in una serata per niente estiva. Alle nove passate Carlo Fuortes ha trovato il coraggio di salire sul palco e annunciare che a causa dello sciopero non ci sarebbe stata la classica esecuzione dell’opera ma si sarebbe assistito all’esecuzione fatta da una pianista e dalle voci, e tanti degli spettatori risentiti si sono alzati e hanno chiesto il rimborso del biglietto.

Quelli che sono rimasti hanno in pratica assistito ad una bellissima prova in pubblico, fatta da una eroica pianista e da cantanti bravi e innamorati dell’arte. Qualcuno ricorderà come tra tante polemiche anche tra gli stessi sindacati, il 31 marzo lo sciopero indetto dalla Cgil alla Scala, fece saltare il balletto “L’altra metà del cielo” con le musiche di Vasco Rossi. Mi pare di capire che se un direttore artistico si permette di provare a difendere gli interessi di tutti, come a volte è stato fatto, utilizzando musiche registrate rischia anche una denuncia.

In quest’altra metà del cielo esistono però anche gli artigiani dell’arte, gli orchestrali, grandi maestri che come tutti gli italiani di questi tempi devono tenere d’occhio la tasca, e pensare alla loro vita e alle loro famiglie. Gli orchestrali in sciopero, al di là delle loro ragioni, che saranno di certo validissime avrebbero avuto altri modi di protestare senza danneggiare il pubblico e gli incassi che rappresentano in pratica l’alimentazione del settore? Chi lo sa. Di certo questa non è la maniera che più serve alle loro istanze, come non serve di sicuro l’intromissione a gamba tesa dei sindacati che spesso non difendono gli interessi dello spettacolo e dei teatri, ma solo loro stessi e tanti privilegi che andrebbero rivisti. In ogni caso gli interessi dei musicisti vanno tutelati, ed andrebbero protetti a monte.

Si è ripetuta  la stessa cosa il 18 luglio quando è stato confermato lo sciopero. Gran successo di pubblico perché la fondazione è stata costretta a offrire l’entrata gratis e al rimborso dei biglietti già venduti. E si è assistito ancora alla prova perfetta. Grandi spese per allestire Caracalla e zero incassi oltre al danno patrimoniale dell’immagine di tutto il comparto.

Lo sappiamo che da fuori è molto diverso, ma al posto di quei venti musicisti noi avremmo agito così. Avremmo suonato e suonato con ancora più carica e amore per lo strumento, perché questo dovrebbe essere la spinta di un musicista, e, d’accordo o meno il direttore d’orchestra, alla fine dell’l’aria di Rodolfo Che gelida manina, uno degli orchestrali sarebbe salito sul palco e avrebbe spiegato al modo intero, vista la copertura mediatica di certi aventi, quali erano le nostre richieste, e poi di nuovo a suonare, con ancora maggiore passione.

Troppo orientale forse, troppo sciopero Nipponico? Forse, ma lo spettacolo sarebbe stato ancora più bello e se qualcuno tra il pubblico si fosse permesso di chiedere il rimborso del biglietto per la strategica interruzione avremmo solo potuto registrare la pochezza culturale di chi fa finta di amare il teatro e non altro.

Se mancano proprio le energie dei pezzi cardine, se invece dei meriti e dell’amore per l’arte si faranno trionfare gli interessi personali, sarà molto difficile fare della cultura il volano di questa ricrescita italiana.

© Riproduzione Riservata

Commenti