Dar voce al teatro. Intervista a Rita Patanè

Rita Patanè ci ha accolto nella sala “B” del Palacongressi di Taormina, poco prima di andare in scena per la terza serata consecutiva, con la commedia in tre atti “L’aria del Continente” di Nino Martoglio. Lo spettacolo, rappresentato il 14-15 e 16 luglio, ha visto la presenza di Rita Patanè, nella doppia veste di regista-attrice insieme agli altri componenti dell’associazione “Centro Studi Teatro Cultura” che fa teatro in città e nel comprensorio da più di 40 anni. Questa associazione insieme all’altra, la “Luigi Pirandello” il cui presidente è Onofrio Martines, costituiscono il nucleo storico del teatro taorminese. Il fatto che Rita, ci abbia regalato una piacevole chiacchierata all’interno del Palacongressi, non è di secondaria importanza e ci riporta indietro nel tempo, costringendoci al ricordo storico.

Forse, non sono in molti a rammentarlo, ma là dove oggi sorge il modernissimo palazzo, che ospita il Filmfest ed altri spettacoli legati al complesso mondo della cultura, un tempo sorgeva una chiesetta, che era quella delle Suore del Monastero di Santa Maria Valverde. L’ordine fu soppresso nel 1866, a seguito dell’Unità d’Italia ed i beni andarono ai comuni o allo stato. Il corpo centrale del monastero venne occupato dall’Arma dei Carabinieri, mentre la chiesa fu riadattata a teatro. Il Teatro “Regina Margherita”, fu titolato così in onore della moglie del re Umberto I. Qui, furono molti gli attori e le attrici a tener spettacoli, con cantanti d’operetta e per tutto il periodo della Belle Epoque, alla presenza di nobili e gente importante. Le sorti del Teatro Margherita, cambiarono con la decisione da parte dell’ente comunale, di abbatterlo, per far posto all’avveniristico “Teatro Auditorium”, che dopo prese il nome di Palazzo dei Congressi; era il 1960 e l’ideatore del nuovo progetto era l’Ingegner Sivieri, il quale realizzò anche la sala ottagonale di Palazzo Corvaja.

Tornare indietro nel tempo, molto spesso ci aiuta a riannodare i fili di un discorso, ed in questo caso, il tema è il teatro cittadino, che per dettato del destino, si ritrova ad esser rappresentato in questo luogo specifico, creando una linea diretta con l’altro luogo d’eccellenza, che è il Teatro Antico, dove i greci fondarono quest’arte. Ma riportare indietro l’orologio non è fine a stesso, parlare del passato, non ha valore meramente nostalgico, bensì ci aiuta a comprende quello che stiamo vivendo adesso; e ciò che dovremmo cambiare nella nostra strada per restare sulla “via maestra”. Tale via, ce l’ha indicata Rita Patanè che decise quale sarebbe stata la sua vita sin da ragazza, quando giovane quindicenne entrò in contatto con uno dei suoi maestri definito “uomo straordinario”, quel Giovanni Cutrufelli che oggi, è stato quasi dimenticato dai più e soprattutto dai giovani ma che “fu quello che nel dopoguerra, iniziò a portare in scena i grandi spettacoli al Tetaro Antico, con attori del calibro di Salvo Randone, Vittorio Gassman, Enrico Maria Salerno”. Rita, ebbe il privilegio e la fortuna di partecipare alla “Medea” con Lidia Alfonsi, e fu lì che comprese ciò che avrebbe fatto in futuro: l’attrice e la regista.

Rita Patanè opera in questo campo da quasi 50 anni ed il teatro a Taormina, ha di certo visto “tempi migliori” ma questo problema, l’abbiamo già detto, investe l’intero mondo del teatro; che affronta una crisi importante dove non tutti riescono a rimanere uniti e molto spesso, le compagnie si sciolgono. Rita e la sua associazione però sono ancora qui, perché per l’ostinazione dei suoi membri, per la forza di volontà di chi non vuol privare la città di una linfa vitale quale è il teatro, continuano ad operare, sebbene lei stessa dichiari con un pizzico di stanchezza “che fare teatro a Taormina, è diventato di una difficoltà enorme”. I suoi compagni di viaggio e gli amici di scena, sono uno dei motivi per cui, un’attrice come Rita, che ha collaborato con scuole, associazioni ed altre realtà che si occupano di cultura, non molla. “Alcuni di loro” dice “sono fondamentali”, come Franco Carnazza, che cura il bozzetto scenico, o Roberto Mendolia e Nicola Sciglio, che sono “il braccio destro” di Carnazza nel montaggio delle scene e nell’allestimento teatrale. O Giuseppe Ferrari, che cura i riadattamenti musicali e a cui si è aggiunto un giovane emergente, Paolo Restuccia.

La scelta del teatro siciliano, di portare il vernacolo ed un’opera classica come quella di Martoglio, non è casuale perché raccontare una storia che appare d’altri tempi, sui siciliani che si recavano in continente e al loro rientro, mostravano una finta emancipazione, potrebbe apparire desueta, in un vissuto come quello attuale, globalizzato ed apparentemente libero da usi e tradizioni. Eppure, l’attualità di questa messa in scena, sta proprio nel fatto che i tempi cambiano, ma gli uomini con i loro pregi e difetti, son sempre quelli ed inoltre, la volontà di Rita, è quella di coinvolgere i giovani nella scuola di teatro. Sono loro che le danno forza, sono loro, quelli a cui si può e si deve ancora insegnare molto. Loro, i giovani che fanno parte di questa associazione, sono entusiasti e vogliono seguirla, la spronano ad andare avanti perché hanno compreso che il teatro è formazione, li aiuterà nel percorso emozionale, e li costringerà ad aprire cuore e mente, rendendoli più consapevoli dell’importanza della tradizione e della ricchezza della loro storia. Lo stesso non può dirsi delle istituzioni cittadine, che al contrario, nel corso degli anni hanno mostrato distacco ed una certa superficialità nel tenere in considerazione, chi continua a contribuire al mantenimento di una tradizione, che altrimenti rischierebbe l’estinzione.

Rita Patanè ha fatto una denuncia, che viene condivisa da altre realtà associative e da una gran parte dei cittadini: l’assenza di una sede stabile per accoglierle e permettere di far teatro, al fine di radicare e rendere visibile, questa parte importante della storia cittadina. “Ce l’avevamo una sede ma ci è stata tolta”, afferma con tristezza. I costi per far teatro sono alti, e un’associazione senza scopo di lucro non può sostenerli solamente con le quote e con il prezzo del biglietto, che è anche modico. Il punto è, che alle associazioni, per restare dov’erano, è stato chiesto il pagamento di un canone d’affitto. Ora, pur comprendendo l’esigenza dell’amministrazione di “far cassa”, non si può andare a spremere fondi, a chi offre un servizio che non è puro intrattenimento, ma è di civiltà e cultura. E come un cane che si morde la coda, torniamo lì da dove eravamo partiti, ovvero all’incontestabile evidenza che tra le priorità delle istituzioni cittadine, non vi siano la conservazione e la valorizzazione di un ricco patrimonio, fatto di storia, beni architettonici, tradizioni, ma ben altri interessi. Un patrimonio, in cui il teatro, è una delle pietre miliari che rendono il nostro territorio e la nostra città, un unicum.

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[Fotogallery Andrea Jakomin // Blogtaormina (CC) 2014]

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