Il quinto giorno dell’Ortigia Film Festival è stato uno dei più ricchi e attesi del festival. Si attendeva la master class di Amos Gitai su cinema e architettura moderata da Carlo Hintermann che si è detto onorato di introdurre questa master. “Credo che sia un’opportunità straordinaria per vedere il suo cinema e soprattutto conoscere il suo modo di farlo” ha commentato.

In effetti il regista Amos Gitai, vincitore a Cannes ha studiato architettura e ha fondato, nel 2012, il primo museo di architettura israeliano in memoria del padre, l’architetto della Bauhaus Munio Weinraub a cui ha dedicato il documentario “Lullaby to my Father” (2012) che, insieme a “Free Zone”, farà parte del focus sul regista voluto dal festival di Ortigia.

“Lullaby to my father è un viaggio, tra architettura e cinema, alla ricerca del rapporto tra padre e figlio. E’ la storia di un percorso e dei ricordi più intimi” ha commentato Gitai.

Durante la master class il regista ha anche descritto il rapporto tra architettura e cinema.

“Spaghetti story” del regista Ciro De Caro, è stato il quinto film in concorso all’Ortigia Film Festival. E’ la storia di un gruppo di ragazzi: Valerio, un bravo attore che si arrangia con impieghi part-time nell’attesa di poter vivere del proprio lavoro; Scheggia, che vive ancora con la nonna; Serena è la studentessa che vorrebbe costruirsi una famiglia e Giovanna che sogna di diventare chef di cucina cinese ma lavora come massoterapista. Un film dei giorni nostri, quattro giovani adulti con le idee ben chiare su chi siano e cosa vogliano ma che, di fatto, restano ingabbiati nei propri schemi mentali. Un film che fa riflettere grazie alla maestria del regista che descrive in maniera precisa l’umiliazione e l’apatia che la crisi economica genera nella sua generazione.

E’ seguito il documentario “I Tarantiniani” di Steve Della Casa, Maurizio Tedesco, in collaborazione con Manlio Gomarasca. Il lungometraggio racconta l’idea di cinema che spingeva alcuni registi (tra i quali Lamberto Bava, Ruggero Deodato, Sergio Leone) a realizzare film che la critica italiana ignorava, ma che un regista come Tarantino ha ritenuto fondamentali per la propria preparazione.

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[Amos Gitai e Carlo Hintermann – Photo Trigilio Sebastiano, (c) 2014]

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