Pax Christi

Può il dialogo interreligioso essere un punto di partenza per la pace in Medio Oriente? Quando il dialogo interreligioso si basa solamente su gesti simbolici, ma estranei al contesto sociale e alla sofferenza dei popoli coinvolti, sicuramente no, diventa irrilevante e perde la sua carica profetica. Con la costruzione del muro e la politica di segregazione, organizzare gli incontri poi è diventato praticamente impossibile e la possibilità concreta di incontrarsi in attività di base, poco meno che impraticabile. La società israeliana è molto frammentata, con una piccola sub-cultura post-sionista al suo interno, che sostiene la tesi dello stato unico; e una parte importante della società militante nella destra, che difende il trasferimento di Non-Ebrei dalla Cisgiordania. Il primo gruppo, seriamente impegnato nella coesistenza con i Palestinesi, è prevalentemente laico, e dovrebbe fare un lungo cammino di maturazione spirituale prima di poter essere considerato l’”interlocutore” del dialogo interreligioso. Il secondo gruppo è, per principio, contro ogni avvicinamento al popolo Palestinese, negando in partenza ogni possibilità di dialogo. In ogni caso, il desiderio di incontro e di conoscenza reciproca sussiste in molte persone sia tra i Palestinesi sia tra gli Ebrei. La strada quindi va percorsa per scavalcare pregiudizi e stereotipi, e creare “calore” e “relazioni interpersonali” che possono facilitare l’apertura a visioni e ideologie alternative, sia in ambito politico che religioso.

Un mese è trascorso dal pellegrinaggio in terra santa di Papa Francesco e quelle immagini, cariche di speranze e di gioia, sono state spazzate via dalle vicende violente di questi giorni. Rimane in noi la speranza che l’abbraccio del Pontefice con il rabbino Abraham Skorka e l’imam Omar Abboud davanti al “Muro Occidentale” sia il comune riconoscimento da parte delle tre religioni monoteiste nella figura di Abramo, colonna portante e punto di riferimento del dialogo interreligioso. Lo stesso dialogo che si vorrebbe far diventare il punto di partenza per la risoluzione dei problemi politici. Ma non possiamo che essere perplessi, e in questo siamo supportati dai dubbi espressi dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, sulla confusione sistematica che è stata fatta tra gli aspetti religiosi e politici. “Se da un punto di vista dialogico vi è stata da parte del Papa l’importante conferma di una disponibilità al confronto – dice Di Segni – per quanto concerne il secondo ambito non sono mancati messaggi poco chiari e tendenziosi”.

Con tutte le buone intenzioni il Vaticano è parte in causa in questo conflitto e non può ergersi a mediatore “super partes”. La pace si costruisce e per realizzarsi ci dev’essere giustizia, rispetto, dignità di tutti. Molti popoli nel mondo stanno ridefinendo la propria identità a partire da una visione religiosa o spirituale del vivere. In questo senso il contributo della religione è centrale. Il dialogo interreligioso non è un ambito per discutere di teologia ma è una costruzione quotidiana che serve per superare i pregiudizi e cercare di mettersi al posto dell’altro.

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